Tag: arte contemporanea

Il Castello di Rivoli e l’arte contemporanea

di Chiara Maciocci

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In passato residenza sabauda, il Castello di Rivoli in provincia di Torino è una delle sedi di arte contemporanea più apprezzate in Europa e in Italia. Nel 2018 è stato registrato un numero da record circa l’affluenza del pubblico nei suoi interni sontuosi e ricchi di opere d’arte: c’è stato, infatti, un aumento del 7,5% in termini di visitatori rispetto al 2017, per un miglioramento, dunque, di quasi il 20%. Continue reading “Il Castello di Rivoli e l’arte contemporanea”

The Square e i nuovi confini dell’arte

di Roberta Lamonica

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Vincitore della Palma d’oro al festival di Cannes, The Square, del regista svedese Ruben Ostlund è in corsa per l’Oscar come miglior film straniero in una cinquina davvero notevole (Loveless, On body and soul, L’Insulto, Una donna fantastica). Comunque vada, il film di Östlund resta un bel film, sorprendente, altamente simbolico e a tratti disturbante. Continue reading “The Square e i nuovi confini dell’arte”

Lungo la muraglia di Marina e Ulay

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La storia d’amore tra Marina Abramovic e Ulay è forse la più seguita dal pubblico nel mondo dell’arte contemporanea. Molti se ne sono appassionati sin dagli inizi, altri hanno cominciato a mostrare interesse solo di recente, dopo lo spettacolare incontro tra i due al MoMA durante la toccante performance The Artist is Present del 2010. Continue reading “Lungo la muraglia di Marina e Ulay”

Site-Specific, l’arte di Chiara Mu

L’arte è una questione di incontro, di punti anche distanti che entrano in contatto. L’arte è una questione di impatto, reazione, azione. Lo sa bene Chiara Mu, che con il suo lavoro parla di un’eternità intesa come spazio site-specific.

Quale forma espressiva prediligi? «Mi ritengo un’artista che ha una pratica site-specific, legata al contesto dove opera: per questo mi sono data una grande libertà rispetto ai mezzi che utilizzo. Mi identifico nei lavori installativi che faccio, perché dicono molto della mia formazione. Sicuramente l’aspetto performativo, che spesso tende a essere molto relazionale, è quello che ha una forza comunicativa immediata. Fotografia e scrittura mi appartengono in modo viscerale: le mie prime esposizioni nascono come mostre di fotografia e tendo a scrivere i progetti prima di realizzarli. Per From here to eternity ho allegato una bibliografia di testi sulla filosofia estetica: è un modo come un altro di appropriarmi delle parole per poi trasmetterle».

A proposito di trasmissione, ti definisci una traduttrice. «Il mio modo di rapportarmi allo spazio è tradurre quello che intendo in una chiave che sia comprensibile agli altri. Credo che l’arte sia sempre alla base un atto di traduzione del reale: interpretiamo quello che abbiamo accanto e ne creiamo una visione diversa. Non credo all’arte per l’arte, nella mia testa è difficile immaginare l’idea di avere una purezza interna che si traduce in qualcosa che non arriva dall’esterno. Non facciamo altro che filtrare quello che arriva da fuori e tradurlo in una chiave immaginifica per l’altro».

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I tuoi esercizi di visione in questo senso sono una forma di traduzione. Ti piace più prenderti cura del visitatore o viceversa? «Nel momento in cui apro una dimensione di incontro e metto in mezzo un contenuto nel quale il visitatore può entrare, è la sua capacità di interagire con il contenuto che lo definisce. Quello che ho fatto per From here to eternity è stato accompagnare per mano ogni visitatore offrendogli una visione circolare dello spazio, riprendendo gli elementi usciti durante la sera dell’opening da persone diverse da me. Tento di mostrare in maniera analitica i vari elementi di quel luogo per restituirne una radiografia emozionale. Per ogni persona dico cose diverse e provo a stimolare l’altro mettendo in gioco la sua dimensione della memoria. Nell’esercizio di visione il prendersi cura è reciproco, non vedo una dicotomia».

Ogni incontro quindi è uno spunto per l’esercizio successivo? «Alcuni degli incontri mi hanno condizionato molto nel riscrivere il percorso che sto seguendo. Mi è capitato di trovare persone ostiche e il mio compito è stato di estrema morbidezza in quei casi. Viceversa, quando mi sono resa conto di essere troppo riempitiva, ho provato a stimolare l’altro, per evitare che subisse la mia presenza. Rimangono delle tracce tra un esercizio e l’altro ed è per questo che ho fatto una visita alla volta ma tante ogni giorno. Questo lavoro ha grandi bellezze e grandi difficoltà: una di queste è che non so ripetermi. Mi piace l’idea che la performance sia un momento in cui il visitatore si mette in discussione».

Se il tuo è un lavoro fatto di momenti, cos’è per te l’eternità? «L’eternità è quello spazio ideale che ti contiene, ti vede nascere e morire. Per me l’eternità è una riflessione sull’incrollabilità dell’architettura che ci sopravvive nel tempo. Siamo noi che siamo in grado di scrivere la nostra eternità con il nostro agire e lo spazio è quel luogo in cui noi la costruiamo».

(Alessandra Caldarelli)