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Tsai Ming-liang: la poetica del silenzio assordante

A distanza di otto anni da Stray Dogs, esce Days, il nuovo film di Tsai Ming-liang.

Il regista che ha sposato il minimalismo, la quasi totale assenza di colonna sonora e dialoghi per esprimere le forti emozioni e le solitudini metropolitane, si cimenta stavolta in una storia che coinvolge due uomini apparentemente agli antipodi ma legati dal minimo comun denominatore: l’isolamento, la solitudine sopra citata. Kang (al secolo l’attore Lee Kang-sheng), vive in una grande casa da solo, passando il tempo davanti a una vetrata che lo divide dal resto del mondo. Dopo aver riscontrato di soffrire di cervicale, si affida a Non (Anong Houngheuangsy), agopunturista che al contrario vive in un minuscolo appartamento a Bangkok. L’uomo è altrettanto solo e trascorre il tempo pregando o svolgendo faccende domestiche.

L’incontro tra i due avviene in una stanza d’albergo e le affinità dettate dallo stato di emarginazione in parte voluta e in parte conseguenza della condizione umana contemporanea, contribuiranno alla costruzione di un legame. Legame forte ma temporaneo: ineluttabilmente i due torneranno al loro status di straniamento psicologico e materiale dal mondo circostante. Nell’estetica di Tsai Ming-liang in molti riscontrano una nota bressoniana: un pizzico di Antonioni e la poetica di una solitudine e un silenzio assordante che si esprime al di là dei dialoghi, si potrebbe aggiungere.

Roberta Maciocci

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