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Matti da Slegare, con Giobbe Covatta ed Enzo Iacchetti, al Teatro Vittoria

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La vicenda dei “matti” Giovanni e Elia e il loro percorso di reinserimento nella società, un formidabile terzetto formato da Giobbe Covatta e Enzo Iacchetti (interpreti) e Gioele Dix (regista), ovvero tre fra i più apprezzati, riconoscibili, simpatici, popolari e socialmente sensibili personaggi dello spettacolo italiano. Le loro caratteristiche artistiche garantiscono un approccio a un tema rilevante e delicato come quello della malattia mentale che è fresco, ironico, addirittura spassoso e divertente. Continue reading “Matti da Slegare, con Giobbe Covatta ed Enzo Iacchetti, al Teatro Vittoria”

La claustrofobica metafisica di India Hotel

15-26-febbraio-india-hotelDa molto tempo nelle arti visive come nella narrativa, va di moda costruire trame che si basano sulla dicotomia realtà/apparenza, dicotomia che in tempi di complottismi e messa in discussione della realtà in tutto l’Occidente (l’epocale declino politico-economico-culturale della nostra civiltà fa questo effetto) è diventata quasi oggetto di dibattito quotidiano.  Ma battute a parte, il dubbio che la nostra percezione della realtà non sia la realtà stessa, è stata espressa fin dai tempi antichi, dal velo di Maya della cultura indù al mito della caverna di Platone, dal filosofo irlandese Berkeley con il suo estremismo empirico secondo cui non esistono cose oggettive (cioè  sono solo  il frutto  della percezione dei sensi), alle multiple realtà dello scrittore di fantascienza Philip Dick, letteralmente saccheggiato dal cinema degli ultimi 20 anni.

Lo scrittore e fisico Emilio Santoro ha costruito su questi elementi un romanzo intitolato Gua…. da cui è stato tratto lo spettacolo “India hotel; l’oscura trama della realtà”, in scena al Teatro Agorà a Roma, per la regia di Pino Loreti.

Aristide Falerna è un giornalista che ha avuto un terribile incidente sulla Via dei laghi, è stato in coma, ma è guarito, ma Aristide, causa anche il non ritrovamento della sua macchina e tanti particolari che si sommano con il procedere della trama che incalza come un thriller metafisico, è convinto di non essere realmente sopravvissuto al suo spaventoso incidente e comincia a indagare con la moglie e i suoi  più cari amici su cosa possa essere accaduto veramente il giorno dell’incidente.

In questo spettacolo funzionano certamente le musiche di sottofondo, che contribuiscono a creare un clima claustrofobico e ossessivo che ci introduce nelle trame oscure del testo;  il montaggio, ossia le scene e i dialoghi durano pochi minuti, permettendo allo spettatore di farsi una idea su quello che ha  appena visto e ascoltato; la buona performance degli attori, soprattutto l’attore protagonista, sempre credibile nell’esprimere l’ansia e al tempo stesso il desiderio di andare a fondo.

Ci ha convinto meno la volontà dell’autore di esagerare nel mettere forse troppa carne al fuoco, che rende alla fine lo sviluppo della trama macchinoso e a tratti difficile da seguire anche per uno spettatore concentrato e di buona cultura; il principio di indeterminazione di Heisenberg, il gatto di Schrodinger, buchi spazio-temporali e l’intelligenza artificiale sono certamente argomenti molto affascinanti da essere utilizzati nella fiction (e tante volte la fisica quantistica è stata utilizzata in modo intelligente nella narrativa di fantascienza), ma forse potevano essere amalgamati in modo più naturale nella trama, perché qualche dubbio e un po’ di confusione alla fine rimangono. Di grande impatto emotivo è invece la scena finale.

Siamo convinti che mettere in scena un testo molto difficile in una insolita cornice teatrale sia a prescindere dai punti forti  o deboli un atto di grande coraggio di questi tempi e che un teatro di sperimentazione narrativa va applaudito senza riserve. Consigliamo lo spettacolo a chi ama i thriller fantascientifici (ma con solide basi scientifiche) e i gialli.

India Hotel è in scena al Teatro Agorà dal 15 al 26 febbraio.

(Gianluca Sforza)

Il Secondo Figlio di Dio, tra Gaber e De Andrè

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Da Arcidosso a Roma, o più precisamente in giro per l’Italia intera, questo è il viaggio che percorre il Cristo dell’Amiata, al secolo David Lazzaretti, attraverso la voce e la ritmica incastonata in una mimica d’alto spessore, di Simone Cristicchi. Un racconto fatto di sguardi e immagini che, seppure con le dovute proporzioni e intenzioni, ricorda Lu Jullare Francesco di Dario Fo, dove i lazzi narrativi e scenici fanno da perfetto contrappunto linguistico alla storia. Qui si aggiunge la musica, il racconto, il sogno.

“Ogni sogno ha una voce precisa e sta dentro ognuno di noi. Solo i matti, i poeti, i rivoluzionari, non smettono mai di sentirla…”

E Cristicchi diviene tutto ciò: matto, poeta, rivoluzionario. Un matto d’altri tempi, giullare dell’anno mille che percorre le sponde del proscenio dialogando liberamente sino a sfiorare le corde dell’anima (almeno di chi, scendendo a compromessi con il presente, sogna al suo fianco), sino a cercare lo sguardo di tutti i presenti per arricchirsi ed arricchire di quell’energia che solamente il teatro vivo, sa regalare.

secondo figlio di dio1.jpgSi veste da poeta e regala immagini, l’utopia di un visionario di fine ottocento che quasi fosse un novello Don Chisciotte, si arma di ideali per cercare di cambiare il mondo. Le parole appena accennate si legano alla musica, spaziano per il teatro e vanno oltre, cercando di raggiungere quegli antri nascosti dove ognuno sotterra le proprie paure e i propri sogni. Terreni mistici di preghiera e di giustizia sociale, dove tutto è più equo e corretto e dove ognuno non si vergogna di essere quel che è.

Poi arriva il Cristicchi rivoluzionario che non si arrende ai personali tentativi di raccontare storie delle quali pochi hanno sentore o memoria. Porta in giro per l’Italia un nuovo capitolo del suo personalissimo modo di fare teatro, di gaberiana radice e faberiana novella. Proprio del compianto Faber sembra di ritrovare traccia nella religiosa anarchia della storia: il Secondo Figlio di Dio tanto ricorda quella giovane Maria data in sposa per lotteria a Giuseppe, dopo che i Sacerdoti le avevano rifiutato alloggio, e Giuseppe, “stanco d’essere stanco, la bambina per mano la tristezza di fianco” pensa “Quei sacerdoti la diedero in sposa a dita troppo secche per chiudersi su una rosa, a un cuore troppo vecchio che ormai si riposa” (L’infanzia di Maria, Fabrizio De Andrè).

Una porta chiusa in faccia, proprio come al Cristo dell’Amiata, cui per impedire di raggiungere assieme ad almeno 4mila persone, i santuari di Arcidosso e Casteldipiano, le forze dell’ordine, su dettatura religiosa, lo uccisero. Cristicchi ce lo ha raccontato e ce lo ha regalato in una serata dove l’immaginaria unione di rumore e silenzio ha generato un la perfettamente accordato.

(Claudio Miani)

Non c’è più acqua fresca, al Teatro Vascello

Non c'è acqua più fresca - Battiston SidotiLunedì 20 Febbraio alle ore 21.00 al Teatro Vascello andrà in scena uno spettacolo unico nel suo genere: Non c’è più acqua fresca. Battiston interpreta Pier Paolo Pasolini e le sue poesie friulane.

Un viaggio di ritorno alla terra di temporali e primule, anche autobiografico, ideato e interpretato da Giuseppe Battiston, pensato per restituire la bellezza del grande laboratorio di poesia in lingua friulana di Pasolini e il suo spessore emozionale nella nostra memoria collettiva.

La prima volta che lessi le poesie in friulano di Pasolini ero un ragazzo, uno studente, le trovai difficili, le lasciai lì… Poi negli anni – come accade spesso con le cose messe da parte o lasciate sul comodino – ritornandoci, compresi perché, da ragazzo, inconsapevole, immaturo, forse, non mi era stato possibile comprendere quei versi, che invece parlavano a me dei miei luoghi, i luoghi della mia infanzia. Quelle parole così mie, quei suoni, proprio quelli di mio padre, quella lingua che si parlava a tavola, mi raccontavano quella terra di “primule e temporali”, di feste e sagre paesane, di vento, di corse in bicicletta a perdifiato, dell’avvicendarsi delle stagioni nel lavoro dei contadini. di colori, suoni e profumi. Di quello che fu la guerra e ciò che venne dopo e dopo ancora e di me e di noi, e di quell’acqua:

Fontana di aga dal me país.

A no è aga pí fres-cia che tal me país.

Fontana di rustic amòur.

Insomma i miei ricordi invece di assumere i toni malinconici del passato, si sono ravvivati, fatti nuovi, simili a sogni, e ho così immaginato di poter raccontare un aspetto di quella vita e di quel tempo che nella poesia di Pasolini si fanno memoria collettiva.

Perché la Poesia, una tra le più alte forme d’arte, non è scissa dalla vita, ma è lì che nasce e risiede. I suoi versi seguono un ritmo, come i versi di una canzone seguono la musica, musica tanto cara a Pasolini.

Forse, se chiudo gli occhi, riesco ad immaginarlo in città, a Roma, nella sua casa, che ascolta Bach, e allo stesso tempo a Casarsa, mentre percorrendo quella piccola piazza e le strette viuzze o i campi dove si bruciano le stoppie, rimane rapito dalle musiche e dalle canzoni della gente, da quelle poesie del quotidiano che sono le villotte e le filastrocche a lui tanto care.

Grazie a tutta quella poesia, scritta o cantata, o sognata, sono stato di nuovo bambino, ho rivisto e visto con occhi nuovi quei luoghi, e anche io attraversando piazze e vie mi sono unito alla sagra del paese, ho cantato e ballato e ho brindato alla vita, e ciò che vorrei fare è trasmettere quelle parole che ho sentito tanto mie, a cui in qualche modo appartengo. Forse non tutte saranno comprensibili, ma sono convinto che il dialetto, ogni dialetto, attraverso la sua musicalità diventi evocativo, anzi, Pasolini sosteneva che quando il dialetto viene utilizzato per esprimere alti concetti e alti sentimenti si fa Lingua, e con i suoi suoni ci entra nell’anima e ci porta altrove.

(Giuseppe Battiston)

Dal 7 febbraio all’Ambra Jovinelli arriva “456”di Mattia Torre

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Sarà in scena al Teatro Ambra Jovinelli – dal 7 al 12 febbraio, 456 scritto e diretto da Mattia Torre. Protagonisti: Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino,  Carlo De Ruggieri e con Michele Nani. 456 è la storia comica e violenta di una famiglia che, isolata e chiusa, vive in mezzo a una valle oltre la quale sente l’ignoto. Padre, madre e figlio sono ignoranti, diffidenti, nervosi. Si lanciano accuse, rabboccano un sugo di pomodoro lasciato dalla nonna morta anni prima, litigano, pregano, si odiano. Ognuno dei tre rappresenta per gli altri quanto di più detestabile ci sia al mondo. E tuttavia occorre una tregua, perché sta arrivando un ospite atteso da tempo, che può e deve cambiare il loro futuro. Tutto è pronto, tutto è perfetto.  Ma la tregua non durerà.

456 nasce dall’idea che l’Italia non è un paese, ma una convenzione. Che non avendo un’unità culturale, morale, politica, l’Italia rappresenti oggi una comunità di individui che sono semplicemente gli uni contro gli altri: per precarietà, incertezza, diffidenza e paura; per mancanza di comuni aspirazioni. 4 5 6 è una commedia che racconta come proprio all’interno della famiglia – che pure dovrebbe essere il nucleo aggregante, di difesa dell’individuo – nascano i germi di questo conflitto: la famiglia sente ostile la società che gli sta intorno ma finisce per incarnarne i valori più deteriori, incoraggiando la diffidenza, l’ostilità, il cinismo, la paura. 4 5 6 racconta la famiglia come avamposto della nostra arretratezza culturale.

Dallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini (attualmente disponibile su YouTube), e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”, edito da Dalai.

La Direttrice Artistica del Teatro Ambra Jovinelli, Fabrizia Pompilio e la Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo – nella stagione 2016/2017 hanno deciso di dedicare una monografia a Mattia Torre – uno degli autori più apprezzati del nostro paese. 456 è il terzo ed ultimo spettacolo di Torre, presente nel cartellone dell’Ambra Jovinelli. I primi due sono stati Migliore e Qui e Ora.

La monografia dedicata a Mattia Torre è solo l’inizio di una collaborazione tra l’autore, il Teatro Ambra Jovinelli e la Nuovo Teatro. Sarà presentato infatti il prossimo anno un progetto speciale, completamente nuovo, che vedrà Mattia Torre protagonista. Sarà un progetto trasversale che unirà televisione, editoria e teatro.

 

 

Mattia Torre, sceneggiatore, autore teatrale e regista italiano. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore, negli anni Novanta, delle prime commedie teatrali Io non c’entro, Tutto a posto, Piccole anime e L’ufficio. Nel 2000 pubblica il libro Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra. È co-sceneggiatore del film Piovono Mucche di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo In mezzo al mare con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale Migliore, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve Gola e dei corti teatrali Il figurante e Sopra di noi. È tra gli autori del programma Parla con me di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV Buttafuori e, dal 2007, la prima, la seconda e la terza stagione di Boris per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori, scrive e dirige Boris – il film. Nel 2011 scrive e mette in scena lo spettacolo teatrale 456 di cui realizza anche il sequel TV per La7. Per Dalai editore ha pubblicato la raccolta di monologhi In mezzo al mare (2012). È autore e regista dello spettacolo teatrale Qui e ora con Valerio Mastandrea e Valerio Aprea. Nel 2014, insieme a Ciarrapico e Vendruscolo scrive e dirige il film per il cinema Ogni maledetto Natale. Nel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie TV dal titolo Dov’è Mario? per Sky.

Intervista a Luca De Bei che presenta il suo “Kafka, il digiunatore”

De Bei 2017 - 2.jpgAl Teatro dei Conciatori, da domani,  31 gennaio al 12 febbraio, Luca De Bei proporrà in prima nazionale il suo nuovo lavoro tratto da Franz Kafka: KAFKA IL DIGIUNATORE, diretto ed interpretato dallo stesso Luca De Bei. Lo facciamo raccontare dallo stesso regista.

D:  Come mai uno spettacolo su Kafka?

R:  Amo da sempre questo autore che, a volte e a torto, è giudicato un autore “difficile” e “pesante”. In realtà i suoi testi sono pervasi da molta ironia e da una forte teatralità. La sua modernità è indiscutibile, visto che pochi come lui sono stati capaci di scendere negli abissi dell’animo umano e al contempo di inquadrare l’umana esistenza in un contesto surreale e spersonalizzante. Una condizione, questa, che appartiene fortemente all’uomo contemporaneo. Non per niente Kafka è considerato uno di quegli scrittori che più di altri ha saputo guardare lontano e analizzare e anticipare le contraddizioni e l’angoscia dell’uomo di oggi.

D:  Come mai proprio “Un digiunatore”, uno dei suoi racconti meno conosciuti?

R:  “Un digiunatore” è uno degli ultimi racconti scritti da Kafka e proprio pochi giorni prima di morire ne stava correggendo le bozze per un’edizione. Nella famosa lettera all’amico Max Brod, quella in cui chiede di distruggere quasi tutto ciò che ha scritto, tra i pochissimi testi che sceglie di salvare c’è proprio “Un Digiunatore”, segno che Kafka lo riteneva uno dei suoi lavori migliori, o comunque – lui sempre così esigente con se stesso e con la propria scrittura – qualcosa che egli giudicava compiuto. In effetti “Un digiunatore” è un racconto che sfiora la perfezione. Nel personaggio di un digiunatore di professione, di quelli che una volta erano esibiti come fenomeni da baraccone, c’è tutta la poesia, la struggente condizione umana di chi si sente diverso, lontano, incompreso; dell’artista che insegue caparbiamente la propria arte, a dispetto del favore o meno del pubblico.

D: Il digiunatore come un artista, dunque?

R:  Sì, in questo caso il digiunatore sente di avere un ruolo importante, di poter, attraverso il suo digiuno, essere testimone di una capacità umana quasi sovrannaturale. E’ a suo modo un funambolo, un indagatore dei limiti umani, qualcuno – oggi diremmo un performer – che sceglie di fare della sua vita un’opera d’arte.

D:  Cosa ha a che fare tutto questo con il teatro?

R:  Beh, oggi come oggi il teatro sta vivendo un momento difficilissimo, che assomiglia incredibilmente e tristemente al momento che, nel racconto, vive lo spettacolo del digiuno inteso come esibizione pubblica. Il digiunatore sente che i gusti del pubblico stanno cambiando, che la gente ricerca emozioni e divertimenti sempre nuovi, sempre più coinvolgenti, e capisce che il suo mestiere rischia di cadere nell’oblìo e scomparire.

D:  Anche il Teatro è dunque destinato a sparire?

R:  Non dico questo, ma di certo il teatro è un’esperienza che non può prescindere dalla presenza “dal vivo”, del rapporto unico spettatore-attore, del “qui e ora”, e dell’unicità dell’esperienza E’  insomma uno spettacolo che chiede un’attenzione, un coinvolgimento particolare, diverso dalla spersonalizzante presenza di uno schermo televisivo, tanto per fare un esempio. Il Teatro è un rapporto 1:1, è senza tempo, e il rischio che venga spazzato via dalla standardizzazione, dalla serialità, dalla ricerca di esperienze sempre più virtuali e sempre meno reali non è da sottovalutare. Ma è anche vero che il teatro ha dalla sua una capacità unica di coinvolgimento, che difficilmente può essere sostituita e che probabilmente lo preserverà dallo scomparire.

D:  Nello spettacolo si parla solo del digiunatore del racconto?

R:  No, lo spettacolo mette in scena anche Kafka stesso, e ne segue le ultime settimane di vita (quando si trovava nel sanatorio presso Vienna, dove si spense nel giugno 1924), e poi torna indietro nel tempo, attraverso i suoi ricordi. Si affrontano così temi come il ruolo della scrittura, la sua amata-odiata Praga, il rapporto conflittuale con il padre e il rapporto con Dora Diamant, la sua ultima compagna. Ma lo spettacolo affronta anche tematiche inusuali legate a Kafka come per esempio l’attrazione che egli aveva per il cinema.

D:  Kafka andava al cinema, dunque?

R:  Certo, sono giunte fino a noi alcune annotazioni a questo proposito. Kafka aveva un atteggiamento inizialmente diffidente verso la settima arte, ma poi, quasi suo malgrado, ne fu conquistato. Sappiamo persino quali furono i film che gli piacquero di più e di cui parlava volentieri.

D:  Dopo “Il Grande Mago”, il testo di Vittorio Moroni in cui hai interpretato un uomo di oggi che decide di cambiare sesso con tutte le problematiche legate alla paternità e al rapporto con la sua donna, ora ti cimenti in un personaggio “antico” come Kafka. Come mai?

R:  Perché Kafka era un’anima profonda, contraddittoria. Un uomo sensibilissimo, certo tormentato, ma allo stesso tempo con un lato fanciullesco e persino giocoso. Un grande poeta, un intellettuale, ma anche un uomo che amava la semplicità, la sobrietà, che ricercava una purezza spirituale. Un uomo con una fantasia illimitata e un grande mondo interiore. Un uomo, insomma, che racchiude in sé tanti aspetti diversi. Per un attore dunque un personaggio che contiene davvero grandi possibilità interpretative.

Molière: la recita di Versailles – Paolo Rossi al Teatro Vittoria

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La nuova commedia Molière: la recita di Versailles fa interagire la creatività di Stefano Massini, uno degli autori italiani più apprezzati e rappresentati anche all’estero, la verve del capocomico per eccellenza Paolo Rossi e l’esperienza scenica e visiva di un regista del calibro di Giampiero Solari nella riscrittura dell’Improvvisazione di Versailles, testo creato da Molière nel 1663. In Molière: la recita di Versailles vedremo alternarsi in scena Paolo
Rossi nelle vesti di Molière e Paolo Rossi capocomico che interpreta sé stesso intento a capitanare la sua compagnia. Il gioco di rimandi e parallelismi è continuo e profondo.

Il rapporto tra l’uomo Molière e le sue opere era strettissimo, proprio come accade in questa nuova commedia che vuol essere un anarchico viaggio nel tempo intessuto da folgoranti estratti da almeno tre dei capolavori di Molière come “Il Misantropo”, “Il Tartufo” ed “Il Malato immaginario”, per l’occasione tradotti e adattati dal drammaturgo Stefano Massini. In scena però, questi grandi capolavori di Molière non verranno attualizzati, ma vissuti dalla compagnia di oggi in un continuo gioco di specchi temporali con quella di fine Seicento. Uno spettacolo creato e ricreato ogni sera dall’estro di Paolo Rossi e di un’agguerrita compagine di attori.

«Molière mi attira perché subisco il fascino di quell’epoca; da capocomico, mi
sento vicino a lui, ai suoi problemi, sia nella vita sia nella gestione della quotidianità del teatro»
sostiene Rossi «mi attira perché è trasgressivo e innovatore, ma con ampio sguardo verso la tradizione».

La continua ricerca di una nuova cifra stilistica che rendeva ogni spettacolo di Molière un manifesto per una recitazione più naturalistica e al passo con i tempi, ci porta direttamente ai nostri giorni, come recita un passo dello spettacolo «Oggi recitano tutti, i commercialisti, i dottori, i politici. Quelli che recitano peggio sono gli attori, se continuano a recitare alla vecchia maniera». Paolo Rossi e Giampiero Solari teorizzano la coesistenza sul palco dell’attore, colui che conosce il mestiere, dei personaggi che evoca e interpreta, e della persona stessa: una compresenza scenica che permetterà un’improvvisazione rigorosa, agita da una compagnia di grande esperienza e professionalità che renderà ogni sera lo spettacolo veramente nuovo.

dal 2 al 12 febbraio 2017 ore 21.00 (domenica ore 17.30, mercoledì 8 ore 17.00)
TEATRO VITTORIA / ATTORI & TECNICI _ Piazza S. Maria Liberatrice 10, 00153 Roma (Testaccio)
Biglietti: intero platea 28, intero galleria 22 (compresi 3 euro di prevendita)
ridotti in convenzione: platea 21 e galleria 18 (compresi i 3 euro di prevendita)

Botteghino: 06 57 40 170 ; 06 57 40 598 _ lunedì (ore 16-19), martedì – sabato (ore 11- 20), domenica (ore 11-13.30 e 16-18)
Vendita on-line e info: www.teatrovittoria.it

UFFICIO STAMPA E PROMOZIONE : ARTINCONNESSIONE artinconnessione@gmail.com / www.artinconnessione.com
Chiara Crupi t. +39. 3932969668 _ Ufficio Stampa ,
Valeria Ranieri t. +39. 3930255428 dal lunedì al venerdì (ore 10-18)_ Ufficio Promozione

Per i più piccoli arriva il CIRCO PINOCCHIO al Teatro Vascello

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Dal 14 gennaio al 19 febbraio 2017 sabato ore 17.00   domenica ore 15.00

Matinee VENERDI’ 24 FEBBRAIO CARNEVALE H 10.30

CIRCO PINOCCHIO

di Leonardo Angelini

diretto da La compagnia dei Giovani del Teatro Vascello

interpretato da Valentina Bonci, Isabella Carle, Matteo Di Girolamo

Marco Ferrari, Chiara Mancuso, Valerio Russo, Pierfrancesco Scannavino, Chiara Lucisano

musiche Claudio Corona Belgrave

costumi e scene Clelia Catalano e Silvia Colafrancesco

illustrazione Marco Sebastiani

produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

in collaborazione con La Scuola Romana di Circo

C’era una volta un bambino vero, Pinocchio, che, abbandonati gli abiti di burattino, aprì un circo tutto suo, il Circo Pinocchio.

circo-pinocchio-teatro-vascelloLo spettacolo racconta il circo, i suoi colori, lo sfarzo, le risate, ma anche i sacrifici, le rinunce e le lacrime di cui questo mondo ha bisogno per splendere e regalare la sua magia. Per un’artista, la cosa più difficile è trovare equilibrio tra divertimento e disciplina, tra passione e compromesso e, proprio attraverso l’eroe di Carlo Collodi, esploriamo luci e ombre di questo binomio eterno.  Grazie ai suoi compagni d’avventura di sempre, anche loro acrobati e giocolieri, la Fata Turchina, Mangiafuoco, Gatto, Volpe e il grillo parlante, Pinocchio capirà come  superare le sue paure.

Davvero si può sopravvivere senza dire bugie?
Il burattino di Collodi, da quando è diventato umano – e adulto – ci prova con tutte le sue forze.
Per campare dirige un circo: la Fata Turchina volteggia ai trapezi, Mangiafuoco disegna fiamme nell’aria, il Gatto e la Volpe clowneggiano, il Grillo Parlante è il direttore di pista e Pinocchio il giocoliere.
Il Circo Pinocchio però è sempre più sgangherato: il Grillo soffre di balbuzie, la Fata è sovrappeso, Mangiafuoco è tutto fumo e niente fuoco, ed il Gatto e la Volpe, costretti a un’assoluta bontà e correttezza, non fanno ridere più nessuno.
Spinti dalla fame, i pigri e buffi compagni di Pinocchio cercano di convincerlo a dire qualche “innocente” bugia, per racimolare qualche spettatore in più. Lui però non si piega: in cuor suo è terrorizzato dalla possibilità di ritrasformarsi in un ciocco di legno. “Le bugie non si dicono!”, ordina agli altri.
La divertente commedia prende spunto dal capolavoro di Collodi, ribaltandone i ruoli. Riflette sui temi della menzogna e della bontà. La sincerità costa cara. Pinocchio, per potersela permettere, proverà a diventare il giocoliere più bravo del mondo e cercherà di convincere i suoi amici a migliorare attraverso l’impegno e il lavoro, a scegliere con il cuore tra ciò che è giusto e ciò che è facile.

circo-pinocchio-al-teatro-vascelloOrari:

sabato ore 17.00   domenica ore 15.00

Biglietteria:

Posto unico  10,00 €

Servizio di prenotazione 1,00 € a biglietto

Abbonamento 5 spettacoli a scelta 40,00 €

TEATRO VASCELLO

via Giacinto Carini, 78 – 00152 Roma

Tel. 06.5881021/06.5898031 promozione@teatrovascello.it

Con mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure: 44, 710, 870, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello