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Anelante, gente! Anelante

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Ultimo capitolo delle Civiltà Numeriche della coppia Rezza/Mastrella e ancora una volta la stravaganza e l’irriverenza dei due segna gli astanti senza possibilità di resa.

Divertente, coinvolgente, impegnato, sarcastico. Rezza elude ogni regola formale e trasforma il palco del Vascello in un container di situazioni surreali che colpiscono i presenti con la consueta forza dirompente. Fa ridere, Antonio, tra le parole e i prolungati silenzi (!) che promette ma non mantiene. Colpisce i genitori, la chiesa (fosse una novità), i dogmi sociali e le istituzioni. Gioca con i numeri partendo dal G20 e finendo al G5 (per carenza di interpreti). Fa parlare i grandi della politica, porgendo al pubblico il loro lato migliore, ossia il culo.

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Uno splendido dialogo surreale portato avanti da cinque culi che affacciati alle finestre ideate da Flavia, parlano un linguaggio loro, finché Antonio non irrompe bastonando con un manganello i poveri malcapitati. Ma il culo resiste, perché al Culo ci si affida, almeno fin quando non ci si rende conto di non averne più e allora si inizia a pregare, perché d’altronde “Dio altro non è che un surrogato del culo” .

Le risate sono garantite, naturali, veritiere e di pancia, come purtroppo sempre meno capita nelle sale teatrali. Almeno questo per il 99,9% dei presenti. Sì, perché il meglio si è consumato alla fine, quando uno, e solo uno spettatore, ha pensato bene di non applaudire, indispettito, a suo dire, dallo spettacolo visto. Antonio ha risposto come solo lui sa fare: “Se tutti ridono e solo tu stai zitto, il problema è il tuo!” L’uomo ha ribattuto con un insulto gratuito, lasciato correre da Antonio ma non dal resto del pubblico che ha rumoreggiato a ragione contro l’individuo in questione.

Forse aveva ragione Brecht: “Se la gente vuole vedere solo le cose che può capire, non dovrebbe andare a teatro; dovrebbe andare in bagno”.

(Claudio Miani)

Serata Kafka al Teatro Vascello

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La Serata Kafka che si avvale della preziosa interpretazione di un grande attore come Roberto Herlitzka, nasce come viaggio all’interno di alcuni brani tratti dall’opera di Franz Kafka, autore emblematico del ‘900. Nel percorso recitativo, Roberto Herlitzka, sarà accompagnato dalla musica Klezmer, segno evocativo dell’appartenenza dell’autore alla cultura ebraica, interpretata  dal vivo dal clarinetto del  musicista Alessandro Di Carlo e dalla fisarmonica di Adriano Di Carlo.

Nella scelta dei testi, tratti da Racconti e da Gli Aforismi di Zürau, sono stati privilegiati quelli ispirati alla dimensione noir, che mette in luce un Kafka acuto indagatore dei motivi della colpa e della condanna nella geografia misteriosa dell’anima umana. Assistiamo così ad una carrellata di soggetti impegnati a combattere un’Autorità inconoscibile in un mondo a sua volta indecifrabile fatto di segni che continuano a sfuggire ad ogni decodificazione, interrotti a tratti dai folgoranti lampi di ironia dell’autore.  Una sfida immane in cui i vari protagonisti rimangono a loro volta catturati e vittime del Meccanismo sovrastante.

SERATA KAFKA

Lunedì 19 dicembre ore 21,00

reading concerto da Racconti e Gli aforismi di Zürau di Franz Kafka

con Roberto Herlitzka

musica dal vivo Alessandro Di Carlo e Adriano Di Carlo

aiuto regia Elena Stabile

assistente alla regia Pamela Parafioriti

a cura di Teresa Pedroni

produzione La Compagnia Diritto&Rovescio

7 14 21 28. Antonio Rezza più irriverente che mai

download-17 14 21 28, lascia il segno. Quello indelebile di due mattatori, che del teatro fanno luogo di verità,  accuse, ironia e comicità. Un surreale viaggio a tracciare la realtà di uno stato confinato nella propria inettitudine e smascherato, a loro modo, da Antonio Rezza e Flavia Mastrella,  eccezionali, irriverenti ed eclettici cantastorie dei nostri giorni.

La prima al Teatro Vascello è stato un assoluto successo, di pubblico, di ritmo, di quella forza travolgente propria di chi, consapevole di viaggiare controcorrente, non fa nulla per mascherarlo ma, anzi, gonfia le proprie vele per spingersi a largo.

Il teatro decostruito di Antonio, senza trame e narrazione, si fonde alla perfezione con gli “abiti” minimali di Flavia dando corpo a quella voce che gioca tra la sensibilizzazione e l’accusa, neppure troppo velata, nei confronti di un governo/chiesa/comunicazione che gioca ad “inculare” il malcapitato di turno.

download-2Antonio riempie il palco per un’ora e passa dando sempre la sensazione di essere padrone, non tanto delle scelte sceniche, quanto piuttosto dei risvolti che le stesse hanno sul pubblico. Le risate si fondono agli applausi, alle riflessioni, alla consapevolezza che in fin dei conti basterebbe davvero poco per vivere in un Paese degno di esser chiamato tale, e invece siamo figli di una bandiera dove assieme al bianco e al rosso, serve aggiungere il verde per ottenere un degno color “merda”.

La meravigliosa arte dell’inganno

bustricE uno spettacolo teatrale dove il tema dell’inganno è il pretesto e il fine per una rappresentazione di arte varia con pantomima, giochi di prestigio, trasformismo e parte recitate.

Un racconto a tema dove il protagonista-autore Bustric, giocando con tanti, diversi elementi di abilità porta il pubblico nel mondo dell’immaginario e dell’assurdo. Bustric, non è solo prestigiatore è anche clown, mimo, fantasista, artista di varietà e music-hall.  E’ attore in senso pieno ed è poeta della meraviglia in scena. Il suo spettacolo si intitola appunto “La meravigliosa arte dell’inganno”. Non è forse inganno la finzione teatrale, non sono inganni le illusioni della vita, le bugie in cui vogliamo credere, i sogni che ci fanno fuggire meravigliosamente dalle delusioni di una realtà spesso povera e disadorna?

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Ed ecco allora Bustric accompagnarci in un suo racconto affabulato che con comica arguzia attraversa altri inganni della storia e della letteratura: il bacio traditore di Giuda, l’astuzia di Davide che vince Golia, il pugnale di Bruto contro Cesare, lo spettro del padre che appare ad Amleto. Ma soprattutto, con la sua aria di ometto ilare e triste tenero e beffardo, ci racconta una trepida storia da Luna – Park tra giostre e orchestrine o la fiaba di un principe russo che salva la sua amata da un mago cattivo, si tramuta in buffa silfide da “Lago dei cigni” o assume l’aspetto fiammeggiante di un demone mangiafuoco.

Biglietteria:

Posto unico  10,00 €

Servizio di prenotazione 1,00 € a biglietto

8 € a biglietto solo in matinee

Abbonamento cumulabile: 5 spettacoli a scelta 40,00 € l’abbonamento per il teatro Ragazzi deve essere ritirato una settimana prima

TEATRO VASCELLO

via Giacinto Carini, 78 – 00152 Roma

Tel. 06.5881021/06.5898031

www.teatrovascello.it promozione@teatrovascello.it

Il ritmo Dub per un Haberowski sopra le righe – Incontro con l’attore al Teatro Vascello

haber_bnUn irriverente e travolgente Alessandro Haber è andato in scena ieri al Teatro Vascello con la prima capitolina di Haberowski, personale interpretazione dell’attore nostrano dei testi di Charles Bukowski. Assieme a lui a rimpastare i testi dello scrittore americano, la tromba e il duduk di Andrea Guzzoletti, le musiche Dub di Alfa Romero e il visual di Olivander.

Haber non si è tirato indietro, è sceso nel fondo delle parole dello scrittore statunitense e a quattordici anni di distanza dal suo “Bukowski, confessioni di un genio”, torna a dar voce e corpo ad uno dei più grandi interpreti della letteratura del ‘900.

Proprio dal connubio perfetto tra verbale e non verbale è scaturito uno spettacolo intenso, vivo, tagliente, dove la sovrapposizione attore/scrittore fonde e confonde i contorni, dando vita ad emozioni in grado di trasportare il pubblico nelle brutture umane del quotidiano. L’Haber dalla voce sporca incarna un animo in perenne viaggio verso la liberazione degli affanni del presente, consapevole che il domani non darà traccia di miglioramenti e tutti, chi più chi meno, saremo vittime delle nostre sconfitte.

Haber fuma, beve, racconta, incarna. Entra nelle viscere dello scrittore e trasforma l’inadeguatezza dell’uomo Bukowski, nella consapevolezza dell’uomo Haber. E lo fa al ritmo dub di Alfa Romero, trascina i passi sul palco lasciando subito intendere con chi il pubblico avrà a che fare, inforca gli occhiali e trasforma la scena in un mondo distante, informale e anticonformista. Un mondo on the road che dalla strada prende e alla strada restituisce, senza mezzi termini, senza compromessi, senza se e ma.

haber-fotoE’ un fiume in piena l’attore nostrano, rapisce il tempo e imprigiona lo scorrere delle lancette nel ritmo incalzante delle parole, regalando un’interpretazione sopra le righe e un’ora e mezza di assoluta libertà formale.

Haberowski è davvero una stella, la nostra, quella di tutti coloro che ancora amano sognare, ubriacarsi di parole e non temere di dire Ti Amo.

Incontro con Alessandro Haber

Claudio Miani: Nel 2002 hai portato in scena Bukowski, con le tue Confessioni di un Genio e oggi, a distanza di 14 anni torni con Haberowski. Cosa è cambiato, non solo nel tuo lavoro, ma soprattutto nell’uomo Haber.

Alessandro Haber: E’ un lavoro differente. In verità ho sempre portato con me, Bukowski e dal 2002 ho deciso di non separarmene più. Ho spesso fatto reading anche da solo, con un leggio, poca luce, i testi di Bukowski e nulla di più. Mi piaceva quel mondo lì, quel suo essere così diretto, ironico, poetico e struggente, fuori dai canoni e poco convenzionale. Poi ho incontrato Manuel Bozzi, e abbiamo deciso di cimentarci in un progetto nuovo e più ardito, niente scenografia, ma solo un leggio e uno schermo che proietta immagini legate al mondo di Bukowski, ma non solo. E a questo si affianca il duo Alfa Romero con la loro musica Dub. Qui impersono un po’ me, un po’ Bukowski, un gioco degli specchi che mi ha permesso di non abbandonare questo incredibile personaggio.

il-visitatoreC. M.: Un Haber anticonformista che non si vende, ma sceglie cosa fare, capace di passare dal Freud di Il visitatore alle follie di Bukowski. Credi che ci siano similitudini tra i due lavori e tra le due figure di riferimento?

A.B.: Gli spettacoli sono di per sé differenti poiché ne Il visitatore interagivo con altri attori, ci confrontavamo con domande universali e riguardanti chiunque, qui siamo invece su un discorso diretto con il pubblico, vere e proprie fucilate volte a far riflettere. Potremmo dire che entrambi mirino ad aiutare l’uomo, seguendo ovviamente procedimenti differenti, da una parte Freud con la sua psicoanalisi, dall’altra Bukowski con la propria vita vissuta. Bisogna solo scegliere da che parte stare.

C.M.: Quanto c’è di Alessandro Haber nel testo che presenti al Teatro Vascello?

A.H.: Direi tantissimo. Mi sento assolutamente vero in questo ruolo e quando uno è vero diventa credibile. Ho cercato di avvicinarmi il più possibile a Bukowski, pensare e raccontare come lui farebbe. Bukowski è un personaggio senza tempo, se mi fermo a riflettere potrei dirti che di Bukowski, per il suo modo di intendere l’essere vero, ce ne sono stati moltissimi anche qui da noi, penso a Dario Fo, a Jannacci, a Gaber. Capaci di non allinearsi a nessuno e raccontare con la propria penna e verve la vita vissuta. Ti arrivo persino a citare Papa Francesco, altra figura capace di porsi al di fuori dei criteri convenzionali; tutti comunque in grado di ritrovarsi nella stessa matrice, nello stesso circo, nella stessa compagnia. Persone che hanno in comune la voglia di dare, mettersi in gioco, raccontare la propria visione della vita senza scendere a compromessi, ovviamente ognuno nel proprio campo e a proprio modo.

C.M.: Un’ultima domanda. Vedi oggi nel teatro italiano qualcuno in grado di riprendere il tuo percorso e riuscire a portare in scena con lo stesso successo spettacoli comici come Art e spettacoli classici come Zio Vanja, Bukowski, l’Avaro, tanto per citarne alcuni.

A.H.: Direi proprio di sì. Vedo molte persone con quella sana follia trasformista, penso a Germano, Popolizio, Servillo, tutti capaci di vivere quella strana frenesia, quella passione viscerale che conduce l’attore a divenire quello che non è, con la capacità celare al pubblico la propria identità per riappropriarsene solo a sipario chiuso.

(Claudio Miani)

Corpo+Corpo = Corpo al quadrato

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Il teatro di Antonio Rezza è nel suo corpo. Non esistono altri esempi in Italia – e per quello che ne sappiamo nel resto d’Europa e nel mondo. È nelle sue ossa, dentro ogni fibra o muscolo, lungo la sua epidermide, tutto è teatro e spettacolo. E anche la voce è corpo, frutto di una manipolazione fisica senza sosta, in grado di risuonare improvvisamente dalle zone più nascoste.

Dopo più di vent’anni di carriera quel corpo è ancora lì, capace di saltare come un elastico in un fisico atletico da altri tempi, ancora pronto a darsi in pasto al pubblico, ogni volta protagonista più che di un rito di vere e proprie battaglie dalle quali sembra uscire sempre un solo vincitore. Rezza è un gladiatore, un matador dell’arte scenica che risponde al sacrificio del corpo con la dominazione della mente. Fino a un paio di spettacoli fa al pubblico veniva chiesto di ripagare il sacrificio del corpo con la partecipazione – o in certi casi bisognerebbe parlare di sottomissione – totale. Lo spettatore rischiava di entrare nell’opera come uno dei tanti segni utilizzati, alla stregua di un oggetto, parte di una follia dadaista in cui apparentemente non vi è gerarchia alcuna – tra i segni, i contenuti e la loro successione. Di quelle stagioni in platea è rimasta quasi la paura e l’eccitazione che ne deriva, talvolta è lo stesso Rezza a ricordarlo: se durante gli applausi hai il coraggio di alzarti prima degli altri sappi che la pagherai cara.

13235__antoniorezza2canelanteDopo qualche momento, dietro a una quintatura sghemba e mobile, una sorta di teatrino/navicella, cominciano ad apparire mani, teste e braccia, corpi che non sono quello del performer, ma che in realtà sono quasi delle proiezioni. Rezza ci aveva già abituato negli ultimi lavori alla collaborazione con Ivan Bellavista, ma in questo caso quello sdoppiamento del corpo in cui finivano le moltitudini di apparizioni mentali partorisce fino a quattro volte. L’azione fisica e scenografica è coadiuvata dai giovani Manolo Muoio, Chiara A.Perrini, Enzo Di Norscia, oltre che dal già citato Bellavista. Non sono personaggi, come d’altronde non lo sono neanche quelli del protagonista, ma sono più che altro delle emanazioni e in taluni casi degli amplificatori di forza.Eppure ora su quel corpo inevitabilmente cominciano a contarsi i natali di mezzo secolo, se il fisico e il fiato ancora reggono nel viso si fanno strada dei solchi che non fanno altro che rendere la maschera smunta più detestabile, incattivita, cinica. Come d’altronde è il teatro dell’artista di Nettuno, cinico e senza speranza, dove l’unica salvezza è in quella risata catartica che più che un fine è una punteggiatura, matematica rappresentazione dell’infinita battaglia tra corpo e mente, ma anche lascito popolare di un’avanguardia artistica costantemente in lotta con la normalizzazione.

Arrivato a questo punto, il duo – perché voce e corpo non sono scindibili dagli ambienti scenici di Flavia Mastrella – aveva già dimostrato tutto o quasi infischiandosene di qualsiasi tabù teatrale e più in genere artistico, diventando quella che in molti hanno spesso chiamato “anomalia”, ovvero l’utopia realizzata di un teatro d’arte popolare, anzi da tutto esaurito. Ora però, condannato al sold out eterno, Antonio Rezza dopo tre anni di assenza da nuove creazioni è tornato al Teatro Vascello e la novità salta subito agli occhi: Analente è un lavoro corale?

anelante-rezzamastrella-foto-giulio-mazzi-img_8582Allora di cosa parla questo Anelante? Ecco appunto, non parla, ma “è”. In ogni momento è qualcosa di diverso che muta ai nostri occhi, in uno stimolo continuo, in un gioco di rimandi in cui lo spettatore non può fisicamente addormentarsi perché continuamente sollecitato da corpi e pensieri che diventano mostri anche quando sembrano innocenti scherzi. Certo, il pubblico è tentato di prendere con sé quei brandelli di quotidianità di cui il palco a un certo punto inizia a popolarsi: la matematica della prima scena, Copernico, Pitagora, la fisica quantistica, Keplero, una possibile adolescenza in cui una maestra miope aveva negato proprio a lui il palco per la recita – «tu pensa che si è perso il teatro ragazzi» – e poi i temi attuali, le pensioni, il potere e i grandi della terra che si incontrano. Ma siamo trascinati da un fiume in piena che sputa e inghiotte senza sosta. Così spuntano anche Dio e Freud, o meglio il continuo attacco e derisione alle teorie freudiane, perché in fondo l’austriaco rispetto a L’interpretazione dei sogni «è stato solo fortunato, che a un certo punto la gente c’ha sonno. C’ha costruito un impero economico». Se gli altri performer hanno il compito di espandere il corpo e talvolta la voce divenendo in un paio di occasioni una sorta di orchestra futurista, a tirare i fili del pensiero è sempre Rezza che in una struttura circolare comincia da se stesso e dopo aver bombardato qualsiasi punto fermo del nostro inconscio collettivo torna nelle profondità di un io disperso nei ricordi di un bambino alle prese con la madre dai modi tedeschi e il padre assente… al pubblico la possibilità di (non) cercarvi ancora una volta un significato.Tutti insieme concorrono però a portarsi di tanto in tanto, sulle spalle, i fantasmi di una flebile traccia narrativa, o sarebbe meglio dire, logica. Perché anche qui, come sempre accade nel teatro di Rezza e Mastrella non ci sono storie da raccontare, ma allo stesso tempo l’autore non lascia del tutto chiusa la porta alla realtà, più che altro la apre e la chiude con ritmi alogici e antinarrativi, di modo che questa possa entrare a sorpresa, spezzettata, frantumata, senza il corollario di sovrastrutture sociali con cui siamo abituati a guardarla e così ne possa uscire rimasticata disordinatamente per apparire nuda e costellata di dubbi e incertezze.

(Andrea Pacosgnich, TeatroeCritica.net)