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Coppie allo specchio. “Exile Lonelidays#2″Teatro dei Conciatori

lonelidays2-no-creditiVediamo entrare in una camera d’albergo una  coppia di mezza età, cominciano a spogliarsi e poi a giocare ora come bambini, ora più maliziosamente tra loro al fine di trovare una complicità sessuale, ma quando il desiderio sembra finalmente acceso, sul più bello il bottone della camicia di lui si inceppa e la verve erotica svanisce. Continue reading “Coppie allo specchio. “Exile Lonelidays#2″Teatro dei Conciatori”

Intervista a Luca De Bei che presenta il suo “Kafka, il digiunatore”

De Bei 2017 - 2.jpgAl Teatro dei Conciatori, da domani,  31 gennaio al 12 febbraio, Luca De Bei proporrà in prima nazionale il suo nuovo lavoro tratto da Franz Kafka: KAFKA IL DIGIUNATORE, diretto ed interpretato dallo stesso Luca De Bei. Lo facciamo raccontare dallo stesso regista.

D:  Come mai uno spettacolo su Kafka?

R:  Amo da sempre questo autore che, a volte e a torto, è giudicato un autore “difficile” e “pesante”. In realtà i suoi testi sono pervasi da molta ironia e da una forte teatralità. La sua modernità è indiscutibile, visto che pochi come lui sono stati capaci di scendere negli abissi dell’animo umano e al contempo di inquadrare l’umana esistenza in un contesto surreale e spersonalizzante. Una condizione, questa, che appartiene fortemente all’uomo contemporaneo. Non per niente Kafka è considerato uno di quegli scrittori che più di altri ha saputo guardare lontano e analizzare e anticipare le contraddizioni e l’angoscia dell’uomo di oggi.

D:  Come mai proprio “Un digiunatore”, uno dei suoi racconti meno conosciuti?

R:  “Un digiunatore” è uno degli ultimi racconti scritti da Kafka e proprio pochi giorni prima di morire ne stava correggendo le bozze per un’edizione. Nella famosa lettera all’amico Max Brod, quella in cui chiede di distruggere quasi tutto ciò che ha scritto, tra i pochissimi testi che sceglie di salvare c’è proprio “Un Digiunatore”, segno che Kafka lo riteneva uno dei suoi lavori migliori, o comunque – lui sempre così esigente con se stesso e con la propria scrittura – qualcosa che egli giudicava compiuto. In effetti “Un digiunatore” è un racconto che sfiora la perfezione. Nel personaggio di un digiunatore di professione, di quelli che una volta erano esibiti come fenomeni da baraccone, c’è tutta la poesia, la struggente condizione umana di chi si sente diverso, lontano, incompreso; dell’artista che insegue caparbiamente la propria arte, a dispetto del favore o meno del pubblico.

D: Il digiunatore come un artista, dunque?

R:  Sì, in questo caso il digiunatore sente di avere un ruolo importante, di poter, attraverso il suo digiuno, essere testimone di una capacità umana quasi sovrannaturale. E’ a suo modo un funambolo, un indagatore dei limiti umani, qualcuno – oggi diremmo un performer – che sceglie di fare della sua vita un’opera d’arte.

D:  Cosa ha a che fare tutto questo con il teatro?

R:  Beh, oggi come oggi il teatro sta vivendo un momento difficilissimo, che assomiglia incredibilmente e tristemente al momento che, nel racconto, vive lo spettacolo del digiuno inteso come esibizione pubblica. Il digiunatore sente che i gusti del pubblico stanno cambiando, che la gente ricerca emozioni e divertimenti sempre nuovi, sempre più coinvolgenti, e capisce che il suo mestiere rischia di cadere nell’oblìo e scomparire.

D:  Anche il Teatro è dunque destinato a sparire?

R:  Non dico questo, ma di certo il teatro è un’esperienza che non può prescindere dalla presenza “dal vivo”, del rapporto unico spettatore-attore, del “qui e ora”, e dell’unicità dell’esperienza E’  insomma uno spettacolo che chiede un’attenzione, un coinvolgimento particolare, diverso dalla spersonalizzante presenza di uno schermo televisivo, tanto per fare un esempio. Il Teatro è un rapporto 1:1, è senza tempo, e il rischio che venga spazzato via dalla standardizzazione, dalla serialità, dalla ricerca di esperienze sempre più virtuali e sempre meno reali non è da sottovalutare. Ma è anche vero che il teatro ha dalla sua una capacità unica di coinvolgimento, che difficilmente può essere sostituita e che probabilmente lo preserverà dallo scomparire.

D:  Nello spettacolo si parla solo del digiunatore del racconto?

R:  No, lo spettacolo mette in scena anche Kafka stesso, e ne segue le ultime settimane di vita (quando si trovava nel sanatorio presso Vienna, dove si spense nel giugno 1924), e poi torna indietro nel tempo, attraverso i suoi ricordi. Si affrontano così temi come il ruolo della scrittura, la sua amata-odiata Praga, il rapporto conflittuale con il padre e il rapporto con Dora Diamant, la sua ultima compagna. Ma lo spettacolo affronta anche tematiche inusuali legate a Kafka come per esempio l’attrazione che egli aveva per il cinema.

D:  Kafka andava al cinema, dunque?

R:  Certo, sono giunte fino a noi alcune annotazioni a questo proposito. Kafka aveva un atteggiamento inizialmente diffidente verso la settima arte, ma poi, quasi suo malgrado, ne fu conquistato. Sappiamo persino quali furono i film che gli piacquero di più e di cui parlava volentieri.

D:  Dopo “Il Grande Mago”, il testo di Vittorio Moroni in cui hai interpretato un uomo di oggi che decide di cambiare sesso con tutte le problematiche legate alla paternità e al rapporto con la sua donna, ora ti cimenti in un personaggio “antico” come Kafka. Come mai?

R:  Perché Kafka era un’anima profonda, contraddittoria. Un uomo sensibilissimo, certo tormentato, ma allo stesso tempo con un lato fanciullesco e persino giocoso. Un grande poeta, un intellettuale, ma anche un uomo che amava la semplicità, la sobrietà, che ricercava una purezza spirituale. Un uomo con una fantasia illimitata e un grande mondo interiore. Un uomo, insomma, che racchiude in sé tanti aspetti diversi. Per un attore dunque un personaggio che contiene davvero grandi possibilità interpretative.

Cabaret a Netanya, dal 17 gennaio al Teatro dei Conciatori

Cabaret_Sorbello.jpgAl Teatro dei Conciatori, dal 17 al 22 gennaio sarà in scena CABARET A NETANYA

Testo e regia a cura di Mario Sorbello. Protagonisti: Mario Sorbello, G. Carbone e M.L. Lombardo

Una telefonata inattesa, un amico di infanzia e una stravagante richiesta: assistere ad una serata di cabaret per cercare di cogliere ciò che le persone percepiscono di lui. Lui è Dova’ le, un comico che, approfittando della serata e del suo compleanno, racconta al pubblico la storia di un omicidio dove non si sa chi è la vittima, l’assassino o chi è stato assassinato per tutta la vita. Il racconto narra in chiave comica il primo funerale di Dova’ le che, costretto come tanti ebrei a frequentare un campeggio paramilitare, un giorno viene obbligato ad andare ad un funerale molto distante dal  campeggio. Nel lungo viaggio il piccolo ebreo cerca di richiamare in mente i ricordi più belli di entrambi i genitori, considerato che non aveva fratelli e che le famiglie di entrambi i genitori erano stati oggetto della Shoah. Ma racconta soprattutto dello stupro della madre avvenuto per mano di tre polacchi ferrovieri.

Questo cabarettista comico ma triste, a tratti carismatico e affascinante, con il suo racconto intervallato da gag e barzellette attualizza la Shoah patita soprattutto dalla madre confrontandola con la situazione attuale data dal conflitto tra israeliani e palestinesi. In questo modo, il dramma della Shoah e il peso della storia, le difficoltà nel venire a patti con essa, il confronto con la morte, la famiglia e l’amicizia sono tutti gli ingredienti di questa storia paradossale, drammatica e persino violenta sull’ anima di un ragazzo di soli 14 anni.

Un comico che non ha da chiedere più nulla alla vita ma che cerca attraverso la sua storia di dare la speranza a due popoli in perenne conflitto.

Ufficio Stampa Teatro dei Conciatori

Agenzia Maya Amenduni – @Comunicazione

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