Tag: olocausto

La Vita è bella compie vent’anni, un intramontabile inno alla vita

di Cristina Peretti

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È con la sua interpretazione di Guido Orefice nel film “La Vita è bella”, di cui è anche registra, che Roberto Benigni, attore, comico e sceneggiatore italiano, conquista l’Oscar al miglior attore nel 1999. Ma non finisce qua, nel corso degli anni il film riceve innumerevoli riconoscimenti: tra cui nove David di Donatello, cinque Nastri D’Argento, cinque Globi D’Oro e altri due Oscar, quello per il miglior film straniero e quello per la miglior colonna sonora, a opera del noto compositore italiano Nicola Piovani. Continue reading “La Vita è bella compie vent’anni, un intramontabile inno alla vita”

Lo zoo di Varsavia preso dai nazisti. Chi sono le vere bestie?

di Gabriella Zullo

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Nel ’39 le truppe di Hitler erano arrivate anche in Polonia e subito dopo l’invasione vennero istituiti numerosi ghetti tra cui quello della capitale dove vivevano “troppi” ebrei. I campi della morte nazisti cominciarono a essere attivi nel dicembre del ’41. Quello di Treblinka fu aperto il 22 luglio 1942 e qui, tra luglio e settembre, vennero deportati 265 mila ebrei da Varsavia. Continue reading “Lo zoo di Varsavia preso dai nazisti. Chi sono le vere bestie?”

Oltre l’immagine della satira. Train de Vie, il capolavoro di Radu Mihăileanu

Anni ’40. Shlomo preavvisa gli abitanti del suo villaggio shtetl, in Europa dell’Est, che i soldati nazisti stanno arrivando da loro: per salvare la pelle, lancia l’idea di costruirsi un treno per fingere di deportarsi e fuggire in Palestina. Per farlo, metà degli abitanti si travestirà da soldato tedesco e l’altra metà da deportato…

In breve. Uno dei migliori film mai realizzati sull’argomento olocausto, un perfetto equilibrio tra tragico e comico: da vedere.

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Si può trattare in modo ironico o satirico l’olocausto, senza retorica e senza scadere in sfottò di bassa lega, i quali finirebbero per giustificare quegli orrendi fatti? A guardare “Train de vie” del regista rumeno Radu Mihăileanu, sembrerebbe proprio di sì: questo film gioca un ruolo essenziale nella cinematografia del genere, solitamente propensa a presentare solo storie tragiche (come è giusto che sia, in fondo), ma focalizzando la visuale sull’ottica di un protagonista (una vittima o, più raramente, un carnefice).

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I film sull’Olocausto, al di là di eccezioni molto specifiche, possiedono come difetto la capacità involontaria di sminuire o alleggerire i fatti, presi come sono da un meccanismo di ideologizzare o “voler sembrare” in un certo modo (ad esempio, La settima stanza di Márta Mészáros si concreta sul contraddittorio misticismo della protagonista tralasciando deliberatamente, per dire, il rapporto ambiguo tra chiesa e nazismo). Si ammette infatti, di voler concentrare l’attenzione esclusivamente sul protagonista e i suoi drammi personali, per rendere la massima empatia con il pubblico: ma ciò, di fatto, finisce troppo spesso per mettere in secondo piano lo scenario che, nel caso del nazismo, è invece fondamentale. C’è una mentalità che degenera, un modo malato da rappresentare: e pochi film lo sanno fare come “Train de vie“. Si ironizza su una tragedia senza sminuirne la portata, giocando su un equilibrio delicatissimo e, soprattutto, in modo credibile: e nel frattempo uno dei protagonisti si chiede quanto potrà mai costare un biglietto per la Palestina, oppure “se deportarsi da soli ti sembri da sani di mente”.

Train de vie è una successione incalzante di eventi, che alternano tradizioni yiddish (una parodia del tedesco con dentro l’umorismo, si dice all’inizio, ed è un po’ questa la chiave di lettura più vera dell’opera) ad imperdibili siparietti parodistici: i personaggi che si dividono in fazioni politiche o religiose, del resto, è degno di un film dei Monty Python. il finale, poi, è un’autentica sorpresa, che solo la visione completa del film potrà far gustare appieno.

Train de vie può essere considerato, senza mezzi termini, un capolavoro del genere, proprio perché mostra uno scenario verosimile, possiede una visione globale della cultura e della società dell’epoca, con la capacità di fare satira efficace in chiave anti-nazista, ma rifiutando al tempo stesso qualsiasi collocazione aprioristica in una religione o un’ideologia. Buona, ed incalzante, colonna sonora di Goran Bregovic.

La (non)memoria di Cynthia Ozick

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Riprendiamo il nostro viaggio nella letteratura al femminile riproponendo questa splendida intervista dell’inviata del Corriere della Sera, Alessandra Farkas, che nel 2009 si sedette a parlare con la scrittrice Cynthia Ozick, autrice dello bellissimo Lo scialle.

«Concordo pienamente con la decisione spagnola di annullare la commemorazione pubblica delle vittime dell’Olocausto. Ovviamente per motivi ben diversi dai loro. E anzi invito i governi europei ad abrogare il Giorno della Memoria perché non ne sono degni e perché, ancora una volta, mostrano d’essere dalla parte di chi commise la Shoah». È tremula e piena d’angoscia la voce di Cynthia Ozick, la scrittrice statunitense autrice di capolavori della letteratura ebraica moderna quali Lo scialle, Il Rabbino pagano e Il Messia di Stoccolma. «Sono profondamente disperata — spiega —. Alcune settimane fa pensavo d’essere ripiombata nel 1933. Mi sbagliavo: è di nuovo il 1938: una nuova Kristallnacht (la Notte dei Cristalli ndr)».

Che cosa intende dire?
«L’Europa ha riesumato la condanna del sangue: una tradizione antisemita iniziata nel Medioevo che accusa gli ebrei-demoni d’omicidio. L’antisemitismo è riesploso nel mondo islamico e l’Europa vi si è aggregata come un’orda di lupi. Oggi tutto il mondo è un lupo che abbaia. Ma se l’ultima volta che gli ebrei erano impotenti e indifesi nessuno ha mosso un dito, oggi, grazie a Dio, hanno le armi».

Molti accusano Israele di usarle per compiere un genocidio.
«Come si può usare la parole genocidio per descrivere l’autodifesa di un popolo contro un gruppo che dichiara apertamente di volerlo annientare? Per otto anni Israele ha porto l’altra guancia di fronte alla pioggia di migliaia di missili: è il momento di reagire».

Israele sta perdendo la guerra dei media.
«Le foto dei civili palestinesi sono orribili, proprio come quelle dei tedeschi che nel 1945 vagavano tra le macerie di una Berlino distrutta, in cerca di qualcosa da mangiare. La responsabilità dietro le immagini è la stessa».

Però le foto delle vittime nella scuola delle Nazioni Unite bombardata a Gaza non aiutano la causa di Israele.
«Scuole ed ospedali di Gaza sono pieni di trappole esplosive. Esistono foto che documentano lancia-razzi sul tetto e miliziani di Hamas che trascinano i loro figli per usarli come scudi umani. Vergogna all’Europa, che chiude gli occhi di fronte alla crociata genocida di Hamas e all’empietà con cui tormenta il suo popolo, tenendolo ostaggio e usandolo come riparo alla propria spietata codardia».

E la sproporzione fra i morti palestinesi e quelli israeliani?
«Esiste perché Israele tiene i suoi civili nascosti nei rifugi, dove i bambini ebrei sono ormai di casa da otto anni. A Gaza i terroristi di Hamas si rifiutano di costruire rifugi, circondandosi al contrario di mogli, madri e bambini per lanciare i loro razzi dal focolare domestico. Spesso costringendoli a missioni suicide. Hamas viola il principio base della legge internazionale, che richiede ai combattenti d’indossare un’uniforme».

Anche la stampa statunitense sta diventando anti-israeliana?
«È colpa della sinistra radicale: i cuori che dovrebbero pulsare di compassione progressista si sono alleati ai jihadisti. Ma in America il fenomeno è minore rispetto all’Europa. Anche il New York Times si è svegliato per denunciare, tardi, l’uso dei civili come scudi umani».

Che cosa c’è dietro questa ondata di antisemitismo?
«Lo chiamano l’odio più antico. E comunque la domanda andrebbe posta agli antisemiti, non ad un ebreo. Penso che l’Europa stia sfogando gli effetti della propria colpa, incriminando Israele e il popolo ebraico per i misfatti da lei stessa commessi. L’Europa dice: “Come potete chiamarci colpevoli quando voi stessi lo siete”?».

L’obbiettivo?
«Cancellare la propria responsabilità rispetto all’Olocausto. Questa è la psicologia che anima gli europei ed è per questo che bisogna annullare il Giorno della Memoria, che il vecchio continente ha irrimediabilmente imbrattato di fango».

Cosa dovrebbe fare adesso Israele?
«Deve continuare a fare ciò che sta facendo. È una vergogna che il mondo rimproveri agli ebrei di non essere indifesi e di parlare come nazione sovrana. Se Gaza avesse interrotto la pioggia di razzi oggi non ci sarebbe questa guerra. A Gaza c’è stata un’elezione democratica dove adulti pensanti hanno liberamente eletto Hamas, diventando complici consapevoli delle sue mire genocide sul popolo di Israele».

Come andrà a finire?
«Sono pessimista di fronte a un mondo capovolto che mostra compassione soltanto per gli assassini. Oggi le vittime sono diventate carnefici e viceversa, e se la giuria del mondo è tanto confusa, sarà la fine stessa della civiltà».

(Alessandra Farkas)