Luis Alfredo Garavito, il serial killer che terrorizzò la Colombia

Soprannominato Tribilin (“Pippo” per la sua somiglianza con il celebre personaggio dei fumetti), ma anche La Bestia, El Loco e Il Prete, Luis Alfredo Garavito ha rapito, stuprato, seviziato e decapitato otre 150 bambini. A oggi sta scontando la pena in una cella d’isolamento all’interno del carcere di massima sicurezza a Valledupar, ma tra un paio d’anni potrebbe anche essere rilasciato.

Addio a Cicely Tyson, l’attrice di “Sounder”

L’iconica attrice afroamericana Cicely Tyson è scomparsa questo 28 Gennaio all’età di 96 anni. Nota soprattutto per le sue interpretazioni in Sounder e Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, Cicely lascia un vuoto incolmabile nel mondo del cinema.

Nerina Toci a caccia dell’eterno nel tempo e nello spazio

A quattro anni da L’immagine è l’unico ricordo che ho, la fotografa siciliana di origine albanese, Nerina Toci, torna a raccontare coi suoi unici scatti il senso dell’esistenza, la fascinazione del corpo e la costante ricerca del femmineo in relazione alle coordinate della propria realtà.

Il disegno dello scultore: Henry Moore al Museo Novecento

È così che dopo quasi cinquant’anni dalla memorabile mostra a Forte Belvedere del 1972 torna Henry Moore a Firenze, con un’esposizione al Museo del Novecento: Henry Moore. Il disegno dello scultore. Inaugurata il 18 gennaio 2021, la mostra sembra quasi una reazione, una spinta positiva contro la prolungata chiusura degli spazi dedicati all’arte. È il sintomo che l’arte non è disposta a restare in silenzio, e ce lo ricorda Henry Moore con la sua mostra, curata da Sebastiano Barassi, Head of Henry Moore Collections and Exhibitions e Sergio Risaliti, Direttore artistico del Museo Novecento.

La mostra ospita una selezione di disegni dell’artista inglese insieme a grafiche e sculture.

Henry Moore. Il disegno dello scultore vuole essere un dono alla città che ha sofferto una crisi pandemica drammatica e che sta uscendo a fatica ma con coraggio e orgoglio da questa situazione così difficile. La presenza in questo momento storico delle opere di Henry Moore a Firenze è anche un richiamo alla forza dell’arte nelle massime difficoltà umane e sociali” è ciò che ha detto Sergio Risaliti.

L’arte come forza e propulsione necessaria all’uomo per andare avanti, per superare le difficoltà. È questa la voce che è stata data a Henry Moore nello spazio del Museo del Novecento, che ha voluto ricordare l’artista non solo come scultore, ma anche come disegnatore. Un connubio, quello fra scultura e disegno, estremamente importante per Moore, come lui stesso ha affermato: “’L’osservazione della natura è decisiva nella vita dell’artista. Grazie a essa anche lo scultore arricchisce la propria conoscenza della forma, trova nutrimento per la propria ispirazione e mantiene la freschezza di visione, evitando di cristallizzarsi nella ripetizione di formule”. Il disegno diventa il tramite per osservare la natura.

Lo scopo principale dei miei disegni è di aiutarmi a scolpire. Il disegno è infatti un mezzo per generare idee per la scultura, per estrarre da sé l’idea iniziale, per organizzare le idee e per provare a svilupparle…Mi servo del disegno anche come metodo di studio e osservazione della natura (studi di nudo, di conchiglie, di ossi e altro). Mi accade anche, a volte, di disegnare per il puro piacere di farlo”, ha dichiarato Moore.

La città di Firenze, così importante per lo scultore, accoglie nuovamente le sue opere. Moore, infatti nasce nello Yorkshire nel 1898, ma compie il suo primo viaggio a Firenze nel 1925 e fu subito colpito dai maestri Giotto, Masaccio, Donatello, Michelangelo. È dai maestri del passato che Moore sviluppa poi l’interesse per gli artisti del suo Novecento, in particolare Brancusi e Picasso.

L’amore per la Toscana portò Moore in Versilia per lavorare con i marmisti locali. Nel 1957 giunse per la prima volta a Forte dei Marmi per produrre una scultura commissionata dall’Unesco di Parigi.
Questa esperienza portò Moore ad abbandonare il bronzo per il marmo, che divenne il suo materiale prediletto.
Un grande legame con la Toscana e con la sua arte che viene celebrato nuovamente nella cornice di Firenze.

L’esposizione segue le fasi dell’artista, i suoi diversi periodi della carriera: il paesaggio roccioso, lo studio sulla natura e la forma umana, le forme primordiali sino all’imponente cranio di elefante, situato nella sala al piano terra, oggetto di studio sul quale Moore ha realizzato una serie di incisioni.

La mostra sarà disponibile fino al 18 luglio.

Credit: Linkiesta; Museo Novecento

Chiara Volponi

I film più attesi del 2021

Malgrado i cinema siano al momento chiusi e da quasi un anno il calendario delle uscite cinematografiche sia vittima di un ripetuto effetto domino di pellicole che sarebbero dovute uscire, ma che di fatto sono state rimandate, e che nel peggiore dei casi non hanno ancora una data ufficiale, noi di Out Out Magazine vogliamo anticiparvi i film più attesi di questo 2021. Di seguito una breve carrellata.

Bergman: l’altro lato del regista – Tre autobiografie che raccontano la sua vita

Ingmar Bergman. Solo il nome basta per richiamare alla memoria di tutti alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema: Il settimo sigillo (1957); Il posto delle fragole (1957); Persona (1966) e moltissimi altri…

Ma prima di essere un regista, Bergman nacque come scrittore, ed in particolare come scrittore teatrale.

La sua produzione iniziale conta ben 12 drammi teatrali.

La scrittura fin dall’inizio ha segnato per Bergman un punto cardine nel suo lavoro come regista. Scrittura come mezzo per esorcizzare il rigore della sua vita, ed in particolare la durezza della sua infanzia dovuta all’educazione del padre, Erik, pastore luterano che impartiva al giovane Ingmar, a suo fratello maggiore e sua sorella minore degli insegnamenti molto severi, dettati da un rigore assoluto.

Il padre di Ingmar Bergman, Erik Bergman.

Nati di domenica (1993), Con le migliori intenzioni (1994), Conversazioni private (1996) sono tre libri scritti da Bergman dopo che aveva abbandonato la carriera di regista per dedicarsi a quella di scrittura, teatrale e non. Editi da Garzanti, questi tre libri sono uniti da un filo rosso che è quello autobiografico della vita di Bergman.

Tre romanzi, una sola tematica, quella della famiglia. Per ciascuno di questi libri Bergman segmenta e scardina la sua vita privata e quella dei suoi genitori, portando alla luce sentimenti, ricordi, passioni, dolore e trasformando i ricordi privati di una singola persona in argomenti universali.

Nati di domenica (titolo originale: Söndagsbarn; Garzanti, 1993, collana I Coriandoli, trad. Carmen Giorgetti Cima) è un libro autobiografico che racconta l’infanzia di Bergman. Ma all’interno del racconto della sua vita, delle sue origini, confluiscono un insieme di principi che rendono la storia importante non soltanto per Bergman stesso, ma per tutti. Il regista infatti riesce, attraverso l’abilità della sua scrittura, a rendere un racconto privato, come la sua vita, denso di valori che non sono soltanto quelli personali dell’autore, ma hanno un’apertura molto più vasta e riescono a parlare al lettore, rivelando non soltanto dei meri fatti sulla sua vita privata, ma rispondono anche a domande che sono frequenti all’interno del lavoro di Bergman: la divisione fra realtà ed immaginazione, l’importanza dell’infanzia nella vita complessiva di una persona, la comprensione del mistero della vita e della morte.

Fondamentale qui è il rapporto che il giovane Pu – vezzeggiativo che viene usato per chiamare il giovane Bergman, proprio come erano soliti chiamarlo i suoi familiari – ha con il padre, rigoroso pastore protestante luterano. Il libro si snoda attorno al legame che si forma durante la gita che Pu compie con il padre nel piccolo paese di Grånäs, dove Erik Bergman è stato invitato a recitare la messa domenicale.
Il libro prende il nome da una leggenda nordica che la domestica di Pu gli racconta il giorno prima della partenza con il padre: le persone nate di domenica nel giorno della festa della Trasfigurazione di Cristo – che è proprio il giorno della partenza con il padre – se si recano all’alba sul luogo di una persona che si è tolta la vita, possono apprendere molti segreti sul mistero della morte e della vita.
E così prosegue il racconto, colto dagli occhi sensibili del piccolo protagonista, che è il filtro stesso degli occhi del lettore, capace di cogliere il significato di ogni singola azione nel racconto, la quale, grazie alla scrittura di Bergman, si riempie di significato.

Con le migliori intenzioni (Den goda viljan, traduzione di Carmen Giorgetti Cima, Garzanti, 1994) può essere definito un romanzo storico che Bergman ha realizzato raccogliendo alcuni album fotografici nei quali si raccontava la storia dei suoi genitori e dei suoi avi. Il libro diventa un romanzo quasi epico sulla Svezia del periodo, nel quale si racconta la passione dei due genitori dello scrittore, Henrik e Anna. Lo stile fortemente sceneggiativo del romanzo ha permesso che Con le migliori intenzioni diventasse un film, nel 1992, diretto da Bille August, allievo di Bergman.

Conversazioni private (Enskilda samtal) è il racconto di un adulterio, quello di Anna, madre di Ingmar, che tradisce il marito Henrik (il nome del padre di Bergman nel romanzo) con Tomas, un giovane studente di teologia. L’amore per Tomas risveglierà in Anna la passione che si era ormai assopita con il matrimonio. Cinque sono le conversazioni private che Anna svolge con la madre, col marito, con l’amante, con il confessore e con l’amica. Ma prima di tutto sono conversazioni con sé stessa. Un dramma diviso in cinque atti che rovesceranno la stabilità di un rapporto. Anche questo libro ha dato alla vita l’omonimo film, diretto da Liv Ullmann, presentato nella sezione Un Certain Regard al 50º Festival di Cannes.

Chiara Volponi