Tag: Novecento

1984 di George Orwell

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1984 di George Orwell è uno dei romanzi più importanti del Novecento. Indubbiamente è un romanzo di fantascienza ma sarebbe anche riduttivo consegnarlo al genere poiché la sua portata è di certo molto più ampia. Riduttivo è anche dire che sia soltanto un romanzo di denuncia nei confronti della società sovietica, anche se fu scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949, prendendo spunto proprio dai totalitarismi di stampo comunista. Continue reading “1984 di George Orwell”

Le confessioni intime di Virgina Woolf

di Ilaria Palomba

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Credo che Virginia Woolf sia la più grande scrittrice di ogni tempo, per la capacità di evocare direttamente emozioni intime e universali attraverso un linguaggio lirico e mai artefatto, per la sua visione filosofica, che per certi versi si avvicina all’esistenzialismo, i cui nuclei principali sono la solitudine dell’uomo e l’assoluta indifferenza del tempo. Continue reading “Le confessioni intime di Virgina Woolf”

Boldini al Vittoriano di Roma

boldini.jpgSemplicemente Giovanni Boldini è il titolo della mostra ospitata a Roma nel Vittoriano. Come se non servisse aggiungere altro per presentare uno degli autori più famosi a cavallo fra Ottocento e Novecento. Aperta fino al 16 luglio l’esposizione curata da Tiziano Panconi e Sergio Gaddi ripercorre in circa 160 lavori l’intero percorso artistico del pittore. Oli su tela insieme ai pastelli hanno il preciso scopo di delineare lo stile di Boldini così caratteristico e contemporaneamente così il linea con il suo tempo, la Belle epoque.

Figure per lo più femminili in abiti leggeri ma pregiati immortalate con tratti di pennello rapidi, spesso le parti del corpo sono appena accennate mentre, per contrasto, oggetti e gioielli sembra catturare maggiormente l’attenzione del pittore e riportati sulla tela con una definizione maggiore. Un modo di dipingere che anticipa l’Impressionismo e i movimenti moderni quando l’opera d’arte smette definitivamente di essere una finestra sul mondo e viene pensata piuttosto come un mondo intero.

“Smith&Wesson” di Alessandro Baricco

bariccoI testi teatrali di Baricco, e questo in particolare, nascono già per la scena ma con la caratteristica che, al contrario di altre drammaturgie ostiche da leggere e difficilmente catalogabili in “letteratura da viaggio”, queste (ci metterei anche Novecento, Tre volte all’alba e sicuramente ne dimentico qualcuna) te le sorseggi da solo: in treno, al mare o mentre aspetti in coda alla posta. È anche possibile consumarla in coppia, distesi su un prato fiorito con uno stelo in bocca, quello che ascolta guarda il cielo, oppure prima di un viaggio in America, fantasticando una puntata alle Cascate del Niagara. Se poi affidi la regia a Gabriele Vacis, con il suo fido “scudiero” Roberto Tarasco (lavorano insieme da più di un quarto di secolo ormai), sei sicuro che il risultato sarà eccellente. E noi, spettatori sgomitanti, che abbiamo riempito quasi tutta la bella e grande sala delle Fonderie Limone, altro esempio di come si possono utilizzare al meglio queste grandi cattedrali dell’industria operaia ora deserte, siamo rimasti estasiati. Di come le parole scritte possano prendere il volo, quello che ognuno di noi aveva immaginato leggendo ora poteva davvero avere una fisicità. E non importa se ci eravamo immaginato Smith segaligno, senza capelli e claudicante. Da quel momento assumeva le sembianze di Natalino Balasso, robusto con barba e capelli lunghi con un vago accento veneto e con una presenza fisica impressionante. Così Wesson non è quel giovane aitante dalle spalle larghe, pieno di tatuaggi ma Fausto Russo Alesi, “attore pluripremiato che ha lavorato tra l’altro con Nekrosius e Ronconi, è stato allievo di Vacis alla Civica Paolo Grassi di Milano” apparentemente impacciato e sfrontato allo stesso tempo, con uno sguardo a volte minaccioso e torvo ma con una altrettanto forte presenza scenica del collega, perfettamente a suo agio nelle evoluzioni che la regia ha pensato per loro. E poi c’è la dolcezza e la determinazione, il terzo lato di questo triangolo perfetto che rappresenta a mio avviso la vera amicizia, quella vera, quel sentimento che nasce fra persone diverse, senza altri scopi se non l’arricchimento interiore e di cui non sei mai consapevole. Lo scopri solo quando ti viene a mancare. E questo lato è dato da Camilla Nigro “ …la giovane… diplomatasi alla Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino, è stata recentemente diretta da Mario Martone e Valter Malosti.” davvero molto brava e convincente, all’altezza di questi grossi attoroni, che a volte sovrastava nelle sue evoluzioni e piroette verbali e fisiche. Ci metteva dolcezza e sensualità e ironia e avventura e rabbia e sentimento e molto altro ma restando sempre un lato di questo triangolo di personaggi tipicamente americani, molto simili in questo a T.D. Lemon di Novecento, sempre in bilico fra la cialtroneria e la genialità, fallimento e gloria, amabili ed odiosi, che non vorresti mai avere come vicini di casa o come parenti prossimi.

La storia si svolge a ridosso delle cascate del Niagara, luogo mitico nel nostro immaginario, e questi due personaggi dai nomi particolari se uniti da una & (Smith e Wesson) con due cognomi altrettanto simbolici (Tom e Jerry) svolgono lavori improbabili per sopravvivere: Meteorologo il primo (che usa dei particolari metodi per determinare il tempo che farà) e Raccoglitore di aspiranti suicidi il secondo, è infatti un grande conoscitore della zona che perlustra fin da bambino con la sua barca. Verranno reclutati da una giovane e determinata giornalista per una impresa davvero rischiosa. E noi pubblico verremo portati all’interno di questa avventura, ne seguiremo le evoluzioni anche fisicamente e sensorialmente, saremo trasportati al fondo di questo grande fiume e seguiremo con emozione le vittorie e le sconfitte di questo fantastico trio, grazie anche alle genialità di quel Tarasco di prima che qui si occupa anche di scenofonia, luminismi e stile. Molto importante il ruolo affidato a Mariella Fabbris, la proprietaria della locanda dove si svolgono gli eventi, apparentemente non fa parte del trio, ma poi ti rendi conto che niente di tutto questo sarebbe potuto succedere senza di lei. È quella che escogita e gestisce il tutto. Questa signora di mezz’età che rappresenta forse, la vera anima americana. Si, gli uomini andavano in giro a spararsi fra di loro, a trovare pepite d’oro, a fare affari con gli indiani ma se non c’era lei che teneva la casa pulita, tirava su i figli e badava a ciò che contava davvero tutto sarebbe crollato. Anche Mariella fa parte del gruppo storico che ha iniziato lavorando con Vacis al Laboratorio Teatro Settimo ed anche lei davvero brava, e convincente e perfetta con questo vestito fine ‘800 che la rendeva coerente con il tono di voce, lo sguardo e la immediata sintonia con il pubblico. Abbiamo applaudito tanto.

di Alessandro Baricco

con Natalino Balasso, Fausto Russo Alesi, Camilla Nigro, Mariella Fabbris

regia Gabriele Vacis

scenofonia, luminismi, stile Roberto Tarasco

costumi Federica De Bona

video Indyca

(Francesco Roma)

Bukowski e gli scritti, parola di Alessandro Haber

haber-2Il 29 novembre al Teatro Vascello di Roma, andrà in scena Alessandro Haber con il proprio personalissimo Haberowski, recital di poesie di Charles Bukowski. noi dell’Out Out Magazine cogliamo l’occasione per offrirvi una panoramica sull’irriverente scrittore americano.

L’alcool, le donne, le scommesse sulle corse dei cavalli, la letteratura (le poesie e i racconti, soprattutto, molto spesso, questi ultimi, brevi ed essenziali nonché ottimale modalità espressiva nel complesso della comunicazione bukowskiana) sono costanti ineliminabili dell’esistenza di Charles Bukowski, elementi che tratteggiano la particolare weltanshauung dell’autore americano.

Senza di esse, certamente, lo scrittore di origini tedesche (era nato ad Andernach, in Germania, nel 1920) non avrebbe potuto scrivere capolavori assoluti della letteratura americana novecentesca come molte delle sue raccolte poetiche oppure i racconti delle Storie di ordinaria follia, del Taccuino di un vecchio porco e ancora libri che nel nostro Paese sono stati pubblicati anch’essi con titoli che rispecchiano pienamente lo stile di vita del loro autore: Compagno di sbronze o Musica per organi caldi.

charlesbukowskiDalle opere di Bukowski affiora costantemente un intento distruttivo: quello nutrito dall’autore nei confronti del sogno e dell’establishment americani. La nichilistica veemenza della prosa e della poesia di Bukowski è tale che difficilmente può essere riscontrata in altri autori della sua o di altre generazioni. Ben più che nelle opere di Burroughs, Carver, Kerouac, Ginsberg, Miller e Wallace, tanto per citarne alcuni, negli scritti di Bukowski la scrittura è aspra e diretta mentre i concetti e le situazioni (attinte il più delle volte, queste ultime, dalle reali esperienze di vita dell’autore) vengono presentati non solo assai crudamente ma addirittura ai limiti di una sgradevolezza che al lettore può apparire avvertibile anche sul piano fisico. Già questi pochi elementi valgono a certificare l’estrema originalità dell’opera di Bukowski.

Sotto questo profilo lo scrittore americano può essere considerato un caposcuola: anche per questo, nonostante possa essere riscontrata una molteplicità di punti di contatto, sul piano delle tematiche coinvolte, tra l’opera di Bukowski e gli scritti di autori come Corso, Ferlinghetti, Ginsberg e Kerouac, i suoi libri non possono essere considerati espressione della corrente letteraria della beat generation.

Illuminante, a questo proposito, il punto di vista espresso dallo stesso Bukowski: “Nei confronti della letteratura, quella con la elle maiuscola, Bukowski ostenta il più sovrano disprezzo. Dice che gli scrittori non lo interessano, che la letteratura moderna lo fa dormire. Tra i grandi del nostro tempo pochi si salvano, secondo lui: Celine, Dostoevskij, Nietzche. ‘Ormai non leggo altro’ confessa ‘che i risultati delle corse e la cronaca nera’” [Vincenzo Mantovani, nell’introduzione a Charles Bukowski, Poesie (1955-1973), Milano 2010, p. XII].

downloadIn un’opera che a diciassette anni dalla sua scomparsa continua a rimbalzare beffardamente attraverso il tempo fino ai nostri giorni, a presentarsi come una fedele e apocalittica descrizione dell’ambiente sociale e culturale in cui il suo autore si muove, Charles Bukowski paragona la poesia a una città. [Ho tratto il testo in italiano di questa poesia (intitolata Una poesia è una città) dal volume curato da Vincenzo Mantovani: Charles Bukowski, Poesie, cit., p.57]:

“…una poesia è una città piena di case e tombini/piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,/piena di banalità e di roba da bere,/piena di pioggia e di tuono e di periodi/di siccità, una poesia è una città in guerra,/una poesia è una città che chiede a una pendola perché,/una poesia è una città che brucia/ una poesia è una città sotto le cannonate/le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,/una poesia è una città dove Dio cavalca nudo/per le strade come Lady Godiva/[…]”.

La scrittura di Bukowski, si diceva, non solo quella dei romanzi e dei numerosi racconti, appare fluida e priva di qualsiasi trattamento edulcorativo. Tuttavia (è, questo, anche il caso della produzione poetica dell’autore americano), allo stesso tempo, essa si presenta al lettore non come dotata di una struttura casuale ma al contrario estremamente accurata nella scelta del lessico utilizzato e sul piano della presenza di tutti quegli elementi formali e di contenuto che concorrono alla definizione di uno stile poetico eccellente. Un esempio di quanto si asserisce viene fornito dalla poesia La casa [Contenuta anch’essa in: (a cura di) Vincenzo Mantovani, Charles Bukowski, Poesie, cit., pp. 8-10]:

“…costruiscono una casa/ a mezzo isolato di distanza/ e io sto qui seduto/ con le tende abbassate/ a sentire i rumori,/ i martelli che piantano i chiodi,/ toc toc toc toc,/ e il canto degli uccelli, e/ toc toc toc/ e vado a letto,/ mi tiro le coperte fino al mento […] e mi sembra che la gente non dovrebbe più costruire/ case,/ mi sembra che la gente dovrebbe smettere di lavorare/ e sedere in stanzette/ al primo piano/ sotto luci elettriche senza riparo;/ mi sembra che ci siano molte cose da dimenticare/ e molte da non fare/ e nei drugstore, nei market, nei bar/ la gente è stanca, non ha voglia/ di muoversi, e la sera io sto là in piedi/ e guardo attraverso questa casa e la casa/ non ha voglia di essere costruita; tra i suoi fianchi vedo i colli purpurei/ e le prime luci della sera,/ e fa freddo/ e mi abbottono la giacca/ e sto a guardare attraverso la casa/ e i gatti si voltano a guardarmi/ finchè non mi sento in imbarazzo/ e riprendo il marciapiede verso il Nord/ dove comprerò/ sigarette e birra/ e ritornerò nella mia stanza”

Questi versi fanno parte di una raccolta pubblicata negli Stati Uniti nei primi anni Sessanta. Essi costituiscono testimonianza eloquente di una esistenza condotta in modo ribelle e disordinato, fuori dagli schemi comunemente accettati, ai margini di una società che non si cura dell’individuo, che fagocita coloro che non si arrendono e chiunque non si adegui alle necessità della finanza e della produzione sfrenata che alimenta in modo abnorme l’accumulo di ricchezza e consumi che finiscono per diventare vani e fini a se stessi.

Bukowski ha lasciato apparentemente indomito il mondo in cui ha vissuto per settantaquattro anni. Tuttavia, al di là di ciò che potrebbe sembrare, le sue opere continuano a rappresentare testimonianza dell’estrema vulnerabilità e della profondissima umanità del loro autore.