Il futuro è in serie: Malarazza

di Laura Pozzi

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Stessa Malarazza quella che lega il destino di Tommasino esponente mafioso del quartiere Librino a Catania e suo figlio Antonino. Muta e attonita testimone di un dramma che fatalmente si compie è Rosaria, moglie e madre che dopo l’ennesimo sopruso da parte del marito decide di mettere la parola fine a quell’inferno domestico portando con se il giovane ragazzo. Continua a leggere “Il futuro è in serie: Malarazza”

Saviano: il Bacio Feroce, tra passione e odio

di Gabriella Zullo

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Lo scrittore di “Gomorra” ci riporta a Forcella e ci racconta altre storie dei “paranzini”. I bambini della Paranza non sono una baby gang di “bulletti” che agiscono sprovveduti all’insegna del disordine. Sono ben consapevoli, si muovono con disarmante sicurezza. Comandano piazze e le trasformano in luoghi di spaccio. Continua a leggere “Saviano: il Bacio Feroce, tra passione e odio”

Letizia Battaglia e i suoi scatti al Maxxi di Roma

letizia battaglia mafia.jpgAl Maxxi di Roma fino al 17 aprile è in mostra l’artista siciliana Letizia Battaglia, fotografa della mafia, di Pasolini, di Dario Fo.

Letizia Battaglia nasce a Palermo il 5 marzo 1935, è una fotografa, fotoreporter e politica italiana; attualmente vive ancora a Palermo.

Inizia la sua carriera nel 1969 collaborando col giornale palermitano “L’Ora”. Un anno dopo si trasferisce a Milano dove comincia a fotografare collaborando con varie testate. Fa la cronista, ma insieme al “pezzo” le chiedono sempre le foto, altrimenti non glielo pubblicano.

Nel 1974 si trova a documentare l’inizio degli anni di piombo della sua città, scattando foto dei delitti di mafia. Il lavoro di Letizia è noto a livello internazionale soprattutto per le sue coraggiose foto di denuncia della violenza quotidiana portata proprio dalla mafia. Protagoniste delle fotografie sono soprattutto donne e bambine, che della mafia e della sua mentalità arcaica sono le prime vittime: donne a cui è negato il sorriso, il gioco, la felicità. Fotografa Pasolini ed Ezdra Pound, Falcone e Borsellino, Pino Puglisi e decine di cadaveri nelle guerre di mafia palermitane.

Ad un certo punto della sua vita non vuole più fotografare morti ammazzati e quindi parte per Parigi. Riceve vari premi prestigiosi dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania.

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Successivamente ritorna nella sua Palermo, che ama e patisce al tempo stesso, per la quale prova rabbia ma di cui non può fare a meno. Lei stessa dice “Mi emoziono sempre camminando nei vicoli.. una statua della Madonna, un Gesù, gli odori, una finestra sbilenca..”

Letizia non è solo “la fotografa della mafia”, le sue foto raccontano Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, nelle sue tradizioni, gli sguardi di bambini e donne, i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città contradditoria.

Lei stessa fa parte della vita politica di Palermo negli anni ’80-’90: è stata consigliere comunale, assessore comunale a Palermo con la giunta Orlando; diviene deputato all’assemblea Regionale Siciliana, e diventa vice presidente della Commissione Cultura.

Attualmente fotografa ancora, fotografa le bambine: ce ne sono di bellissime, raccolte con cura e scelte per “Diario”, il suo ultimo libro. Sono bambine che vivono a Palermo, nella sua Sicilia, una Sicilia poetica, dura e selvaggia che Letizia racconta con le sue fotografie in elegante e scontroso bianco e nero.

In mostra al Maxxi fino al 17 aprile 2017.

(Fotodartelab.it)

La Mafia di Puzo e Coppola: IL PADRINO

il-padrinoIn questo ultimo giorno dell’anno parliamo di uno di quei Film con la “F” maiuscola, targato Francis Ford Coppola.

Anni ’40, Don Vito Corleone (Marlon Brando) boss della mafia italo-americana, muore, anche il suo naturale successore, il figlio  Sonny (James Caan) muore in un’imboscata ordita ai suoi danni da un clan rivale, così toccherà a Michael (Al Pacino), figlio arruolatosi nell’esercito e per nulla intenzionato a seguire le orme del padre, prendere le redini della Famiglia.

E’ il 1972, Mario Puzo e il regista Francis Ford Coppola realizzano Il Padrino, che sarà, dopo il classico Nemico pubblico (1931) con James Cagney , il capostipite del gangster-movie, che figlierà sequel, e altri classici come Quei bravi ragazzi di  Martin Scorsese e Scarface di Brian De palma.

La tragedia come stile di narrazione, una serie di personaggi dalle caratteristiche memorabili, un Marlon Brando epocale, siamo di fronte ad una leggenda che contaminerà i decenni successivi rimanendo un classico che non sente assolutamente lo scorrere degli anni.

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La mafia come dinastia familiare dagli ambigui ma fortissimi valori, l’omicidio come quotidiano, una apparente e vantata legalità, vedi L’ambiguo consigliere/avvocato interpretato da Robert Duvall, anni luce dalla mafia odierna, quella truce e senza regole di Gomorra, o tramutata in mera macchina di soldi che fagocita tutto e tutti, senza fermarsi neanche davanti alla sacralità del’infanzia.

Sara’ l’elemento estraneo droga e il suo inserirsi nella società mafiosa a distruggerne dall’interno i valori e disgregarne le solide fondamenta, che il rassegnato Don Vito cerca di allontanare sentendone il puzzo premonitore, la droga come commercio e investimento sarà l’inizio della fine.

Il cast è stellare, da Al Pacino a Marlon Brando, da un incontenibile James Caan ad un toccante John Cazale, il suo Fredo è il maggiore dei fratelli, ma il piu’ terrorizzato e bisognoso d’affetto, uno dei personaggi più belli e tragici di questo film.

il-padrino2Il Padrino ha una sequela di battute e scene che traformano la pellicola in un affresco dall’ambigua epicità, che spaccò la critica dell’epoca spaventata dall’ammirazione che trasudava dai fotogrammi della pellicola per un mondo che faceva dell’omicidio e dell’illegalità il suo credo.

Ma se si guarda bene in fondo, tutti, e dico tutti i personaggi sono venati di una tragicità che è ben lontana da una voglia di esaltazione, Il padrino è come una tragedia shakespeariana che è ben lungi dall’invitare all’emulazione o ad una ambigua accettazione dei ruoli crimnali come conseguenza e bisogno della società, ma invita alla riflessione e al compatimento di scelte obbligate, di morti accettate per rassegnazione, di vite distrutte dalla follia di regole insensate, l’onore che ogni tanto emerge per scusare e giustificare la mostruosità di atti indegni è affogato nel sangue e dalla crudeltà che ne consegue.

Non c’è nessuna esaltazione del male ne Il padrino, ma la lucida testimonianza di un’epoca che finisce e di regole del gioco che cambiano, ineluttabilmente, come succede sempre quando il futuro, terrificante e malato che sia, bussa alla porta.

(Pietro Ferraro)