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Romics XXIV: la passione senza età per mondi fantastici

di Cristina Cuccuru

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Trucco, parrucche e costumi, ma non per l’arrivo di Halloween, bensì per la XXIV edizione del Romics, che si è svolta nel secondo appuntamento dell’anno, quello autunnale (e storico), precisamente dal 4 al 7 di ottobre. Anche questa volta migliaia di persone si sono riunite tra i padiglioni della Fiera di Roma per la manifestazione dedicata a fumetti, animazione, videogames e tanto altro. Continue reading “Romics XXIV: la passione senza età per mondi fantastici”

A snake of June, l’eros made in Japan

Ancora cinema. Ancora Giappone. Torno un’altra volta sul fenomeno conosciuto come Pinku Eiga, tentando una recensione di uno dei capolavori assoluti di questo genere: il “Serpente di Giugno” (六月の蛇, Rokugatsu No Hebi – A Snake of June), che fu premiato nel 2002 al festival di Venezia nel Concorso Controcorrente, ottenendo il Premio Speciale della Giuria.

a-snake-of-june-8Il Pinku Eiga  (ピンク映画), Film Rosa) è una categoria specifica del cinema giapponese, corrispondente in modo grossolano all’idea di un film soft-core a basso costo prodotto ai margini dell’industria cinematografica. I Pinku Eiga hanno spesso raggiunto risultati di elevato spessore artistico, sia per quanto riguarda la critica sociale e la provocazione che per il loro ruolo di palestra formativa per cineasti indipendenti, i quali, in più di un’occasione, hanno orgogliosamente rivendicato il valore sovversivo e sperimentale del loro lavoro. Dopo una battuta d’arresto sofferta dal genere Pinku all’inizio degli anni Ottanta, molte case indipendenti hanno iniziato un nuovo ciclo di film erotico che strizza l’occhio alla avant-garde, quella corrente artistica che rifiuta i canoni, i modelli e i generi tradizionali. In A Snake of June, opponendosi al senso comune, al banale, la dimensione erotica deriva dalla qualità emotiva piuttosto che dagli aspetti puramente carnali.
Tra i registi indipendenti più interessanti della nuova scena giapponese spicca il nome di Shinya Tsukamoto (塚本 晋也), classe 1960, genio delle pellicole cyberpunk e autore del capolavoro Tetsuo (鉄男), conosciuto anche come Tetsuo: The Iron Man), che narra le vicende di un auto-feticista estremo (interpretato dallo stesso regista) che è solito innestare componenti metallici vari nel proprio corpo. Shinya Tsukamoto è uno dei maggiori esponenti della new wave giapponese degli anni Ottanta, quell’ondata di nuovi registi giovani, sperimentali e indipendenti che hanno mostrato un occhio di riguardo a situazioni estreme e scioccanti. Il suo “A Snake of June” è la trasposizione di una delle fantasie erotiche più rimarcate in Giappone: il voyeurismo.
Rinko (Asuka Kurosawa) è una assistente psichiatrica telefonica, sposata con Shigehiko (Yûji Kôtari ), un uomo d’affari inaridito, sensibilmente più vecchio, ossessionato dalla pulizia domestica. Il loro rapporto si trascina nell’indifferenza, completamente privo di passione. Un giorno Rinko riceve delle foto in cui appare impegnata in atti di autoerotismo: le sono state mandate da un uomo che sarà destinato a sconvolgere per sempre la loro esistenza. Il misterioso voyeur (interpretato dallo stesso Shinya Tsukamoto), con il ricatto di mostrare le foto al marito, la costringe a superare le sue inibizioni ed a prendere consapevolezza del proprio corpo, mostrandosi in pubblico con abiti per lei inappropriati (in minigonna, senza biancheria intima) e masturbandosi con un vibratore comandato a distanza da lui. Perchè anche tu non fai davvero ciò che vuoi della tua vita? Indossa la gonna che hai tagliato e va in giro per la citta. Indossala come fai in camera tua! Ma i vicini potrebbero vederti,quindi portala con te, ti indicherò io dove cambiarti. Ti dirò dove andare. Poi ti restituirò foto e negativi. Come pensi possa credere ad una persona come te? Non è sesso che voglio da te, sto solo seguendo la mia passione. Cosa ti spinge a fare una cosa del genere? Non puoi farlo perchè CREDI di non poterlo fare! Finiremo insieme all’inferno. Perchè io? Perchè devo essere io? Mi hai dato la forza di vivere. Mi hai dato la forza di continuare a vivere. Ma guardati, non sei ancora in grado di seguire il tuo cuore.
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Quello di Tsukamoto è un erotismo privo di contatto fisico, sul quale aleggia l’alito umido della morte. L’acqua è l’elemento dominante: quella della pioggia di giugno, quando in Giappone è la stagione delle piogge e che nel film alimenta l’ossessione sessuale, scandendone i tempi. Il film è girato in un bianco e nero virato in blu, ovvero il colore che rappresenta le ortensie e l’acqua, elementi iconici presenti per tutta la durata del film. “I corpi nudi vanno ritratti in maniera monocroma” dice il regista, evidentemente influenzato dal pensiero di Helmut Newton, “La pioggia è solitamente trasparente ma non quella di Tokyo. La pioggia di Tokyo è blu”. Corpi nudi che si scontrano alla ricerca di una rivalsa dalla malattia dell’organismo e dell’anima per mezzo della coscienza della propria sessualità. A Snake of June non è in assoluto il capolavoro di Tsukamoto, ma è forse il film che meglio rappresenta tutta la sua poetica. Le varie tematiche che il regista ha affrontato nel corso della sua carriera sono praticamente tutte (o quasi) presenti in A Snake of June: dalla mutazione del corpo alla sessualità, dalla figura demiurgica al voyeurismo, dall’attenzione per la “coppia” giapponese nel mondo contemporaneo al tema della malattia e della morte. Si tratta del progetto più a lungo meditato di Tsukamoto: «Per un lungo periodo di tempo, ogni anno quando arrivava la stagione delle piogge, continuavo a pensare con rammarico, mentre guardavo in tralice una bella ortensia, che neanche questa volta avevo girato A Snake of June. E così sono passati dieci, anzi, forse quindici anni»

Le brechtiane ninfomanie de L’Impero dei Sensi

L’Impero dei sensi è un film erotico/drammatico del 1976, scritto e diretto da Nagisa Oshima, basato su un celebre episodio di cronaca avvenuto realmente nel Giappone degli anni trenta.

Fu presentato in apertura della Quinzaine des Réalisateurs del 29º Festival di Cannes, con un successo tale da costringere a passare dalle cinque proiezioni previste a dodici.

Tokyo, 1936. Il legame tra la giovane cameriera Abe Sada e Kichi, il proprietario della pensione presso cui presta servizio, è fatto di un amore totalmente dominato dai sensi. La relazione parte dall’attrazione reciproca, si evolve attraverso l’estasi sensuale per precipitare, nel finale, in un baratro erotico. I due amanti vivono alimentando (e alimentandosi di) questo tipo di legame, l’uno in funzione del piacere che può dare all’altro, annullando, con l’ossessivo ripetersi degli amplessi, ogni forma di quotidianità tradizionale e di razionalità. La costante necessità che hanno l’uno dell’altra è tale che non possono impedirsi di copulare nemmeno in presenza di altre persone o all’aperto. Il compulsivo consumarsi del gesto carnale, che diviene sempre più estremo, si conclude con la morte di Kichi, soffocato nell’ultima e mortale trasgressione. Nel finale Abe Sada recide il membro di Kichi – di evidente valore simbolico e affettivo – e se ne appropria, serbandolo con cura nel kimono per tre giorni, fino all’arresto da parte della polizia.

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Nel film la passione devastante che lega la ninfomane Abe Sada e il divertito (almeno all’inizio) Kitzi si risolve in una serie di cerimoniali che si susseguono come brechtiane stazioni lungo la via di un amore doloroso e crudele: gli amanti sono autori, registi, interpreti di un mondo a sé stante, in cui le categorie della vita quotidiana (il matrimonio di lui, ma anche le consuetudini e i limiti delle attività sociali, dal pranzo all’accoppiamento) perdono significato. Nulla esiste più, se non in funzione e in obbedienza alle regole del gioco rappresentat(iv)o, chiuso in un paio di eleganti camere, aperto all’esterno in pochissime occasioni (anche sotto la pioggia gli amanti non smettono di vedersi vivere e di farsi, improvvisando una pantomima). Il teatro (le pareti scorrevoli, chiuse nella prima e nell’ultima inquadratura, il trionfo dei kimono, le parrucche e gli strumenti musicali) si muta in simulazione non-simulata (i tratti hardcore, risolti con una sobrietà consapevolmente al limite del raccapriccio); il destino dell’uomo (e della donna) è segnato da un filo rosso, brillante come una lama nel buio. All’opposto, L’impero della passione immerge con decisione (non senza forzature) trama e personaggi in un mondo esterno insieme complice e ostile, in una Natura mutevole e occultatrice, abitata da cadaveri ciarlieri e taciturne ossessioni. Infrangere l’equilibrio universale conduce alla morte, che, come in ogni melodramma che si rispetti (dalla Norma in giù), riunisce gli opposti e li porta ad ammettere una sotterranea identità. All’abbacinante rigore del film precedente si sostituisce un tocco sensibile, fin troppo compassato, che perde in lucidità quello che guadagna in pathos e in calligrafia; l’elemento fantastico è lontanissimo dalla raggelante perfezione della visione di morte contenuta nel prefinale de L’impero dei sensi.

limperodeisensi.pngLa scelta degli ambienti, che fanno pensare al teatro (o addirittura al Giappone feudale, se non fosse per i treni, le sigarette e i soldati in partenza per la Manciuria), i pochi personaggi, i colori, le musiche, i canti tradizionali, riescono a esaltare l’aspetto drammatico della relazione più che l’aspetto strettamente sensuale. Dal punto di vista figurativo, le scelte della regia danno un carattere marcatamente erotico al film, che in molti hanno definito pornografico. È vero che l’obiettivo della macchina da presa mette a fuoco ogni dettaglio della nudità dei corpi impegnati in rapporti in cui non c’è finzione cinematografica, ma è anche vero che la storia è incentrata sull’enorme potere che i sensi possono esercitare sulla vita di due persone, sino a prenderne il sopravvento. Pur profondamente giapponese, il film è impregnato delle idee del francese Georges Bataille: la passione fisica, il piacere sessuale, il gusto della trasgressione e la morte vi sono indissolubilmente legati.

Il film uscì in Italia nel 1978 mutilato di numerosi metri di pellicola, pari a sedici minuti in meno e con un titolo più ammiccante e, decisamente, poco rispettoso dell’opera in se. Giustizia al film ed al regista vengono dati solo negli anni novanta quando, la versione integrale fu edita in VHS con il più pertinente e rispettoso titolo L’Impero dei sensi.

Più di recente il film è uscito sia in DVD che in Blu Ray Disc ad opera della Terminal Video che propone un DVD con traccia video in 16:9 e traccia audio in Dolby, mentre la versione Blu Ray ripropone la pellicola in alta risoluzione con traccia video a 1080P e traccia audio pienamente in linea con gli standard dei supporti Blu Ray. Purtroppo entrambe le versioni risultano essere del tutto prive di contenuti extra ed inserti speciali che, mai come in questo caso, avrebbero impreziosito l’opera.

“Una storia per l’essere tempo”, di Ruth Ozeki

una-storia-per-lessere-tempoPer la nostra Letteratura al Femminile del sabato, quest’oggi ce ne andiamo in Giappone.

«Mi chiamo Nao e sono un essere tempo. Sai cos’è un essere tempo? Allora, dammi un minuto e te lo spiego. Un essere tempo è qualcuno che vive nel tempo, quindi tu e io e tutti quelli che sono, furono e saranno. Io, per esempio, adesso sono seduta in un maid café francese ad Akiba Electricity Town e sto ascoltando una chanson triste suonata in chissà quale momento del tuo passato, che sarebbe il mio presente, e sto scrivendo mentre immagino te, chissà dove nel mio futuro. E se stai leggendo, magari a questo punto anche tu stai immaginando me. Tu immagini me. Io immagino te».

 

A Tokyo, la sedicenne Nao crede che ci sia una sola via di fuga dalla sua dolorosa solitudine e dal bullismo dei compagni di classe. Ma prima di farla finita, si ripropone di raccontare la vita della sua bisnonna, una monaca buddhista ultracentenaria. Un diario è il suo unico passatempo, un diario che toccherà molte vite in modi che Nao non immagina neppure.

Sull’altra sponda del Pacifico troviamo Ruth, scrittrice che vive su un’isola sperduta e che rinviene una serie di oggetti dentro un contenitore per il pranzo di Hello Kitty, portato a riva dalle onde. Che si tratti di un relitto del devastante tsunami del 2011? A man a mano che ne emerge l’importanza del contenuto, Ruth si lascia trascinare nel passato, nel dramma di Nao e nel suo destino ignoto, e contemporaneamente in avanti, nel proprio futuro.  In questo romanzo a due voci incentrato sul rapporto tra scrittore e lettore, passato e presente, realtà e finzione, Ruth Ozeki attinge alla fisica quantistica, alla storia e al mito. Diviso tra Canada e Giappone, di cui restituisce le atmosfere e i risvolti più tragici, Una storia per l’essere tempo è il raffinato ritratto di tre donne molto diverse tra loro.

Posto che la storia di cui si compone “Una storia per l’essere tempo” narra di due personaggi femminili molto diversi e distanti nel tempo, e della possibilità dell’intersecarsi delle loro vite a prescindere dal tempo e dallo spazio, il viaggio è qualcosa che conduce alla comprensione delle anime, anche se potrebbe essere riduttivo definirlo esclusivamente in questo modo.
Ma vediamo, prima di tutto, di inquadrare un pochettino le protagoniste, va bene? Le protagoniste sono tre donne:

Ruth: è una donna che durante una passeggiata sulla spiaggia – vive su un’isola piuttosto isolata nel Canada, fa la scrittrice e vive con il marito ed il gatto Schroedinger (!!) – trova una valigetta di Hello Kitty che contenente il diario di ragazza di nome Nao, un orologio e delle lettere.

Nao: è una ragazza sedicenne che vive a Tokyo e che prima di suicidarsi, decide di rioportare la storia della sua vita in un diario (ricavato da “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust).
Jiko: bisnonna di Nao, monaca buddhista. La sua vita viene narrata sempre nel diario di Nao.
Tutto subito non vi sembrerà possibile, ma man mano si viene introdotti, nel corposo romanzo della Ozeki,  nella vita di queste tre donne, tra presente, passato e futuro (da notare la ricorrenza del tre: donne, storie, tempi, ecc…) e proprio dal momento in cui Ruth scopre il diario di Nao, come per magia, si metterà in moto la macchina degli eventi e incominceremo a scoprire cosa Ozeki intenda per essere tempo e come ci sia un tutt’uno tra i tempi, gli spazi, le anime degli essere, il contatto creato e sempre possibile, ma soprattutto incominciamo a comprendere la vita come istante.
Lo vediamo come prima cosa, nel fatto che tre donne molto diverse, con nulla apparentemente in comune, diventano fondamentali una per la storia dell’altra, anche se temporalmente non si sarebbe nemmeno la possibilità che questo sia possibile… proprio come ci fa comprendere Ozeki nulla è tutto, tutto è nulla.
Tra filosofia zen, meccanica quantistica, Ozeki scrive più un’opera d’arte, che un romanzo, sulla visione, personalissima, dell’esistenza, della connessione tra le cose, ed in particolare delle persone.
Con una scrittura tipicamente orientale, molto elegante, sobria e leggera, come se tracciasse delle linee inconsistenti sulla carte e particolarmente incisive sull’animo, ecco che vediamo come sia possibile l’interconnessione tra le anime, ecco che vediamo ed esploriamo l’animo delle situazioni più incredibili, dal momento della lucida disperazione, della tranquillità, nell’apatia, nella felicità, ecc…
Ma non solo, attraverso situazioni ed età più disparate, dall’adolescenza, ai pensieri tipici di quell’età, alla maturità, fino all’età della comprensione e della consapevolezza più pragmatica e meno sognatrice, comprendiamo come alla fine il cerchio si chiuda un’esistenza, che in fondo si ripete e amplifica in certi sentimenti e si razionalizza per alcune idee, ma è simile e dissimile in tutto.
Sebbene tutta la prima parte del romanzo sia dedicata alla comprensione degli elementi che compongono lo zen e la meccanica quantistica, per comprendere poi tutta la natura dualistica a cui si farà riferimento nella seconda, parte, ecco che, proprio il fatto che la stessa Ozeki sia una una monaca buddhista, le permette di porsi nel confronti del lettore, in modo piuttosto differente e insolito, permettendo di comprendere in altro modo – e molto bene – tutti i concetti, senza che risultino pensati ed oltremodo ridondanti.
Inoltre, proprio in riferimento all’elemento bibliografico, ecco che anche questo rientra perfettamente nel quadro di insieme di essere tempo e concetti del romanzo: Ruth, sarà proprio l’autrice? La Ozeki fa entrare elementi personali nel quadro d’insieme? Possibile che la Ruth del libro, sia l’autrice e quindi ci siano possibilità di collegamento con Nao e Jiko?
Insomma, ecco che quello che ha scritto la Ozeki è una storia che fluttua da mente a mente, da cuore a cuore, che avvicina la mentalità occidentale e quella orientale, che avvicina l’essere umano a qualsiasi altro essere umano ed in generale vivente, di qualsiasi età, di qualsiasi tempo e luogo, dimensione temporale inclusa.