Bergman: l’altro lato del regista – Tre autobiografie che raccontano la sua vita

Ingmar Bergman. Solo il nome basta per richiamare alla memoria di tutti alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema: Il settimo sigillo (1957); Il posto delle fragole (1957); Persona (1966) e moltissimi altri…

Ma prima di essere un regista, Bergman nacque come scrittore, ed in particolare come scrittore teatrale.

La sua produzione iniziale conta ben 12 drammi teatrali.

La scrittura fin dall’inizio ha segnato per Bergman un punto cardine nel suo lavoro come regista. Scrittura come mezzo per esorcizzare il rigore della sua vita, ed in particolare la durezza della sua infanzia dovuta all’educazione del padre, Erik, pastore luterano che impartiva al giovane Ingmar, a suo fratello maggiore e sua sorella minore degli insegnamenti molto severi, dettati da un rigore assoluto.

Il padre di Ingmar Bergman, Erik Bergman.

Nati di domenica (1993), Con le migliori intenzioni (1994), Conversazioni private (1996) sono tre libri scritti da Bergman dopo che aveva abbandonato la carriera di regista per dedicarsi a quella di scrittura, teatrale e non. Editi da Garzanti, questi tre libri sono uniti da un filo rosso che è quello autobiografico della vita di Bergman.

Tre romanzi, una sola tematica, quella della famiglia. Per ciascuno di questi libri Bergman segmenta e scardina la sua vita privata e quella dei suoi genitori, portando alla luce sentimenti, ricordi, passioni, dolore e trasformando i ricordi privati di una singola persona in argomenti universali.

Nati di domenica (titolo originale: Söndagsbarn; Garzanti, 1993, collana I Coriandoli, trad. Carmen Giorgetti Cima) è un libro autobiografico che racconta l’infanzia di Bergman. Ma all’interno del racconto della sua vita, delle sue origini, confluiscono un insieme di principi che rendono la storia importante non soltanto per Bergman stesso, ma per tutti. Il regista infatti riesce, attraverso l’abilità della sua scrittura, a rendere un racconto privato, come la sua vita, denso di valori che non sono soltanto quelli personali dell’autore, ma hanno un’apertura molto più vasta e riescono a parlare al lettore, rivelando non soltanto dei meri fatti sulla sua vita privata, ma rispondono anche a domande che sono frequenti all’interno del lavoro di Bergman: la divisione fra realtà ed immaginazione, l’importanza dell’infanzia nella vita complessiva di una persona, la comprensione del mistero della vita e della morte.

Fondamentale qui è il rapporto che il giovane Pu – vezzeggiativo che viene usato per chiamare il giovane Bergman, proprio come erano soliti chiamarlo i suoi familiari – ha con il padre, rigoroso pastore protestante luterano. Il libro si snoda attorno al legame che si forma durante la gita che Pu compie con il padre nel piccolo paese di Grånäs, dove Erik Bergman è stato invitato a recitare la messa domenicale.
Il libro prende il nome da una leggenda nordica che la domestica di Pu gli racconta il giorno prima della partenza con il padre: le persone nate di domenica nel giorno della festa della Trasfigurazione di Cristo – che è proprio il giorno della partenza con il padre – se si recano all’alba sul luogo di una persona che si è tolta la vita, possono apprendere molti segreti sul mistero della morte e della vita.
E così prosegue il racconto, colto dagli occhi sensibili del piccolo protagonista, che è il filtro stesso degli occhi del lettore, capace di cogliere il significato di ogni singola azione nel racconto, la quale, grazie alla scrittura di Bergman, si riempie di significato.

Con le migliori intenzioni (Den goda viljan, traduzione di Carmen Giorgetti Cima, Garzanti, 1994) può essere definito un romanzo storico che Bergman ha realizzato raccogliendo alcuni album fotografici nei quali si raccontava la storia dei suoi genitori e dei suoi avi. Il libro diventa un romanzo quasi epico sulla Svezia del periodo, nel quale si racconta la passione dei due genitori dello scrittore, Henrik e Anna. Lo stile fortemente sceneggiativo del romanzo ha permesso che Con le migliori intenzioni diventasse un film, nel 1992, diretto da Bille August, allievo di Bergman.

Conversazioni private (Enskilda samtal) è il racconto di un adulterio, quello di Anna, madre di Ingmar, che tradisce il marito Henrik (il nome del padre di Bergman nel romanzo) con Tomas, un giovane studente di teologia. L’amore per Tomas risveglierà in Anna la passione che si era ormai assopita con il matrimonio. Cinque sono le conversazioni private che Anna svolge con la madre, col marito, con l’amante, con il confessore e con l’amica. Ma prima di tutto sono conversazioni con sé stessa. Un dramma diviso in cinque atti che rovesceranno la stabilità di un rapporto. Anche questo libro ha dato alla vita l’omonimo film, diretto da Liv Ullmann, presentato nella sezione Un Certain Regard al 50º Festival di Cannes.

Chiara Volponi

La speranza raccontata da Francesca Barra: Il mare nasconde le stelle

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Per la nostra rubrica di Letteratura al Femminile quest’oggi vi presentiamo il libro di Francesca Barra: Il mare nasconde le stelle.

Remon ha solo 14 anni quando sale su un barcone che – spera – lo porterà in Italia. Scappa dal suo paese, l’Egitto, e sceglie la vita. Anche se il prezzo da pagare sarà molto alto. Il mare nasconde le stelle di Francesca Barra è una storia di salvezza e speranza. Un libro da leggere e rileggere, più volte, a cui ci si affeziona con facilità e che tocca corde del cuore che forse non sapevamo di avere.

L’imperfetta, di Carmela Scotti

limperfettaCatena è l’imperfetta, la ragazzina tanto legata a suo padre che nella sua morte vede anche la sua fine. Quando prima che lui lasciasse il nostro mondo, lei si sentiva libera tra le parole che il padre le affidava e le regalava sotto forma di libri, tutta la magia di queste che dà vita e fa sopravvivere l’anima. E poi tutte quelle stelle che lui ha spiegato a lei, che le ha indicato nel buio della notte e in cui lei lo cercherà sempre; le stesse a cui ha rivolto il suo ultimo respiro.

“Si andava avanti così, mio padre a guadagnarsi i respiri e io a fargli scudo coi libri. Mi bruciavano gli occhi e le mani tremavano. A metà della costellazione di Orione, una sera, mi addormentai con la testa premuta sulle pagine e sognai di leggere per sempre. Sognai anche la voce di mio padre, sognai che leggeva per me da un libro appeso al soffitto. Quando riaprii gli occhi era l’alba, e mio padre mi aveva lasciato”.

Da allora il nome di Catena diventa anche un fatto: odiata profondamente dalla madre per il rapporto che lei aveva con il marito, una nullità ai suoi occhi, ignorata dalle sorelle che una sorella sembra che non l’abbiano mai avuta, ma al centro delle attenzioni di uno zio che alla morte del fratello si appropria della sua casa, dei suoi beni, del suo letto, e anche della libertà di Catena. Con il suo corpo pesante e le parole piene di disprezzo, apre per la piccola le porte di un inferno senza fine.

“Strinsi le manette e mi abbandonai alla libertà che questi pensieri mi concedevano. Ero appena venuta al mondo, come certi uccellini fatti di pelle tenera: dovevo solo rivolgere al cielo la mia bocca spalancata e aspettare cibo, bastonate e fuoco, e tutto quello che sarebbe arrivato”.

Il tempo passa, gli abusi non cessano e la situazione non fa che peggiorare. Catena, come ogni altro essere umano, si ritrova stremata nell’animo e si sporca le mani del suo stesso sangue. Una brutalità che si scopre nuova, una freddezza che pare una benedizione, nessun tentennamento, rimpianto, esitazione: il desiderio di fuga lotta contro tutto, senza guardare in faccia a nessuno. Scappa Catena, si rifugia nei boschi con le parole dei libri che è riuscita a portarsi via. Vive da fuggitiva e assassina, si rivolge alle stelle nel cielo sperando che suo padre la senta, cerca di sopravvivere ad un destino crudele. Catena si libererà. a qualunque costo.

“Qui sotto anche il tempo ha i piedi legati ai ceppi. Vorrebbe andare e inciampa, ricade, a volte si rialza a volte no. Ha il passo ubriaco, ha il passo arrugginito, si piega in avanti, ha catene legate e caviglie invisibili. Il tempo si arrende, non passa ma cade, e quando il cuoio scende sulla pelle sembra rotolare da una montagna altissima, e tutto dura anni, rallenta, si ferma; sulle ferite si formano croste dure e marroni”.

Il tempo passa e le ingiustizie non finiscono, gli uomini viscidi continuano, i drammi della protagonista non le danno tregua. Una storia, quella di Catena, di quelle brevi ma potenti; quelle che lette tutto d’un fiato possono estenuare e sfiancare. Di quelle che fanno arrabbiare e commuovere allo stesso tempo, quelle che ci fanno sentire impotenti.
L’esordio della giovane Carmela Scotti mi ha totalmente conquistata per la sua poeticità, per la sua capacità di commuovermi e di dettarmi dei tempi di lettura per far sì che io non patisca troppo le ingiustizie e le sofferenze della piccola Catena. Una romanzo toccante, tagliente, che lascia un segno indelebile; un romanzo che ho amato e un’autrice con un grande talento.
“La mia vita era già una notte di paura, che differenza poteva fare un’altra manciata di nero?”
(unoscaffaledilibri.blogspot.it)