Tag: Fotografia

Roger Deakins di Blade Runner 2049 vince il premio ASC per la migliore fotografia

di Valerio Serafini

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Roger Deakins, famoso al grande pubblico per le sue numerose collaborazioni con i fratelli Coen, ha vinto il premio per la migliore fotografia cinematografica durante la 32esima edizione degli ASC Awards, venendo premiato per il suo lavoro in Blade Runner 2049 del regista canadese Denis Villeneuve. Numerosi discorsi tenuti dagli ospiti della serata hanno avuto per tema la esigua presenza di donne nel ruolo di direttore della fotografia a Hollywood. Continue reading “Roger Deakins di Blade Runner 2049 vince il premio ASC per la migliore fotografia”

Vivian Maier, al Museo di Roma in Trastevere

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In mostra al Museo di Roma in Trastevere 120 scatti in bianco e nero, realizzati tra gli anni ’50 e ’60, insieme a una selezione di immagini a colori scattate negli anni ’70 e alcuni filmati in super 8. Tutto questo per conoscere Vivian Maier, tata di mestiere, fotografa per vocazione. La donna che, a sua insaputa, ha anticipato molti ”colleghi” realizzando opere di un genere che oggi può essere definito ”street photography” fotografando la gente comune.

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Maier, era una fotografa compulsiva che scattava e non sviluppava e passò la sua vita accompagnata da una macchina fotografica, custodendo i suoi oltre 150.000 negativi dietro una vita riservata e modesta. Una scoperta improvvisa e soprattutto fortuita che da subito ha meravigliato. Se, nel 2007, all’epoca agente immobiliare oggi collezionista e curatore, John Maloof non avesse trovato e acquistato ad un’asta parte dell’immenso archivio che era stato confiscato per un mancato pagamento, non avremmo mai saputo chi fosse. Questa è l’occasione giusta per conoscerla. L’evento, promosso da Roma Capitale e realizzato da Fondazione Forma per la fotografia, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura, è curato da Anne Morin e Alessandra Mauro. Fino al 18 giugno. Info: www.museodiromaintrastevere.it

L’arte 2.0, l’Excellences and perfections di Amalia Ulman

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Amalia Ulman l’aveva appena notata Hans Ulrich Obrist. Poi un incidente l’ha costretta in ospedale. Part I, così comincia il progetto su Instagram Excellences and perfections, proprio durante il noioso ricovero. Ma la Ulman non fa le foto che ci si aspetterebbe da un’artista in ascesa. Semi nuda ricalca l’estetica della It-Girl e butta dalla finestra la sua carriera. Poi dice di voler fare la modella e giù foto con tacchi, poi la droga, la riabilitazione e infine l’amore. Tutto falso. L’artista rivela di aver finto in tutte le foto. La storia nel mondo reale si conclude con il successo di Ulman: da Instagram alla Tate. Un’opera che costringe a pensare quale sia il significato per un lavoro nato su un social network di finire in un museo. Ne abbiamo parlato con Fiontán Moran, co-curatore alla Tate della colletiva Performing for the camera che ospitava anche la presenza di Ulman.

Amalia Ulman ha raccontato al grande pubblico una storia della sua vita completamente fittizia. Può dirci alcuni aspetti del suo progetto che considera più emblematici?
«Excellences & Perfections è un’indagine su come si costruisce un’identità sui social media. Ma è anche un’interessante esempio di un artista che, attraverso autoritratti performativi, confonde la linea che c’è tra realtà e finzione. Inoltre, realizzato usando una macchina fotografica digitale e immagini postate online, il lavoro analizza la diffusione delle immagini digitali».

L’azione performativa di fronte all’obiettivo fotografico non è una novità nella storia della fotografia. In cosa consiste, allora, l’aspetto innovativo di questo lavoro?
«Il lavoro della Ulman si presenta come un’aggiunta interessante nella storia della performance di fronte alla macchina fotografica, perché il progetto è stato creato in privato ma può essere seguito istantaneamente da un ampio pubblico».

Excellences & Perfections è un lavoro profondamente narrativo che i follower hanno seguito entusiasti per conoscerne la fine. Che ruolo pensa abbia giocato in questa storia il successo delle serie Tv?
«Una parte del successo del progetto si deve all’accurata costruzione narrativa che Ulman ha creato. Tuttavia, a differenza di uno show televisivo, le persone non erano coscienti che si trattasse di una performance, è più simile, insomma, a un reality».

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Le foto del progetto sono esposte nei musei mantenendo la cornice di Instagram. Perché? Richard Prince, per esempio, non lo fa.
«La presentazione delle fotografie come stampe individuali richiama l’attenzione sulla costruzione dell’immagine che è stata attentamente composta per seguire un’estetica comune nei social media. Sebbene le immagini catturate da Instagram e i commenti fossero parte del lavoro, era importante non imitare direttamente qualcosa che fosse orginariamente un’esperienza digitale. La Tate Modern perciò esponeva sia le immagini che i post originali di Instagram che erano stati archiviati da Rhizome».

Il successo della serie sembra confermare una tendenza del social network come luogo e ispirazione per la fotografia contemporanea. È d’accordo con questa opinione?
«Durante la storia dell’arte, gli artisti si sono occupati spesso di tecnologia. I social network hanno fornito un’altra via per accedere all’arte e sono uno strumento usato per esplorare nuove idee».

Com’è possibile che un progetto di questo tipo, nato e sviluppato su internet sia ora esposto in gallerie e musei, anche in un’istituzione come la Tate Modern?
«Anche se il progetto è stato presentato online da sempre è stato concepito come un’opera d’arte il che giustifica la sua presenza anche in un museo. Significa insomma che riflette il mondo intero».

Letizia Battaglia e i suoi scatti al Maxxi di Roma

letizia battaglia mafia.jpgAl Maxxi di Roma fino al 17 aprile è in mostra l’artista siciliana Letizia Battaglia, fotografa della mafia, di Pasolini, di Dario Fo.

Letizia Battaglia nasce a Palermo il 5 marzo 1935, è una fotografa, fotoreporter e politica italiana; attualmente vive ancora a Palermo.

Inizia la sua carriera nel 1969 collaborando col giornale palermitano “L’Ora”. Un anno dopo si trasferisce a Milano dove comincia a fotografare collaborando con varie testate. Fa la cronista, ma insieme al “pezzo” le chiedono sempre le foto, altrimenti non glielo pubblicano.

Nel 1974 si trova a documentare l’inizio degli anni di piombo della sua città, scattando foto dei delitti di mafia. Il lavoro di Letizia è noto a livello internazionale soprattutto per le sue coraggiose foto di denuncia della violenza quotidiana portata proprio dalla mafia. Protagoniste delle fotografie sono soprattutto donne e bambine, che della mafia e della sua mentalità arcaica sono le prime vittime: donne a cui è negato il sorriso, il gioco, la felicità. Fotografa Pasolini ed Ezdra Pound, Falcone e Borsellino, Pino Puglisi e decine di cadaveri nelle guerre di mafia palermitane.

Ad un certo punto della sua vita non vuole più fotografare morti ammazzati e quindi parte per Parigi. Riceve vari premi prestigiosi dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania.

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Successivamente ritorna nella sua Palermo, che ama e patisce al tempo stesso, per la quale prova rabbia ma di cui non può fare a meno. Lei stessa dice “Mi emoziono sempre camminando nei vicoli.. una statua della Madonna, un Gesù, gli odori, una finestra sbilenca..”

Letizia non è solo “la fotografa della mafia”, le sue foto raccontano Palermo nella sua miseria e nel suo splendore, nelle sue tradizioni, gli sguardi di bambini e donne, i quartieri, le strade, le feste e i lutti, la vita quotidiana e i volti del potere di una città contradditoria.

Lei stessa fa parte della vita politica di Palermo negli anni ’80-’90: è stata consigliere comunale, assessore comunale a Palermo con la giunta Orlando; diviene deputato all’assemblea Regionale Siciliana, e diventa vice presidente della Commissione Cultura.

Attualmente fotografa ancora, fotografa le bambine: ce ne sono di bellissime, raccolte con cura e scelte per “Diario”, il suo ultimo libro. Sono bambine che vivono a Palermo, nella sua Sicilia, una Sicilia poetica, dura e selvaggia che Letizia racconta con le sue fotografie in elegante e scontroso bianco e nero.

In mostra al Maxxi fino al 17 aprile 2017.

(Fotodartelab.it)