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Anelante, gente! Anelante

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Ultimo capitolo delle Civiltà Numeriche della coppia Rezza/Mastrella e ancora una volta la stravaganza e l’irriverenza dei due segna gli astanti senza possibilità di resa.

Divertente, coinvolgente, impegnato, sarcastico. Rezza elude ogni regola formale e trasforma il palco del Vascello in un container di situazioni surreali che colpiscono i presenti con la consueta forza dirompente. Fa ridere, Antonio, tra le parole e i prolungati silenzi (!) che promette ma non mantiene. Colpisce i genitori, la chiesa (fosse una novità), i dogmi sociali e le istituzioni. Gioca con i numeri partendo dal G20 e finendo al G5 (per carenza di interpreti). Fa parlare i grandi della politica, porgendo al pubblico il loro lato migliore, ossia il culo.

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Uno splendido dialogo surreale portato avanti da cinque culi che affacciati alle finestre ideate da Flavia, parlano un linguaggio loro, finché Antonio non irrompe bastonando con un manganello i poveri malcapitati. Ma il culo resiste, perché al Culo ci si affida, almeno fin quando non ci si rende conto di non averne più e allora si inizia a pregare, perché d’altronde “Dio altro non è che un surrogato del culo” .

Le risate sono garantite, naturali, veritiere e di pancia, come purtroppo sempre meno capita nelle sale teatrali. Almeno questo per il 99,9% dei presenti. Sì, perché il meglio si è consumato alla fine, quando uno, e solo uno spettatore, ha pensato bene di non applaudire, indispettito, a suo dire, dallo spettacolo visto. Antonio ha risposto come solo lui sa fare: “Se tutti ridono e solo tu stai zitto, il problema è il tuo!” L’uomo ha ribattuto con un insulto gratuito, lasciato correre da Antonio ma non dal resto del pubblico che ha rumoreggiato a ragione contro l’individuo in questione.

Forse aveva ragione Brecht: “Se la gente vuole vedere solo le cose che può capire, non dovrebbe andare a teatro; dovrebbe andare in bagno”.

(Claudio Miani)

7 14 21 28. Antonio Rezza più irriverente che mai

download-17 14 21 28, lascia il segno. Quello indelebile di due mattatori, che del teatro fanno luogo di verità,  accuse, ironia e comicità. Un surreale viaggio a tracciare la realtà di uno stato confinato nella propria inettitudine e smascherato, a loro modo, da Antonio Rezza e Flavia Mastrella,  eccezionali, irriverenti ed eclettici cantastorie dei nostri giorni.

La prima al Teatro Vascello è stato un assoluto successo, di pubblico, di ritmo, di quella forza travolgente propria di chi, consapevole di viaggiare controcorrente, non fa nulla per mascherarlo ma, anzi, gonfia le proprie vele per spingersi a largo.

Il teatro decostruito di Antonio, senza trame e narrazione, si fonde alla perfezione con gli “abiti” minimali di Flavia dando corpo a quella voce che gioca tra la sensibilizzazione e l’accusa, neppure troppo velata, nei confronti di un governo/chiesa/comunicazione che gioca ad “inculare” il malcapitato di turno.

download-2Antonio riempie il palco per un’ora e passa dando sempre la sensazione di essere padrone, non tanto delle scelte sceniche, quanto piuttosto dei risvolti che le stesse hanno sul pubblico. Le risate si fondono agli applausi, alle riflessioni, alla consapevolezza che in fin dei conti basterebbe davvero poco per vivere in un Paese degno di esser chiamato tale, e invece siamo figli di una bandiera dove assieme al bianco e al rosso, serve aggiungere il verde per ottenere un degno color “merda”.

Corpo+Corpo = Corpo al quadrato

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Il teatro di Antonio Rezza è nel suo corpo. Non esistono altri esempi in Italia – e per quello che ne sappiamo nel resto d’Europa e nel mondo. È nelle sue ossa, dentro ogni fibra o muscolo, lungo la sua epidermide, tutto è teatro e spettacolo. E anche la voce è corpo, frutto di una manipolazione fisica senza sosta, in grado di risuonare improvvisamente dalle zone più nascoste.

Dopo più di vent’anni di carriera quel corpo è ancora lì, capace di saltare come un elastico in un fisico atletico da altri tempi, ancora pronto a darsi in pasto al pubblico, ogni volta protagonista più che di un rito di vere e proprie battaglie dalle quali sembra uscire sempre un solo vincitore. Rezza è un gladiatore, un matador dell’arte scenica che risponde al sacrificio del corpo con la dominazione della mente. Fino a un paio di spettacoli fa al pubblico veniva chiesto di ripagare il sacrificio del corpo con la partecipazione – o in certi casi bisognerebbe parlare di sottomissione – totale. Lo spettatore rischiava di entrare nell’opera come uno dei tanti segni utilizzati, alla stregua di un oggetto, parte di una follia dadaista in cui apparentemente non vi è gerarchia alcuna – tra i segni, i contenuti e la loro successione. Di quelle stagioni in platea è rimasta quasi la paura e l’eccitazione che ne deriva, talvolta è lo stesso Rezza a ricordarlo: se durante gli applausi hai il coraggio di alzarti prima degli altri sappi che la pagherai cara.

13235__antoniorezza2canelanteDopo qualche momento, dietro a una quintatura sghemba e mobile, una sorta di teatrino/navicella, cominciano ad apparire mani, teste e braccia, corpi che non sono quello del performer, ma che in realtà sono quasi delle proiezioni. Rezza ci aveva già abituato negli ultimi lavori alla collaborazione con Ivan Bellavista, ma in questo caso quello sdoppiamento del corpo in cui finivano le moltitudini di apparizioni mentali partorisce fino a quattro volte. L’azione fisica e scenografica è coadiuvata dai giovani Manolo Muoio, Chiara A.Perrini, Enzo Di Norscia, oltre che dal già citato Bellavista. Non sono personaggi, come d’altronde non lo sono neanche quelli del protagonista, ma sono più che altro delle emanazioni e in taluni casi degli amplificatori di forza.Eppure ora su quel corpo inevitabilmente cominciano a contarsi i natali di mezzo secolo, se il fisico e il fiato ancora reggono nel viso si fanno strada dei solchi che non fanno altro che rendere la maschera smunta più detestabile, incattivita, cinica. Come d’altronde è il teatro dell’artista di Nettuno, cinico e senza speranza, dove l’unica salvezza è in quella risata catartica che più che un fine è una punteggiatura, matematica rappresentazione dell’infinita battaglia tra corpo e mente, ma anche lascito popolare di un’avanguardia artistica costantemente in lotta con la normalizzazione.

Arrivato a questo punto, il duo – perché voce e corpo non sono scindibili dagli ambienti scenici di Flavia Mastrella – aveva già dimostrato tutto o quasi infischiandosene di qualsiasi tabù teatrale e più in genere artistico, diventando quella che in molti hanno spesso chiamato “anomalia”, ovvero l’utopia realizzata di un teatro d’arte popolare, anzi da tutto esaurito. Ora però, condannato al sold out eterno, Antonio Rezza dopo tre anni di assenza da nuove creazioni è tornato al Teatro Vascello e la novità salta subito agli occhi: Analente è un lavoro corale?

anelante-rezzamastrella-foto-giulio-mazzi-img_8582Allora di cosa parla questo Anelante? Ecco appunto, non parla, ma “è”. In ogni momento è qualcosa di diverso che muta ai nostri occhi, in uno stimolo continuo, in un gioco di rimandi in cui lo spettatore non può fisicamente addormentarsi perché continuamente sollecitato da corpi e pensieri che diventano mostri anche quando sembrano innocenti scherzi. Certo, il pubblico è tentato di prendere con sé quei brandelli di quotidianità di cui il palco a un certo punto inizia a popolarsi: la matematica della prima scena, Copernico, Pitagora, la fisica quantistica, Keplero, una possibile adolescenza in cui una maestra miope aveva negato proprio a lui il palco per la recita – «tu pensa che si è perso il teatro ragazzi» – e poi i temi attuali, le pensioni, il potere e i grandi della terra che si incontrano. Ma siamo trascinati da un fiume in piena che sputa e inghiotte senza sosta. Così spuntano anche Dio e Freud, o meglio il continuo attacco e derisione alle teorie freudiane, perché in fondo l’austriaco rispetto a L’interpretazione dei sogni «è stato solo fortunato, che a un certo punto la gente c’ha sonno. C’ha costruito un impero economico». Se gli altri performer hanno il compito di espandere il corpo e talvolta la voce divenendo in un paio di occasioni una sorta di orchestra futurista, a tirare i fili del pensiero è sempre Rezza che in una struttura circolare comincia da se stesso e dopo aver bombardato qualsiasi punto fermo del nostro inconscio collettivo torna nelle profondità di un io disperso nei ricordi di un bambino alle prese con la madre dai modi tedeschi e il padre assente… al pubblico la possibilità di (non) cercarvi ancora una volta un significato.Tutti insieme concorrono però a portarsi di tanto in tanto, sulle spalle, i fantasmi di una flebile traccia narrativa, o sarebbe meglio dire, logica. Perché anche qui, come sempre accade nel teatro di Rezza e Mastrella non ci sono storie da raccontare, ma allo stesso tempo l’autore non lascia del tutto chiusa la porta alla realtà, più che altro la apre e la chiude con ritmi alogici e antinarrativi, di modo che questa possa entrare a sorpresa, spezzettata, frantumata, senza il corollario di sovrastrutture sociali con cui siamo abituati a guardarla e così ne possa uscire rimasticata disordinatamente per apparire nuda e costellata di dubbi e incertezze.

(Andrea Pacosgnich, TeatroeCritica.net)