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La suggestione totale di Pink Narcissus

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Uscito nel 1971, Pink Narcissus è diventato uno dei film che godono della più autentica definizione di cult assoluto, conosciuto anche (più di nome che per essere stato visto) per l’aura di mistero su chi fosse il suo vero realizzatore. Il film infatti, di cui si impadronì forzatamente la casa di produzione Sherpix, fu “distribuito” come anonimo in seguito alla decisione del regista di non far comparire il suo nome, dato che ancora dopo sette anni non era arrivato ad una versione che lo soddisfacesse, esasperando appunto la suddetta Sherpix. Continue reading “La suggestione totale di Pink Narcissus”

L’estetica splatter di Raimi, La Casa

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L’esordio alla regia di Sam Raimi, datato 1981, non avrebbe potuto essere più fulminante; il regista, insieme agli amici Bruce Campbell (protagonista) e Robert Tapert (produttore) riesce a portare sullo schermo un’idea che covava già da diversi anni, e che era già stata parzialmente sviluppata nel precedente cortometraggio Within the woods (1978). Doveva trattarsi di un semplice horror low-budget, pensato principalmente per il pubblico di teenagers che affollava, in quel periodo, le proiezioni dei drive-in: un film che doveva rappresentare, per il suo autore, il passaporto più agevole per l’ingresso nel mondo del cinema, e una risposta ai b-movie horror che lo stesso Raimi, nella sua adolescenza, aveva più volte avuto modo di vedere proprio nelle proiezioni notturne dei drive-in (“Vedendo quei film”, ha dichiarato recentemente il regista, “pensai che avrei potuto fare sicuramente di meglio”). Continue reading “L’estetica splatter di Raimi, La Casa”

Halloween – la notte delle streghe

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Quando nel 1978 John Carpenter girò questo horror a basso costo, commissionatogli dal produttore Mustapha Akkad sulla base di un’esile traccia (una baby sitter terrorizzata da un maniaco omicida in una cittadina americana), non aveva probabilmente idea dell’enorme successo di pubblico a cui sarebbe andato incontro, né del fatto che con il suo film avrebbe dato inizio ad un vero e proprio sottogenere cinematografico, quello dello slasher movie o degli “assassini pazzi”, storie basate su un folle (spesso apparentemente invincibile o comunque dotato di poteri soprannaturali), che fa strage di adolescenti, generalmente in un piccolo centro abitato americano. Continue reading “Halloween – la notte delle streghe”

Alla scoperta della sessualità in Y tu mamá también

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Si definiscono due Charolastras – una sorta di cowboys spaziali – i due protagonisti di quest’avventura, Julio e Tenoch, due diciassettenni molto legati tra loro, appartenenti a due diverse realtà sociali e che vivono la loro adolescenza in modo spontaneo, tra l’impazienza di diventare uomini e la voglia di giocare e divertirsi. Continue reading “Alla scoperta della sessualità in Y tu mamá también”

Le silenziose bugie de Il Sesto Senso

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Nel 1999 M. Night Shyamalan, giovane cineasta dal nome quasi impronunciabile, si fa subito notare come una delle grandi rivelazioni del nuovo millennio con un film che ormai possiamo senza esitazioni definire cult. Il sesto senso, infatti, è un caso più unico che raro: esaltato sia da critica che pubblico, è un thriller paranormale e psicologico che colpisce e stupisce, soprattutto grazie allo splendido finale a sorpresa, ma che non per questo finisce di emozionare con la prima visione. Continue reading “Le silenziose bugie de Il Sesto Senso”

Oltre gli schemi di Légami, di Pedro Almodovar

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Ricky ha ventitré anni e cinquantamila pesetas in tasca ma, soprattutto, è solo al mondo. È appena uscito da un centro psichiatrico e spera di trovare un lavoro, una donna e avere dei figli. Ha già scelto quale sarà la sua compagna: Marina, una pornostar tossicodipendente, conosciuta un anno prima e mai dimenticata. Il problema è che Marina non condivide i suoi piani e il suo entusiasmo, e per questo Ricky è costretto a rapirla e a legarla al letto, in modo che, con il tempo, lei impari a conoscerlo e a volergli bene. Il piano sembra piuttosto folle, invece, al di là di ogni pronostico, la tattica comincia a dare i suoi frutti.

Légami! è, quindi, un inno alla normalità, la riscoperta dei valori semplici e sani del lavoro e della famiglia? Assolutamente no, perché per una persona come Ricky, che non ha mai avuto nulla, la normalità, al contrario di com’è generalmente concepita, diventa qualcosa di unico, speciale, fuori dagli schemi, da conquistare anche con la forza, se necessario. Ed è proprio questa una domanda che sorge spontanea durante la visione del film: l’amore può essere costretto? Sì, secondo Pedro Almodóvar, anche se poi devono subentrare altri elementi: la forzatura può essere iniziale, quando ci si scopre innamorati e si fa di tutto per conquistare l’oggetto del nostro desiderio, svelando la nostra natura e i nostri più intimi pensieri, ma la successiva decisione di portare avanti una storia dev’essere libera da imposizioni. Dopo i tre giorni di sequestro, Marina riesce a fuggire: per tutto il tempo Ricky le ha parlato della sua infanzia, degli ultimi anni all’ospedale, dei suoi progetti per il futuro. Ora, la donna può scegliere di tornare da lui e iniziare una nuova vita insieme, oppure di allontanarsi in modo definitivo.

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Légami! è senza dubbio una delle più interessanti pellicole proposte al pubblico dal regista spagnolo, che mette in scena una vicenda a tratti comica e un po’ surreale: come cantano i cultori del “bolero”, è difficile vivere senza amore quando se n’è avuta esperienza, e quella tra Ricky e Marina è senza dubbio una storia d’amore, forse non convenzionale, ma d’amore. In una scena, Ricky e Lola, la sorella di Marina, intonano Resistiré, brano del Dúo Dinámico che parla di resistenza alle delusioni e frustrazioni della quotidianità. Mentre i due cantano, Marina inizia a piangere silenziosamente, conscia che la sua storia con Ricky segue le stesse leggi implacabili della vita, bella ma anche ricca di imprevisti, alcuni negativi, dai quali non ci si può comunque sottrarre.

(Elena Spadiliero)

L’immagine soffocante di Bertolucci. The dreamers

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Jim Hendrix, The Doors, Bob Dylan, Janis Joplin. Miti del rock, eroi della musica giovanile che hanno segnato un’epoca, diventati in seguito delle icone, dei simboli la cui natura artistica va oltre le mode. Eppure i loro volti, la loro rabbia, la loro poesia fa certamente parte di un mondo, quello delle rivolte del sessantotto, del sogno rivoluzionario, della meravigliosa utopia del cambiamento della società.
Ebbene, da anni si assiste ad una sistematica demonizzazione di un periodo che certamente non ha determinato ribaltamenti prodigiosi ma che ha introdotto novità consistenti di cui tutti noi, ancora oggi, godiamo.

Con lo spirito di una rivalutazione oggettiva di un passaggio storico importante per l’intero occidente, Bernardo Bertolucci ha realizzato il suo film The Dreamers. Si tratta senza dubbio di una delle prove più significative nell’intera filmografia del cineasta di Parma. E’ un’opera intensa, commovente, divertente, profonda, complessa e, soprattutto, girata con una maestria rara. Bertolucci è un regista raffinato, in grado di elaborare inquadrature dense e toccanti. In The Dreamers il suo sguardo, pur attentissimo alla composizione e agli equilibri formali, è diventato ancora più libero e leggero. Nonostante alcune immagini abbiano una chiara impostazione pittorica e una razionale costruzione stilistica, quasi sempre si avverte una sorta di estrema leggerezza, di soavità espressiva che viene sostenuta anche da una fotografia calda e lievemente impastata.

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Dunque, l’impianto visivo sul quale scorre la vicenda dei tre giovani cinéphiles consente una portentosa fluidità della fruizione, una sorta di naturale e felice scorrimento del racconto che oscilla tra tensioni e riflessioni in modo assolutamente ineccepibile.
Ma The Dreamers è qualcosa di più di un film sul sessantotto e sulla crescita individuale di tre ragazzi. E’ un lavoro che si nutre di elementi poetici provenienti dal cinema stesso. Le continue citazioni, da Tod Browning a Samuel Fuller, da Jean-Luc Godard a Robert Bresson, da Rouben Mamoulian a Buster Keaton, fanno parte di un tessuto creativo armonioso nel quale il linguaggio del cinema si specchia nella crescita interiore dei personaggi. E tutto il film di Bertolucci è un gioco di rifrazioni e doppie visioni. Gli specchi compaiono in numerose inquadrature, fornendo all’aspetto visuale di The Dreamers una struttura complessa che oltre a far emergere punti di vista alternativi isola con abilità la psicologia dei personaggi.
Theo, Matthew e Isabelle vivono una dimensione erotica e rivoluzionaria personale connessa sottilmente ai moti del sessantotto che, in maniera molto intelligente Bertolucci tiene costantemente sullo sfondo della vicenda, per farli emergere solo in conclusione.

“Non volevo fare un film storico nel vero senso della parola… volevo ricreare lo spirito del sessantotto ma  non volevo fare assolutamente un’opera di ricostruzione”, ha affermato l’autore. Questa scelta “ideologica” è stata la sua mossa vincente. Infatti, proprio grazie a questa impostazione è riuscito a scavare in profondità, a toccare le corde delle emozioni e a dare il giusto valore agli eventi che caratterizzarono quel periodo storico.
I tre interpreti, Michaell Pitt, Louis Garrel ed Eva Green hanno dato prova di notevoli capacità interpretative, di sensibilità e capacità di reggere inquadrature quasi soffocanti, anche grazie, ovviamente, al decisivo lavoro di Bertolucci, per quel che concerne la direzione degli attori.

(David Arciere)