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Le donne nel Futurismo: una mostra per ricordare le “amazzoni futuriste”

di Corinne Vosa

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Nel Manifesto del Futurismo del 1909 Marinetti dichiarava: Vogliamo glorificare il disprezzo della donna. Pertanto si è diffusa l’idea che gli esponenti del futurismo nutrissero una forte ostilità verso le donne. Eppure è sorprendentemente il movimento d’avanguardia novecentesca in cui la partecipazione delle donne è stata maggiore, così come il loro contributo artistico. Quindi cosa intendeva dire realmente Marinetti? Continue reading “Le donne nel Futurismo: una mostra per ricordare le “amazzoni futuriste””

La rivoluzione femminista di Ibsen nel magistrale vojerismo scenico di Roberto Valerio

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Si scrutano, si guardano, si cercano. Afflitti dai propri ruoli e dall’impotenza sociale, Nora e Torvald si fronteggiano prigionieri di un contratto matrimoniale che lega le loro coscienze con nodi a doppia mandata. La scena è destrutturata dal linguaggio registico che impone spazi di movimento ampi, ma allo stesso tempo costrittivi. I personaggi entrano ed escono dalle loro esigenze, cercano di rubare lo sguardo allo spettatore fin dove questo sia disposto a farsi trascinare, giudicano con l’indice puntato, facendosi volantari censori di una società retta sulla figura di quell’uomo Padre/Padrone, che quasi cento anni dopo, Ledda recuperà nel proprio autobiografico romanzo.

La difficoltà di contestualizzare il testo di colui che a ragione, è considerato il padre della drammaturgia moderna, capace di portare in scena la dimensione più intima della borghesia dell’800, mettendone a nudo le proprie contraddizioni e i propri eccessi,  è stato forse il rischio maggiore in cui ci si poteva imbattere strutturando il lavoro di Ibsen in un bipolarismo estremizzato: Uomo e Donna come mondi opposti, alla ricerca di una ragione, ma privi della capacità di destreggiarsi tra i dogmi sociali loro imposti. Almeno fino a quando Nora si desta dal proprio sogno illusorio svestendo i propri panni di Moglie/Bambola, per indossare quelli definitivi di Donna.

CASA DI BAMBOLA adattamento e regia Roberto Valerio

Il teatro, così come il Cinema (basti pensare a La rosa purpurea del cairo di Woody Allen) ha più volte trattato il tema della fuga dal sogno per la necessità vitale di riaffermare la propria identità e in questa piéce l’obiettivo è raggiunto appieno. Tutti gli attori lavorano virando verso la corale esigenza di sciogliere quella sottile trama che tiene sospesa la quarta parete, permettendo allo spettatore di non provare il naturale scollamento dalla messa in scena, ma divenendo quasi parte attiva del dramma.

Le luci colorano lo scenario, sfumano i volti, scuriscono gli animi e i lati più nascosti dei personaggi; poi di colpo illuminano la storie che si intrecciano, che Ibsen ha creato cercando di sovvertire l’abitudinaria idea di forma scenica. Ogni cosa prende forma in un gioco non più fanciullesco, ma adulto e la Nora/Sperlì diretta da Valerio rompe il bozzolo di bruco per farsi finalmente farfalla.

Nora: “La nostra casa non è stata altro che una stanza dei giochi. Qui io sono stata la tua moglie bambola. Questo è stato il nostro matrimonio, Torvald.”

(Claudio Miani)

Dalle donne alle donne. Il capolavoro di Erica Jong, Paura di volare

paura-di-volareOggi vi riproponiamo un articolo di Reset del Sett./Ott. 2009 a firma di Joanne Barkan.

Nel 1973 – lo stesso anno in cui la Corte suprema deliberava sul caso Roe contro Wade, legalizzando l’aborto negli Stati Uniti – Holt, Rinehart e Wiston pubblicarono il libro Paura di Volare, di Erica Jong, le finte memorie sulla ricerca di autonomia, avventura e gratificazione sessuale da parte di una giovane donna. Che lo si ami o lo si odi, il libro ha fatto storia.

L’edizione rilegata (novembre 1973) raggiunse appena la classifica dei best sellers, ottenendo una serie di recensioni che andavano dal delirio alla ferocia. L’edizione tascabile (novembre 1974), vendette tre milioni di copie in pochi mesi. A metà del 1975, i docenti della Rice University, di Radcliff, dell’Ucla e dell’Università del Wisconsin avevano inserito il romanzo nei loro corsi di letteratura e di sociologia; in tutto il paese, le donne ne discutevano durante i gruppi di autocoscienza.

Naturalmente, Paura di volare faceva parte di una tendenza editoriale che negli Stati Uniti stava riscuotendo molto successo: il «romanzo femminista» – una narrativa realistica e popolare scritta dalle donne sulla vita delle donne del loro tempo. Il libro della Jong faceva parte di un elenco che comprendeva Diario di una casalinga disperata (1967), di Sue Kaufman, Up the Sandbox (1970), di Anne Roiphe, Memorie di una reginetta di provincia (1972), di Alix Kates Shulman (1972) e molti altri. Ma Paura di volare si distingueva da tutti gli altri: all’epoca provocò un singolare turbamento: per alcuni, fu una conquista storica rispetto a ciò che le donne potevano scrivere e, cosa forse ancor più importante, al modo in cui potevano esprimerlo; per altri, fu un esempio particolarmente ripugnante del crollo dei principi morali in America. Consideriamo, per esempio, quello che l’eroina –Isadora Wing – ha da dire sul matrimonio :

«Non ero contraria al matrimonio. In realtà ci credevo. Bisogna avere un amico del cuore in un mondo ostile… Ma che ne era di quegli altri desideri che dopo un po’ il matrimonio non faceva più molto per esaudire? L’inquietudine, la smania, il pulsare nelle viscere, nella fica, il desiderio di essere riempita, di essere scopata ovunque, il desiderio ardente di champagne secco e di baci umidi…tutte le romantiche sciocchezze che con metà del cuore desideri e con l’altra metà deridi ferocemente».

Nei primi anni Settanta, per alcune donne, tutto ciò ebbe un effetto elettrizzante; avevano trovato un romanzo la cui protagonista femminile esprimeva ciò che esse pensavano e sentivano a proposito del matrimonio, dell’impegno affettivo, dell’indipendenza e del sesso. Per altre, era robaccia.
Da allora, molti dei primi romanzi femministi hanno ottenuto lo status di «classico del genere», ma nessuno è diventato un fenomeno culturale internazionale della portata di Paura di volare. Oggi, il romanzo ha venduto più di diciotto milioni di copie ed è stato tradotto in trenta lingue. Nel 2008, la Jong ha raccontato in un’intervista che, dovunque vada – Belgrado, Hong Kong, Tokyo – le donne ci tengono a dirle quanto si identifichino in modo assoluto nella protagonista del romanzo. «Isadora Wing sono io», dicono. Non dubito che sia vero.

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Recentemente, ho domandato a una decina di donne che (come me) avevano letto Paura di volare un anno o due dopo la sua pubblicazione, quali emozioni, all’epoca, avesse suscitato in loro il romanzo. Quasi tutte hanno dato risposte simili a questa: «Fui entusiasta della sua franchezza e della sua mancanza di inibizioni!»; «Mi identificai in lei. Sentii che il libro fu in parte responsabile del mio divorzio. Fu liberatorio e mi fece desiderare la libertà». Nessuna di quelle con cui ho parlato, però, ricordava qualcosa della trama, eccetto la storia della zipless fuck – la fantasia del personaggio principale sul perfetto atto sessuale: spontaneo («la zip scese come un petalo di rosa»), intenso, breve, preferibilmente anonimo, e senza rimorsi. Io ricordavo qualcosa di più: una mezza dozzina di episodi e la mia opinione sullo stile narrativo («C’è una scena ben scritta», dissi agli amici, «una descrizione della protagonista in un anfiteatro nazista»). Ma non ricordavo niente della trama. La vicenda era questa: la ventinovenne Isadora Wing (che da qualche tempo è entrata nel mondo letterario con il suo primo libro, un volume di poesie erotiche) è in viaggio con il marito, uno psichiatra sino-americano, per partecipare a un convegno di psicoanalisti a Vienna. Frustrata dal punto di vista sentimentale e annoiata da quello sessuale, Isadora è tormentata, da un lato, dal desiderio di avventura, di estasi sessuale, libertà e creatività, dall’altro, dal bisogno di sicurezza e protezione che può dare un marito. Almeno temporaneamente, Isadora sceglie l’avventura, scappando in un frenetico viaggio attraverso l’Europa occidentale in una decappottabile sportiva assieme a un analista junghiano sessualmente disinibito che ha incontrato al convegno. Due settimane e mezzo più tardi, a Parigi, lui la pianta per raggiungere in Bretagna i due figli e la fidanzata del momento per una vacanza programmata da tempo. Totalmente impreparata a tutto questo, Isadora ha un crollo emotivo che dura una giornata, ed emerge dal panico in cui era sprofondata con un po’ di quella sicurezza e di quella forza che aveva tanto desiderato.

Nel corso dell’odissea di Isadora da Vienna, attraverso l’Europa e poi di nuovo a Londra, l’autrice inserisce lunghi flashback che costituiscono almeno metà del romanzo. Essi ci raccontano la storia della sua ricca famiglia ebrea nell’immenso appartamento nell’Upper West Side, a Manhattan, i suoi anni adolescenziali di colpevole ricerca del sesso, sognando di diventare una scrittrice famosa; quindici anni di psicoanalisi con una mezza dozzina di eccentrici psichiatri; il matrimonio, subito dopo la laurea, con un compagno di studi che si rivelerà schizofrenico e il successivo divorzio; le relazioni sessuali seguite al matrimonio e una serie di incontri di una notte in giro per l’ Italia; il precipitoso nuovo matrimonio con uno psichiatra e, quando lui viene richiamato durante la guerra del Vietnam, i loro tre anni in una base militare a Heidelberg, in Germania, dove Isadora scopre la sua identità ebraica.
La vita di Erica Jong, nei primi 29 anni, coincide quasi perfettamente con quella di Isadora Wing, ma il romanzo, chiaramente, vuole essere una satira, una parodia degli episodi reali, nonché un omaggio contemporaneo al romanzo ottocentesco. La voce narrante è spigliata, beffarda, e incline all’esagerazione per la ricerca dell’effetto comico. La gestalt della sua eroina include i temi e il linguaggio dei primi anni della seconda ondata femminista, in particolare dei gruppi di autocoscienza. Ecco Isadora che parla dell’essere una donna senza figli:

«È buffo come malgrado la mia riluttanza ad avere figli sembra che io viva nella mia fica. Avverto ogni cambiamento del mio corpo… so esattamente quando sto ovulando. Nella seconda settimana del ciclo, avverto un minuscolo ping e una specie di dolore formicolante al basso ventre. Qualche giorno dopo, spesso, trovo una macchiolina di sangue sullo yarmulke di gomma del mio diaframma. Una macchia rosso brillante, l’unica traccia visibile dell’ovulo che avrebbe potuto diventare un bambino. Allora provo un’ondata di tristezza quasi indescrivibile. Tristezza e sollievo. È davvero meglio non essere mai nati?
Il diaframma è diventato una specie di feticcio per me. Un oggetto sacro, una barriera tra il mio utero e gli uomini. Per qualche ragione, l’idea di partorire il suo bambino mi fa arrabbiare. Che se lo partorisca lui! Se devo avere un figlio, voglio che sia tutto mio. Una femmina, come me, ma migliore».

Rileggere Paura di volare per la prima volta in trentacinque anni mi è sembrato infernale: era come venire rinchiusi in una stanza con una logorroica che ti racconta la storia della sua vita nei minimi e più intimi dettagli, fermandosi, però, ogni novanta secondi per elencarti lamentosamente i suoi «problemi»: «Non riesco a non fantasticare su altri uomini quando faccio sesso con mio marito. Cosa voglio davvero: avventura o sicurezza? I rapporti con gli uomini sono insoddisfacenti, ma non sono capace di sopravvivere senza. So che i modelli convenzionali del modo in cui una donna deve apparire e agire sono fesserie, ma mi sento obbligata a conformarmi. Perché non riesco a dimenticare tutto questo e a concentrarmi sulla scrittura? Non riesco a non fantasticare…». Arrivata a pagina 75 delle 425 pagine del romanzo, ho scarabocchiato ai margini «Basta!». A metà libro faticavo a trovarci qualcosa di divertente. L’irritazione ha travolto la lettura.
La Jong aggrava lo sfogo compulsivo della narratrice tornando continuamente sugli stessi episodi del passato. Ad esempio, all’inizio del racconto veniamo a sapere che Isadora, a quattordici anni, si era privata del cibo «come penitenza per essere stata masturbata da un compagno di scuola sul divano del soggiorno dei miei». Viene spedita da un’analista che, fedele alla sua formazione, l’ammonisce di «accettare di essere una donna». A metà romanzo l’autrice torna nei minimi dettagli sull’avventura del divano, poi riferisce la diagnosi dell’analista come se non ne avesse già parlato. Prima che il romanzo si concluda, lo stesso episodio viene riproposto altre due volte. Questo è un libro che avrebbe avuto bisogno di una serie inesorabile di tagli.

Dove portano tutte queste chiacchiere di Isadora Wing? A un’epifania che oggi sembra poco convincente e a una conclusione deludente. Sola – la parola chiave – in uno squallido albergo parigino dopo la partenza del suo amante, Isadora esplode: «Mi sento come se mi avessero scorticata viva, come se tutti i miei organi interni fossero esposti agli elementi, come se la sommità della mia testa fosse esplosa…». Dopo una «spugnatura», (e sei pagine di riflessioni sul suo passato, guardandosi nuda allo specchio), Isadora prende dalla valigia un vecchio diario, legge le pagine sugli anni trascorsi a Heidelberg e ha una rivelazione:

«Leggendo il diario, iniziai a sentirmene attratta come da un romanzo…E poi ha cominciato a farsi strada una curiosa rivelazione. Ho smesso di dare la colpa a me stessa, semplicemente…[…]…Non bisogna chiedere scusa per il fatto di voler essere padroni della propria anima…[…] Ho continuato a leggere, e a ogni pagina diventavo più calma… Se Bennet [il marito] e io fossimo tornati insieme, doveva accadere in condizioni molto diverse. E se non fosse successo, sapevo che sarei sopravvissuta».

Voilà! Dopo lo Sturm und Drang che l’autrice evoca per 394 pagine, la metamorfosi di Isadora è troppo improvvisa, troppo semplice e troppo radicale. Anziché imbarcarsi in una nuova fase della sua vita, non è più probabile che ritorni in pochi giorni a una tormentata ambivalenza? La natura sospetta della sua trasformazione fa apparire il futuro meno promettente, e perciò la conclusione del romanzo è più deludente – o, come scrisse negli anni Settanta qualche critico della Jong – è una «marcia indietro». Da Parigi se ne va dritta all’albergo londinese in cui soggiorna il marito. Lui non c’è, ma lei si fa dare la chiave della stanza. Il libro finisce con lei che si immerge, soddisfatta, nella vasca da bagno.«Le mie paure erano scomparse» e «ero certa che non mi sarei umiliata». E allora perché non ha preso una stanza per lei sola?
Tuttavia, se il romanzo è una marcia indietro rispetto a una prospettiva femminista, se la coscienza di Isadora, alla fine, non si è risvegliata, perché milioni di donne hanno trovato la sua storia coinvolgente e liberatoria? Perché le studentesse universitarie di Belgrado, le casalinghe di Hong Kong e le imprenditrici di Tokyo si identificano in questa ebrea newyorchese dell’alta borghesia incline al piagnucolio? Perché la amano ancora oggi? Cos’è che non ho capito? Tra le recensioni originali di Paura di volare, ne ho trovata una – quella di Molly Haskell in The Village Voice Literary Supplement (22 novembre 1973) – che suggerisce una risposta:

«È difficile credere che questa donna abbia paura di qualcosa. Può essere una questione di tono, di bravura che dissimula l’insicurezza, ma Erica/Isadora, sirena/donna di spirito/poetessa, va avanti alla grande, strizzando i cervelli agli strizzacervelli, con il loro gergo, dominando la sua mise-en-scene con la stessa autorevolezza con cui Mae West tiranneggiava qualsiasi saloon di terz’ordine o la Dietrich un nightclub fumoso…In qualche modo, la stessa mano che scrive, avendo scritto in modo così audace, cancella l’immagine della vittima».

La Haskell aveva ragione. Dopo aver messo da parte la mia impazienza e aver letto di nuovo il libro – questa volta procedendo a caso, avanti e indietro da un capitolo all’altro – ho potuto apprezzare come la voce particolare dell’autrice sappia trasmettere energia e audacia persino quando Isadora è totalmente depressa, abbarbicata a un uomo o tremante di paura. La narratrice è infaticabile, indomabile, e si diverte intensamente (si sarà fatta trascinare?). Lei sa chi vincerà alla fine. Non soltanto è sopravvissuta alla storia che racconta e l’ha scritta come il romanzo che leggiamo (un espediente letterario che da allora ha perso mordente), ma fa anche battute sul suo viaggio senza fermate. La Jong vuole che il lettore rida di Isadora Wing, il che vuol dire ridere assieme alla Jong e godersi la corsa.

Una volta, i problemi di Isadora erano i miei problemi, mi identificavo in lei e la sua storia mi infondeva coraggio, anche se non pensavo che fosse scritta molto bene. Oggi, leggendo il libro non riesco a provare le stesse sensazioni: la sorpresa e l’eccitazione dell’identificazione non sono più qui a mettere in ombra ciò che di irritante c’è nel suo modo di scrivere. Non faccio più parte del pubblico ideale di Paura di volare, sebbene quel pubblico esista ancora in altri luoghi, tra altre donne. Però sono grata a Erica Jong e alle altre scrittrici femministe che hanno incoraggiato tante di noi a ricomporre le nostre storie in meglio.

Joanne Barkan vive a Manhattan e a Cape Cod dove scrive saggi, racconti per ragazzi e versi.

(Traduzione di Antonella Cesarini)