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La passione oltre le lenti di Ang Lee, Lussuria

lussuria4Se c’è una cosa che non manca di certo ad Ang Lee è la volontà di rischiare, di provare a stupire e spiazzare ogni volta con un film sempre nuovo, nel quale emozioni e sentimenti non sono mai uguali a quanto già detto in precedenza. Continue reading “La passione oltre le lenti di Ang Lee, Lussuria”

L’altra verità. Diario di una diversa, di Alda Merini

alda meriniIl “Diario” è stato pubblicato la prima volta nel 1986. Nel libro la scansione temporale non è rispettata e più che una descrizione di vicende quotidiane, il “Diario” è un viaggio sentimentale, dominato da una forte componente emotiva che si sviluppa attraverso una delicata lirica in prosa. Continue reading “L’altra verità. Diario di una diversa, di Alda Merini”

L’esordio Diurikovic Dato, La figlia femmina

la figlias femmina.jpg“La figlia femmina” è un esordio letterario, cioè è il primo romanzo scritto da Anna Giurockovic Dato che viene pubblicato e venduto. Perché ribadirlo subito a inizio recensione? Perché se lo leggete, mica ci credete, da tanto che è ben scritto. Continue reading “L’esordio Diurikovic Dato, La figlia femmina”

La rivoluzione sociale di Moana Pozzi

moana.jpgQuest’oggi vi riproponiamo un bellissimo pezzo a firma di Stefania Valbonesi che ritracciava, in un incontro con Pippo Russo, gli affascinanti lineamenti di una donna a suo modo assolutamente rivoluzionaria.

Una lunga chiacchierata, una diva del porno che è ormai un’icona (anche) politica, un libro che ne traccia lo straordinario ruolo di “sdoganamento” di una intera società trasformando un settore fino allora ghettizzato in un modulo di libertà.

La lunga chiacchierata è con Pippo Russo, l’autore del libro “Moana Pozzi la santa peccatrice”, edito da Clichy nella collana Sorbonne, la diva è ovviamente Moana, l’analisi sociologica è il segno che questa figura femminile ha lasciato nella società italiana, segno che ha resistito anche alla “controrivoluzione” scatenatasi già nel corso della carriera della “Divina Creatura”.

Moana-Pozzi.jpgUna presenza che si incide indelebile negli occhi degli italiani sin da quel fatidico anno, il 1986, quando per la pubblicità della rivista Men la gigantografia di una Moana incredibilmente bella e semisvestita, ritratta in una posa che cita la felliniana diva Anita Ekberg, invade le strade le piazze e l’immaginario degli italiani. Una vera e propria sferzata ai costumi di un’intera società, che d’un colpo solleva il velo dietro cui viene accuratamente celato un intero mondo, quello del porno. Un colpo di vento che porta imporvvisasmente quel “ghetto” alla ribalta e che esplicita il primo dei messaggi, forse il più provocatorio per l’Italia di allora (e senza dubbio per quella odierna, visto come si sono sviluppati i fatti): il porno è una modalità del vivere che non ha nessun bisogno di rimanere nascosto, anzi, può diventare una modalità accettabile e persino “una professione”.

Un passaggio, come spiega Russo, che ha come protagonista una donna di una bellezza fuori misura per quel mondo (e che apre l’interrogativo: qual è la bellezza “tipo” del porno? …) e che ha in se’ la vera rivoluzione: si tratta infatti della “consapevolezza” che trasuda dalla sua figura, consapevolezza della sua presenza, del suo corpo, dell’uso di quel corpo. Posizione che diventa rivluzionaria in quanto non si rivolge al mondo dell’hardcore ma ha l’ambizione di aprirsi a tutti, affermando di fatto la nascita di una vera e propria “controcultura”, e dunque proponendo un “consumo pubblico”.

moana-pozzi (1).jpg“Il fatto che Moana divenga di colpo e rimanga poi per sempre un’icona di liberazione, e di liberazione anche femminile, risiede proprio in questa affermazione pubblica: una pornostar che non si nasconde, che accetta il dialogo con le controparti, vale a dire anche con quella società che farà scattare la “reazione” – spiega Russo – di fatto, la questione che si pone è lo sdoganamento della pornostar in quanto rappresentativa della possibilità di fare della sessualità e della corporeità un vero e proprio spettacolo. In questo, come tutti i grandi leader, le figure in un certo modo archetipiche, Moana è anche una figura di divisione, di scelte”. Insomma, la scelta che Moana ci pone è: di qua o di là, o con lei o contro di lei. Non ci sono compromessi, non possiamo avvalerci dello spirito italico della doppia morale, di nascosto con lo zolfo e in pubblico con l’acqua santa. Ed è proprio questo che il libro di Pippo Russo mette a nudo, facendoci sentire anche scomodi e stretti: ma come, non possiamo mantenere l’aurea ipocrisia del privato e del pubblico? No, l’epifania di Moana e il libro di Russo non lo permettono, ci costringono a scegliere. E ciò che costringe a scegliere è, in un certo senso, squisitamente “politico” perché conduce a una scelta di “sistema”. Quindi, di cultura. E in questo caso di controcultura.

Con Moana o contro? Mentre la società italiana, a partire dalle reti Fininvest che fino ai primi anni 90 erano state di stimolo per un’innovazione della società italiana più o meno condivisibile ma innegabile, fa marcia indietro, come ricostruisce l’autore riprendendo la storia del programma mancato “Matrioska” dove una Moana nuda dava consigli sulla sessualità alle italiane (mai andato in onda per un clamoroso caso di autocensura, riproposto in versione castigata e perdente come “L’Araba Fenice”) , il dilemma posto al sistema sociale dalla figura della pornostar “che si rivela” rimane intatto a tutt’oggi, mantenendo la sua carica (ma è un complimento) “eversiva”, vale a dire politica tout court. Infatti, dice Russo, “qualunque spinta sociale che fa uscire qualcosa dal ghetto è una posizione di sinistra”. Con sinistra intendendo “una società libertaria e progressista che mette nelle sue priorità l’uomo che si emancipa, ovvero che si autorealizza nel rispetto dei limiti”.

moana_pozzi_mostra_01.jpgDella “strutturale” natura politica dell’operazione si rese conto sicuramente Riccardo Schicchi, patron della scuderia che consegnò al Parlamento Ilona Staller meglio conosciuta come Cicciolina, e di cui facevano parte, oltre a Moana, anche un altro protagonista ormai definitivamente sdoganato come Rocco Siffredi, ma ne fu consapevole al massimo grado la stessa Pozzi. La prova ne fu la convinzione assoluta con cui “mantenne la posizione” nell’avventura del “partito dell’amore”, che si presentò alle ultime lezioni con sistema proporzionale dell’Italia, non ottenendo neppure un seggio. Una posizione di principio, verrebbe da dire, dal momento che non poteva sfuggire ai protagonisti che l’avventura politica della Staller aveva avuto come sponsor un partito strutturato e ben presente come quello Radicale.

Ma un altro tasto, oltre a quello politico, viene messo in luce dal libro di Pippo Russo. Ed è quello della natura dell’eros. Tante volte infatti si sono sentite dichiarazioni contro l’industria del “porno” in quanto disgiuntiva della meccanica corporea da quel mondo sublimato della sessualità che è l’eros.

“In questo caso – conclude Russo – siamo davanti a una dote ineffabile, quella della capacità di esibire il corpo. Una capacità interiore, che equivale in un certo senso a possedere un talento. Cos’è l’eros? Possiamo vederlo come sublimazione della sessualità, ricostruzione della sessualità fatta dalla capacità di mettere elementi di estetica, desiderio, immaginazione nella sessualità stessa. Un’operazione che attiene anche al guardare, alla capacità di produrre empatia verso chi guarda, di suscitare emozioni”. Insomma, la stessa operazione che si può citare riguardo a un’opera d’arte, che scatena la fantasia, l’emotività, l’empatia. Dunque, l’eros è arte, dice Russo, “la capacità di tramettere la sessualità su un altro livello. E’ talento. La tecnica si può imparare, il talento no”.

(Stefania Valbonesi)

La rivoluzione femminista di Ibsen nel magistrale vojerismo scenico di Roberto Valerio

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Si scrutano, si guardano, si cercano. Afflitti dai propri ruoli e dall’impotenza sociale, Nora e Torvald si fronteggiano prigionieri di un contratto matrimoniale che lega le loro coscienze con nodi a doppia mandata. La scena è destrutturata dal linguaggio registico che impone spazi di movimento ampi, ma allo stesso tempo costrittivi. I personaggi entrano ed escono dalle loro esigenze, cercano di rubare lo sguardo allo spettatore fin dove questo sia disposto a farsi trascinare, giudicano con l’indice puntato, facendosi volantari censori di una società retta sulla figura di quell’uomo Padre/Padrone, che quasi cento anni dopo, Ledda recuperà nel proprio autobiografico romanzo.

La difficoltà di contestualizzare il testo di colui che a ragione, è considerato il padre della drammaturgia moderna, capace di portare in scena la dimensione più intima della borghesia dell’800, mettendone a nudo le proprie contraddizioni e i propri eccessi,  è stato forse il rischio maggiore in cui ci si poteva imbattere strutturando il lavoro di Ibsen in un bipolarismo estremizzato: Uomo e Donna come mondi opposti, alla ricerca di una ragione, ma privi della capacità di destreggiarsi tra i dogmi sociali loro imposti. Almeno fino a quando Nora si desta dal proprio sogno illusorio svestendo i propri panni di Moglie/Bambola, per indossare quelli definitivi di Donna.

CASA DI BAMBOLA adattamento e regia Roberto Valerio

Il teatro, così come il Cinema (basti pensare a La rosa purpurea del cairo di Woody Allen) ha più volte trattato il tema della fuga dal sogno per la necessità vitale di riaffermare la propria identità e in questa piéce l’obiettivo è raggiunto appieno. Tutti gli attori lavorano virando verso la corale esigenza di sciogliere quella sottile trama che tiene sospesa la quarta parete, permettendo allo spettatore di non provare il naturale scollamento dalla messa in scena, ma divenendo quasi parte attiva del dramma.

Le luci colorano lo scenario, sfumano i volti, scuriscono gli animi e i lati più nascosti dei personaggi; poi di colpo illuminano la storie che si intrecciano, che Ibsen ha creato cercando di sovvertire l’abitudinaria idea di forma scenica. Ogni cosa prende forma in un gioco non più fanciullesco, ma adulto e la Nora/Sperlì diretta da Valerio rompe il bozzolo di bruco per farsi finalmente farfalla.

Nora: “La nostra casa non è stata altro che una stanza dei giochi. Qui io sono stata la tua moglie bambola. Questo è stato il nostro matrimonio, Torvald.”

(Claudio Miani)

Dalle donne alle donne. Il capolavoro di Erica Jong, Paura di volare

paura-di-volareOggi vi riproponiamo un articolo di Reset del Sett./Ott. 2009 a firma di Joanne Barkan.

Nel 1973 – lo stesso anno in cui la Corte suprema deliberava sul caso Roe contro Wade, legalizzando l’aborto negli Stati Uniti – Holt, Rinehart e Wiston pubblicarono il libro Paura di Volare, di Erica Jong, le finte memorie sulla ricerca di autonomia, avventura e gratificazione sessuale da parte di una giovane donna. Che lo si ami o lo si odi, il libro ha fatto storia.

L’edizione rilegata (novembre 1973) raggiunse appena la classifica dei best sellers, ottenendo una serie di recensioni che andavano dal delirio alla ferocia. L’edizione tascabile (novembre 1974), vendette tre milioni di copie in pochi mesi. A metà del 1975, i docenti della Rice University, di Radcliff, dell’Ucla e dell’Università del Wisconsin avevano inserito il romanzo nei loro corsi di letteratura e di sociologia; in tutto il paese, le donne ne discutevano durante i gruppi di autocoscienza.

Naturalmente, Paura di volare faceva parte di una tendenza editoriale che negli Stati Uniti stava riscuotendo molto successo: il «romanzo femminista» – una narrativa realistica e popolare scritta dalle donne sulla vita delle donne del loro tempo. Il libro della Jong faceva parte di un elenco che comprendeva Diario di una casalinga disperata (1967), di Sue Kaufman, Up the Sandbox (1970), di Anne Roiphe, Memorie di una reginetta di provincia (1972), di Alix Kates Shulman (1972) e molti altri. Ma Paura di volare si distingueva da tutti gli altri: all’epoca provocò un singolare turbamento: per alcuni, fu una conquista storica rispetto a ciò che le donne potevano scrivere e, cosa forse ancor più importante, al modo in cui potevano esprimerlo; per altri, fu un esempio particolarmente ripugnante del crollo dei principi morali in America. Consideriamo, per esempio, quello che l’eroina –Isadora Wing – ha da dire sul matrimonio :

«Non ero contraria al matrimonio. In realtà ci credevo. Bisogna avere un amico del cuore in un mondo ostile… Ma che ne era di quegli altri desideri che dopo un po’ il matrimonio non faceva più molto per esaudire? L’inquietudine, la smania, il pulsare nelle viscere, nella fica, il desiderio di essere riempita, di essere scopata ovunque, il desiderio ardente di champagne secco e di baci umidi…tutte le romantiche sciocchezze che con metà del cuore desideri e con l’altra metà deridi ferocemente».

Nei primi anni Settanta, per alcune donne, tutto ciò ebbe un effetto elettrizzante; avevano trovato un romanzo la cui protagonista femminile esprimeva ciò che esse pensavano e sentivano a proposito del matrimonio, dell’impegno affettivo, dell’indipendenza e del sesso. Per altre, era robaccia.
Da allora, molti dei primi romanzi femministi hanno ottenuto lo status di «classico del genere», ma nessuno è diventato un fenomeno culturale internazionale della portata di Paura di volare. Oggi, il romanzo ha venduto più di diciotto milioni di copie ed è stato tradotto in trenta lingue. Nel 2008, la Jong ha raccontato in un’intervista che, dovunque vada – Belgrado, Hong Kong, Tokyo – le donne ci tengono a dirle quanto si identifichino in modo assoluto nella protagonista del romanzo. «Isadora Wing sono io», dicono. Non dubito che sia vero.

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Recentemente, ho domandato a una decina di donne che (come me) avevano letto Paura di volare un anno o due dopo la sua pubblicazione, quali emozioni, all’epoca, avesse suscitato in loro il romanzo. Quasi tutte hanno dato risposte simili a questa: «Fui entusiasta della sua franchezza e della sua mancanza di inibizioni!»; «Mi identificai in lei. Sentii che il libro fu in parte responsabile del mio divorzio. Fu liberatorio e mi fece desiderare la libertà». Nessuna di quelle con cui ho parlato, però, ricordava qualcosa della trama, eccetto la storia della zipless fuck – la fantasia del personaggio principale sul perfetto atto sessuale: spontaneo («la zip scese come un petalo di rosa»), intenso, breve, preferibilmente anonimo, e senza rimorsi. Io ricordavo qualcosa di più: una mezza dozzina di episodi e la mia opinione sullo stile narrativo («C’è una scena ben scritta», dissi agli amici, «una descrizione della protagonista in un anfiteatro nazista»). Ma non ricordavo niente della trama. La vicenda era questa: la ventinovenne Isadora Wing (che da qualche tempo è entrata nel mondo letterario con il suo primo libro, un volume di poesie erotiche) è in viaggio con il marito, uno psichiatra sino-americano, per partecipare a un convegno di psicoanalisti a Vienna. Frustrata dal punto di vista sentimentale e annoiata da quello sessuale, Isadora è tormentata, da un lato, dal desiderio di avventura, di estasi sessuale, libertà e creatività, dall’altro, dal bisogno di sicurezza e protezione che può dare un marito. Almeno temporaneamente, Isadora sceglie l’avventura, scappando in un frenetico viaggio attraverso l’Europa occidentale in una decappottabile sportiva assieme a un analista junghiano sessualmente disinibito che ha incontrato al convegno. Due settimane e mezzo più tardi, a Parigi, lui la pianta per raggiungere in Bretagna i due figli e la fidanzata del momento per una vacanza programmata da tempo. Totalmente impreparata a tutto questo, Isadora ha un crollo emotivo che dura una giornata, ed emerge dal panico in cui era sprofondata con un po’ di quella sicurezza e di quella forza che aveva tanto desiderato.

Nel corso dell’odissea di Isadora da Vienna, attraverso l’Europa e poi di nuovo a Londra, l’autrice inserisce lunghi flashback che costituiscono almeno metà del romanzo. Essi ci raccontano la storia della sua ricca famiglia ebrea nell’immenso appartamento nell’Upper West Side, a Manhattan, i suoi anni adolescenziali di colpevole ricerca del sesso, sognando di diventare una scrittrice famosa; quindici anni di psicoanalisi con una mezza dozzina di eccentrici psichiatri; il matrimonio, subito dopo la laurea, con un compagno di studi che si rivelerà schizofrenico e il successivo divorzio; le relazioni sessuali seguite al matrimonio e una serie di incontri di una notte in giro per l’ Italia; il precipitoso nuovo matrimonio con uno psichiatra e, quando lui viene richiamato durante la guerra del Vietnam, i loro tre anni in una base militare a Heidelberg, in Germania, dove Isadora scopre la sua identità ebraica.
La vita di Erica Jong, nei primi 29 anni, coincide quasi perfettamente con quella di Isadora Wing, ma il romanzo, chiaramente, vuole essere una satira, una parodia degli episodi reali, nonché un omaggio contemporaneo al romanzo ottocentesco. La voce narrante è spigliata, beffarda, e incline all’esagerazione per la ricerca dell’effetto comico. La gestalt della sua eroina include i temi e il linguaggio dei primi anni della seconda ondata femminista, in particolare dei gruppi di autocoscienza. Ecco Isadora che parla dell’essere una donna senza figli:

«È buffo come malgrado la mia riluttanza ad avere figli sembra che io viva nella mia fica. Avverto ogni cambiamento del mio corpo… so esattamente quando sto ovulando. Nella seconda settimana del ciclo, avverto un minuscolo ping e una specie di dolore formicolante al basso ventre. Qualche giorno dopo, spesso, trovo una macchiolina di sangue sullo yarmulke di gomma del mio diaframma. Una macchia rosso brillante, l’unica traccia visibile dell’ovulo che avrebbe potuto diventare un bambino. Allora provo un’ondata di tristezza quasi indescrivibile. Tristezza e sollievo. È davvero meglio non essere mai nati?
Il diaframma è diventato una specie di feticcio per me. Un oggetto sacro, una barriera tra il mio utero e gli uomini. Per qualche ragione, l’idea di partorire il suo bambino mi fa arrabbiare. Che se lo partorisca lui! Se devo avere un figlio, voglio che sia tutto mio. Una femmina, come me, ma migliore».

Rileggere Paura di volare per la prima volta in trentacinque anni mi è sembrato infernale: era come venire rinchiusi in una stanza con una logorroica che ti racconta la storia della sua vita nei minimi e più intimi dettagli, fermandosi, però, ogni novanta secondi per elencarti lamentosamente i suoi «problemi»: «Non riesco a non fantasticare su altri uomini quando faccio sesso con mio marito. Cosa voglio davvero: avventura o sicurezza? I rapporti con gli uomini sono insoddisfacenti, ma non sono capace di sopravvivere senza. So che i modelli convenzionali del modo in cui una donna deve apparire e agire sono fesserie, ma mi sento obbligata a conformarmi. Perché non riesco a dimenticare tutto questo e a concentrarmi sulla scrittura? Non riesco a non fantasticare…». Arrivata a pagina 75 delle 425 pagine del romanzo, ho scarabocchiato ai margini «Basta!». A metà libro faticavo a trovarci qualcosa di divertente. L’irritazione ha travolto la lettura.
La Jong aggrava lo sfogo compulsivo della narratrice tornando continuamente sugli stessi episodi del passato. Ad esempio, all’inizio del racconto veniamo a sapere che Isadora, a quattordici anni, si era privata del cibo «come penitenza per essere stata masturbata da un compagno di scuola sul divano del soggiorno dei miei». Viene spedita da un’analista che, fedele alla sua formazione, l’ammonisce di «accettare di essere una donna». A metà romanzo l’autrice torna nei minimi dettagli sull’avventura del divano, poi riferisce la diagnosi dell’analista come se non ne avesse già parlato. Prima che il romanzo si concluda, lo stesso episodio viene riproposto altre due volte. Questo è un libro che avrebbe avuto bisogno di una serie inesorabile di tagli.

Dove portano tutte queste chiacchiere di Isadora Wing? A un’epifania che oggi sembra poco convincente e a una conclusione deludente. Sola – la parola chiave – in uno squallido albergo parigino dopo la partenza del suo amante, Isadora esplode: «Mi sento come se mi avessero scorticata viva, come se tutti i miei organi interni fossero esposti agli elementi, come se la sommità della mia testa fosse esplosa…». Dopo una «spugnatura», (e sei pagine di riflessioni sul suo passato, guardandosi nuda allo specchio), Isadora prende dalla valigia un vecchio diario, legge le pagine sugli anni trascorsi a Heidelberg e ha una rivelazione:

«Leggendo il diario, iniziai a sentirmene attratta come da un romanzo…E poi ha cominciato a farsi strada una curiosa rivelazione. Ho smesso di dare la colpa a me stessa, semplicemente…[…]…Non bisogna chiedere scusa per il fatto di voler essere padroni della propria anima…[…] Ho continuato a leggere, e a ogni pagina diventavo più calma… Se Bennet [il marito] e io fossimo tornati insieme, doveva accadere in condizioni molto diverse. E se non fosse successo, sapevo che sarei sopravvissuta».

Voilà! Dopo lo Sturm und Drang che l’autrice evoca per 394 pagine, la metamorfosi di Isadora è troppo improvvisa, troppo semplice e troppo radicale. Anziché imbarcarsi in una nuova fase della sua vita, non è più probabile che ritorni in pochi giorni a una tormentata ambivalenza? La natura sospetta della sua trasformazione fa apparire il futuro meno promettente, e perciò la conclusione del romanzo è più deludente – o, come scrisse negli anni Settanta qualche critico della Jong – è una «marcia indietro». Da Parigi se ne va dritta all’albergo londinese in cui soggiorna il marito. Lui non c’è, ma lei si fa dare la chiave della stanza. Il libro finisce con lei che si immerge, soddisfatta, nella vasca da bagno.«Le mie paure erano scomparse» e «ero certa che non mi sarei umiliata». E allora perché non ha preso una stanza per lei sola?
Tuttavia, se il romanzo è una marcia indietro rispetto a una prospettiva femminista, se la coscienza di Isadora, alla fine, non si è risvegliata, perché milioni di donne hanno trovato la sua storia coinvolgente e liberatoria? Perché le studentesse universitarie di Belgrado, le casalinghe di Hong Kong e le imprenditrici di Tokyo si identificano in questa ebrea newyorchese dell’alta borghesia incline al piagnucolio? Perché la amano ancora oggi? Cos’è che non ho capito? Tra le recensioni originali di Paura di volare, ne ho trovata una – quella di Molly Haskell in The Village Voice Literary Supplement (22 novembre 1973) – che suggerisce una risposta:

«È difficile credere che questa donna abbia paura di qualcosa. Può essere una questione di tono, di bravura che dissimula l’insicurezza, ma Erica/Isadora, sirena/donna di spirito/poetessa, va avanti alla grande, strizzando i cervelli agli strizzacervelli, con il loro gergo, dominando la sua mise-en-scene con la stessa autorevolezza con cui Mae West tiranneggiava qualsiasi saloon di terz’ordine o la Dietrich un nightclub fumoso…In qualche modo, la stessa mano che scrive, avendo scritto in modo così audace, cancella l’immagine della vittima».

La Haskell aveva ragione. Dopo aver messo da parte la mia impazienza e aver letto di nuovo il libro – questa volta procedendo a caso, avanti e indietro da un capitolo all’altro – ho potuto apprezzare come la voce particolare dell’autrice sappia trasmettere energia e audacia persino quando Isadora è totalmente depressa, abbarbicata a un uomo o tremante di paura. La narratrice è infaticabile, indomabile, e si diverte intensamente (si sarà fatta trascinare?). Lei sa chi vincerà alla fine. Non soltanto è sopravvissuta alla storia che racconta e l’ha scritta come il romanzo che leggiamo (un espediente letterario che da allora ha perso mordente), ma fa anche battute sul suo viaggio senza fermate. La Jong vuole che il lettore rida di Isadora Wing, il che vuol dire ridere assieme alla Jong e godersi la corsa.

Una volta, i problemi di Isadora erano i miei problemi, mi identificavo in lei e la sua storia mi infondeva coraggio, anche se non pensavo che fosse scritta molto bene. Oggi, leggendo il libro non riesco a provare le stesse sensazioni: la sorpresa e l’eccitazione dell’identificazione non sono più qui a mettere in ombra ciò che di irritante c’è nel suo modo di scrivere. Non faccio più parte del pubblico ideale di Paura di volare, sebbene quel pubblico esista ancora in altri luoghi, tra altre donne. Però sono grata a Erica Jong e alle altre scrittrici femministe che hanno incoraggiato tante di noi a ricomporre le nostre storie in meglio.

Joanne Barkan vive a Manhattan e a Cape Cod dove scrive saggi, racconti per ragazzi e versi.

(Traduzione di Antonella Cesarini)

L’imperfetta, di Carmela Scotti

limperfettaCatena è l’imperfetta, la ragazzina tanto legata a suo padre che nella sua morte vede anche la sua fine. Quando prima che lui lasciasse il nostro mondo, lei si sentiva libera tra le parole che il padre le affidava e le regalava sotto forma di libri, tutta la magia di queste che dà vita e fa sopravvivere l’anima. E poi tutte quelle stelle che lui ha spiegato a lei, che le ha indicato nel buio della notte e in cui lei lo cercherà sempre; le stesse a cui ha rivolto il suo ultimo respiro.

“Si andava avanti così, mio padre a guadagnarsi i respiri e io a fargli scudo coi libri. Mi bruciavano gli occhi e le mani tremavano. A metà della costellazione di Orione, una sera, mi addormentai con la testa premuta sulle pagine e sognai di leggere per sempre. Sognai anche la voce di mio padre, sognai che leggeva per me da un libro appeso al soffitto. Quando riaprii gli occhi era l’alba, e mio padre mi aveva lasciato”.

Da allora il nome di Catena diventa anche un fatto: odiata profondamente dalla madre per il rapporto che lei aveva con il marito, una nullità ai suoi occhi, ignorata dalle sorelle che una sorella sembra che non l’abbiano mai avuta, ma al centro delle attenzioni di uno zio che alla morte del fratello si appropria della sua casa, dei suoi beni, del suo letto, e anche della libertà di Catena. Con il suo corpo pesante e le parole piene di disprezzo, apre per la piccola le porte di un inferno senza fine.

“Strinsi le manette e mi abbandonai alla libertà che questi pensieri mi concedevano. Ero appena venuta al mondo, come certi uccellini fatti di pelle tenera: dovevo solo rivolgere al cielo la mia bocca spalancata e aspettare cibo, bastonate e fuoco, e tutto quello che sarebbe arrivato”.

Il tempo passa, gli abusi non cessano e la situazione non fa che peggiorare. Catena, come ogni altro essere umano, si ritrova stremata nell’animo e si sporca le mani del suo stesso sangue. Una brutalità che si scopre nuova, una freddezza che pare una benedizione, nessun tentennamento, rimpianto, esitazione: il desiderio di fuga lotta contro tutto, senza guardare in faccia a nessuno. Scappa Catena, si rifugia nei boschi con le parole dei libri che è riuscita a portarsi via. Vive da fuggitiva e assassina, si rivolge alle stelle nel cielo sperando che suo padre la senta, cerca di sopravvivere ad un destino crudele. Catena si libererà. a qualunque costo.

“Qui sotto anche il tempo ha i piedi legati ai ceppi. Vorrebbe andare e inciampa, ricade, a volte si rialza a volte no. Ha il passo ubriaco, ha il passo arrugginito, si piega in avanti, ha catene legate e caviglie invisibili. Il tempo si arrende, non passa ma cade, e quando il cuoio scende sulla pelle sembra rotolare da una montagna altissima, e tutto dura anni, rallenta, si ferma; sulle ferite si formano croste dure e marroni”.

Il tempo passa e le ingiustizie non finiscono, gli uomini viscidi continuano, i drammi della protagonista non le danno tregua. Una storia, quella di Catena, di quelle brevi ma potenti; quelle che lette tutto d’un fiato possono estenuare e sfiancare. Di quelle che fanno arrabbiare e commuovere allo stesso tempo, quelle che ci fanno sentire impotenti.
L’esordio della giovane Carmela Scotti mi ha totalmente conquistata per la sua poeticità, per la sua capacità di commuovermi e di dettarmi dei tempi di lettura per far sì che io non patisca troppo le ingiustizie e le sofferenze della piccola Catena. Una romanzo toccante, tagliente, che lascia un segno indelebile; un romanzo che ho amato e un’autrice con un grande talento.
“La mia vita era già una notte di paura, che differenza poteva fare un’altra manciata di nero?”
(unoscaffaledilibri.blogspot.it)