“Sorridi, siamo a Roma” – ed. Ponte Sisto

15385288_350418545324204_286580029455687824_oUn folto gruppo di scrittrici e scrittori racconta Roma. Gli autori, quarantatré, hanno tutti una grande attenzione verso la metropoli e a tutto ciò che la fa bella e unica, ma anche a quello che la deteriora e la degrada. Gli stili sono i più disparati: si va dal monologo teatrale al racconto intimista, dalla narrazione del ricordo alla affabulazione intorno e dentro Roma. C’è amore, odio, rabbia, paura, distacco, rimpianto, sospetto per questa città meravigliosa e sempre più invivibile.

La lingua e i toni sono diversi, tutti, in ogni caso, partecipi. Fra gli autori si va da Renzo Paris a Ugo Magnanti, da Dona Amati a Claudio Marrucci, da Ignazio Gori a Gianfranco Franchi, da Roberto Campagna a Clea Benedetti, da Luca Giachi a Antonella Rizzo, da Maria Borgese a Maurizio Valtieri, da Andrea Appetito a Enza Li Gioi, da Fernando Acitelli a Isabella Borghese, da Claudio Miani a Igor Patruno, da Tiziana Rinaldi Castro a Carmine Amoroso, da Ilaria Palomba ad Alda Teodorani, da Rolando Galluzzi a Giulio Laurenti… Fra gli esordienti o quasi spiccano Gabriele Galloni, David Laurenzi, Flavio Contrada, Carlo Taddeo, la quattordicenne Vanessa Massa e il poeta romanesco Giorgio Cameli. C’è una “graphic novel” di Giuseppe Pollicelli e Emiliano Conti. E alcune cartoline di Francesco Totti, Giancarlo De Cataldo, Citto Maselli, Susanna Schimperna, Andrea Rivera.


Insomma un vero e proprio tributo a Roma: città aperta, città eterna, città crudele e cruda, città d’amore e odio. Un omaggio smagato, divertente, romantico, persino surreale… Tutto da leggere e da gustare.

Antonio Veneziani. Piacentino di nascita ma romano d’adozione, è tra gli autori della cosiddetta “Scuola Romana di poesia”, che va da Pier Paolo Pasolini a Dario Bellezza, da Amelia Rosselli a Renzo Paris. Oltre che poeta, saggista, traduttore, Veneziani ha dato vita a svariate iniziative culturali. Tra i suoi libri ricordiamo: I mignotti (con Riccardo Reim, Castelvecchi, 1997), Brown Sugar (Castelvecchi, 1998), Vespasiani (con foto di Riccardo Bergamini, Edizioni del Giano, 2003), La gaia vecchiaia (Coniglio, 2006), Cronista della solitudine (Hacca, 2007), Fototessere del delirio urbano (Hacca, 2009), D’amore e di libertà (con appunti coreografici di Maria Borgese, Diamond Editrice, 2011), Tatuaggio profondo (Elliot, 2014). Per il cinema ha scritto Clodia Fragmenta (regia di Franco Bròcani), La philosophie dans le boudoir (regia di Tinto Brass) e il documentario Nessuno è perfetto! (regia di Fabiomassimo Lozzi). Per le edizioni Fahrenheit 451dirige la collana Narraitalia ed è condirettore della rivista letteraria Ciclostile.

Book Media Events
vi invita alla presentazione di
SORRIDI SIAMO A ROMA
Racconti e cartoline a cura di Antonio Veneziani
AA.VV.
Edizioni Ponte Sisto

Il ritmo Dub per un Haberowski sopra le righe – Incontro con l’attore al Teatro Vascello

haber_bnUn irriverente e travolgente Alessandro Haber è andato in scena ieri al Teatro Vascello con la prima capitolina di Haberowski, personale interpretazione dell’attore nostrano dei testi di Charles Bukowski. Assieme a lui a rimpastare i testi dello scrittore americano, la tromba e il duduk di Andrea Guzzoletti, le musiche Dub di Alfa Romero e il visual di Olivander.

Haber non si è tirato indietro, è sceso nel fondo delle parole dello scrittore statunitense e a quattordici anni di distanza dal suo “Bukowski, confessioni di un genio”, torna a dar voce e corpo ad uno dei più grandi interpreti della letteratura del ‘900.

Proprio dal connubio perfetto tra verbale e non verbale è scaturito uno spettacolo intenso, vivo, tagliente, dove la sovrapposizione attore/scrittore fonde e confonde i contorni, dando vita ad emozioni in grado di trasportare il pubblico nelle brutture umane del quotidiano. L’Haber dalla voce sporca incarna un animo in perenne viaggio verso la liberazione degli affanni del presente, consapevole che il domani non darà traccia di miglioramenti e tutti, chi più chi meno, saremo vittime delle nostre sconfitte.

Haber fuma, beve, racconta, incarna. Entra nelle viscere dello scrittore e trasforma l’inadeguatezza dell’uomo Bukowski, nella consapevolezza dell’uomo Haber. E lo fa al ritmo dub di Alfa Romero, trascina i passi sul palco lasciando subito intendere con chi il pubblico avrà a che fare, inforca gli occhiali e trasforma la scena in un mondo distante, informale e anticonformista. Un mondo on the road che dalla strada prende e alla strada restituisce, senza mezzi termini, senza compromessi, senza se e ma.

haber-fotoE’ un fiume in piena l’attore nostrano, rapisce il tempo e imprigiona lo scorrere delle lancette nel ritmo incalzante delle parole, regalando un’interpretazione sopra le righe e un’ora e mezza di assoluta libertà formale.

Haberowski è davvero una stella, la nostra, quella di tutti coloro che ancora amano sognare, ubriacarsi di parole e non temere di dire Ti Amo.

Incontro con Alessandro Haber

Claudio Miani: Nel 2002 hai portato in scena Bukowski, con le tue Confessioni di un Genio e oggi, a distanza di 14 anni torni con Haberowski. Cosa è cambiato, non solo nel tuo lavoro, ma soprattutto nell’uomo Haber.

Alessandro Haber: E’ un lavoro differente. In verità ho sempre portato con me, Bukowski e dal 2002 ho deciso di non separarmene più. Ho spesso fatto reading anche da solo, con un leggio, poca luce, i testi di Bukowski e nulla di più. Mi piaceva quel mondo lì, quel suo essere così diretto, ironico, poetico e struggente, fuori dai canoni e poco convenzionale. Poi ho incontrato Manuel Bozzi, e abbiamo deciso di cimentarci in un progetto nuovo e più ardito, niente scenografia, ma solo un leggio e uno schermo che proietta immagini legate al mondo di Bukowski, ma non solo. E a questo si affianca il duo Alfa Romero con la loro musica Dub. Qui impersono un po’ me, un po’ Bukowski, un gioco degli specchi che mi ha permesso di non abbandonare questo incredibile personaggio.

il-visitatoreC. M.: Un Haber anticonformista che non si vende, ma sceglie cosa fare, capace di passare dal Freud di Il visitatore alle follie di Bukowski. Credi che ci siano similitudini tra i due lavori e tra le due figure di riferimento?

A.B.: Gli spettacoli sono di per sé differenti poiché ne Il visitatore interagivo con altri attori, ci confrontavamo con domande universali e riguardanti chiunque, qui siamo invece su un discorso diretto con il pubblico, vere e proprie fucilate volte a far riflettere. Potremmo dire che entrambi mirino ad aiutare l’uomo, seguendo ovviamente procedimenti differenti, da una parte Freud con la sua psicoanalisi, dall’altra Bukowski con la propria vita vissuta. Bisogna solo scegliere da che parte stare.

C.M.: Quanto c’è di Alessandro Haber nel testo che presenti al Teatro Vascello?

A.H.: Direi tantissimo. Mi sento assolutamente vero in questo ruolo e quando uno è vero diventa credibile. Ho cercato di avvicinarmi il più possibile a Bukowski, pensare e raccontare come lui farebbe. Bukowski è un personaggio senza tempo, se mi fermo a riflettere potrei dirti che di Bukowski, per il suo modo di intendere l’essere vero, ce ne sono stati moltissimi anche qui da noi, penso a Dario Fo, a Jannacci, a Gaber. Capaci di non allinearsi a nessuno e raccontare con la propria penna e verve la vita vissuta. Ti arrivo persino a citare Papa Francesco, altra figura capace di porsi al di fuori dei criteri convenzionali; tutti comunque in grado di ritrovarsi nella stessa matrice, nello stesso circo, nella stessa compagnia. Persone che hanno in comune la voglia di dare, mettersi in gioco, raccontare la propria visione della vita senza scendere a compromessi, ovviamente ognuno nel proprio campo e a proprio modo.

C.M.: Un’ultima domanda. Vedi oggi nel teatro italiano qualcuno in grado di riprendere il tuo percorso e riuscire a portare in scena con lo stesso successo spettacoli comici come Art e spettacoli classici come Zio Vanja, Bukowski, l’Avaro, tanto per citarne alcuni.

A.H.: Direi proprio di sì. Vedo molte persone con quella sana follia trasformista, penso a Germano, Popolizio, Servillo, tutti capaci di vivere quella strana frenesia, quella passione viscerale che conduce l’attore a divenire quello che non è, con la capacità celare al pubblico la propria identità per riappropriarsene solo a sipario chiuso.

(Claudio Miani)