“Io so…”, Pasolini e la virtù informativa di Claudio Pierantoni

pasolini-la-verita-_-01

La verità di Pasolini irrompe con il corpo del poeta sul letto post-mortem, le parole si inseguono, si accavallano, si incastrano in un bianco che violenta lo sguardo sul grande maxi schermo che domina la scena. La voce narrante inizia il racconto, svela la storia e tratteggia la trama di uno spettacolo fatto di live e immagini d’archivio. La colpa si sussurra, si grida, si spiega. Il corpo smagrito di Pier Paolo Pasolini ricorda un’Italia in bianco e nero, troppe volte matrice di delittuosi omicidi e stragi. La tensione (figlia sconsiderata di una strategia volontariamente tessuta con ferri roventi) è lì a governare le corde vocali dell’attore. Il Cirano di Guccini ne accompagna l’incedere, poi si apre la scena.

Sembra di essere al mare. Il gioco di colori, in un perfetto equilibrio cromatico, riporta gli astanti all’idroscalo. Domina l’azzurro di fondo, ideale matrice pittorica di un orizzonte inarrivabile, sotto al quale il color sabbia che fende il palco, trasmette al pubblico un senso di calma e liberazione. Due leggii, ai lati del palco, ricordano vecchi ombrelloni chiusi su se stessi e addormentati nel giungere dell’autunno. Sopra di essi pagine e parole.

pasolini.jpg

Lo spettacolo è una lettera scenica a Pier Paolo Pasolini, una denuncia libera di chi chiede a gran voce che venga fatta verità. E Pasolini è raffigurato dalla parole, quelle intessute sulla carta e che per anni hanno ospitato il pensiero di una delle figure più scomode del ‘900 nostrano. La metafora tracciata in inchiostro, veste con perfezione i panni narrativi dell’uomo/artista. La scena è un voluttuoso rincorrersi di se fosse stato e seppure, mai potrà esserlo, il desiderio sognato di un novello Palomar di penna calviniana, ne vorrebbe la reale verità.

salo-sodoma9-1000x600

Il pubblico assiste, qualcuno si alza e se ne va, imborghesito dal dispetto di esserci per apparire più che dal desiderio di comprendere il tentativo di non far dimenticare l’esigenza di comprensione. Poi irrompono nuovamente le immagini. Crude e violente de Le 120 giornate di Sodoma. Donne e uomini nudi portati al guinzaglio dallo “Stato” di turno. Costretti a mangiare escrementi umani e a sottostare a regole dettate da chi le regole impone.

“Ascolta: una volta, un giudice come me, giudicò chi aveva dettato la legge. Prima cambiarono il giudice, subito dopo, la legge”.

                                                                   (F. De André, Sogno Numero Due)

Pasolini è questo: un Urlo mai soffocato e Claudio Pierantoni, all’urlo si aggrappa, lo afferra con le unghie, cingendo a sé il desiderio di tornare indietro, riappropriarsi di una vita e di una storia che ha segnato la cultura (e non solo) di intere generazioni. Conclude la serata con un “Io so” che tanto ricorda, per metrica e corsa lessicale, il “Qualcuno era comunista” del Signor G. Poi ogni cosa si riassesta e il pasoliniano spartito di parole, steso a terra in una metaforica sembianza corporea, attende il calare delle luci con la voce del poeta che arresta l’immaginario cerchio scenico, quasi fosse il bramoso e sabbioso parterre circense, in attesa degli ultimi applausi silenti.

(Claudio Miani)

 

La rivoluzione femminista di Ibsen nel magistrale vojerismo scenico di Roberto Valerio

casa-di-bambola-valentina-sperli-marco_caselli_nirmal-4

Si scrutano, si guardano, si cercano. Afflitti dai propri ruoli e dall’impotenza sociale, Nora e Torvald si fronteggiano prigionieri di un contratto matrimoniale che lega le loro coscienze con nodi a doppia mandata. La scena è destrutturata dal linguaggio registico che impone spazi di movimento ampi, ma allo stesso tempo costrittivi. I personaggi entrano ed escono dalle loro esigenze, cercano di rubare lo sguardo allo spettatore fin dove questo sia disposto a farsi trascinare, giudicano con l’indice puntato, facendosi volantari censori di una società retta sulla figura di quell’uomo Padre/Padrone, che quasi cento anni dopo, Ledda recuperà nel proprio autobiografico romanzo.

La difficoltà di contestualizzare il testo di colui che a ragione, è considerato il padre della drammaturgia moderna, capace di portare in scena la dimensione più intima della borghesia dell’800, mettendone a nudo le proprie contraddizioni e i propri eccessi,  è stato forse il rischio maggiore in cui ci si poteva imbattere strutturando il lavoro di Ibsen in un bipolarismo estremizzato: Uomo e Donna come mondi opposti, alla ricerca di una ragione, ma privi della capacità di destreggiarsi tra i dogmi sociali loro imposti. Almeno fino a quando Nora si desta dal proprio sogno illusorio svestendo i propri panni di Moglie/Bambola, per indossare quelli definitivi di Donna.

CASA DI BAMBOLA adattamento e regia Roberto Valerio

Il teatro, così come il Cinema (basti pensare a La rosa purpurea del cairo di Woody Allen) ha più volte trattato il tema della fuga dal sogno per la necessità vitale di riaffermare la propria identità e in questa piéce l’obiettivo è raggiunto appieno. Tutti gli attori lavorano virando verso la corale esigenza di sciogliere quella sottile trama che tiene sospesa la quarta parete, permettendo allo spettatore di non provare il naturale scollamento dalla messa in scena, ma divenendo quasi parte attiva del dramma.

Le luci colorano lo scenario, sfumano i volti, scuriscono gli animi e i lati più nascosti dei personaggi; poi di colpo illuminano la storie che si intrecciano, che Ibsen ha creato cercando di sovvertire l’abitudinaria idea di forma scenica. Ogni cosa prende forma in un gioco non più fanciullesco, ma adulto e la Nora/Sperlì diretta da Valerio rompe il bozzolo di bruco per farsi finalmente farfalla.

Nora: “La nostra casa non è stata altro che una stanza dei giochi. Qui io sono stata la tua moglie bambola. Questo è stato il nostro matrimonio, Torvald.”

(Claudio Miani)

Migliore – Valerio Mastrandrea all’Ambra Jovinelli

valerio-mastandrea_riccardo-ghilardi

La metamorfosi di un uomo che da paranoico, insicuro e debole si tramuta in un essere spietato che si guadagna la stima e il consenso di chi volontariamente o involontariamente lo circonda. Valerio Mastandrea diventa così Migliore, spettacolo scritto e diretto da Mattia Torre che sarà in scena al Teatro Ambra Jovinelli – dal 5 al 22 gennaio. Migliore è la storia comica e terribile di Alfredo Beaumont, un uomo normale che in seguito a un incidente (di cui è causa, di cui sente la responsabilità e per cui sarà assolto) entra in una crisi profonda e diventa un uomo cattivo. Improvvisamente, la società gli apre tutte le porte: Alfredo cresce professionalmente, le donne lo desiderano, guarisce dai suoi mali e dalle sue paure. Migliore è una storia sui nostri tempi, sulle persone che costruiscono il loro successo sulla spregiudicatezza, il cinismo, il disprezzo per gli altri. E sul paradosso dei disprezzati, che di fronte a queste persone chinano la testa e – affascinati – li lasciano passare.

La Direttrice Artistica del Teatro Ambra Jovinelli, Fabrizia Pompilio e la Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo – nella stagione 2016/2017 hanno deciso di dedicare una monografia a Mattia Torre – uno degli autori più apprezzati del nostro paese. Migliore è il secondo dei tre spettacoli di Torre, presenti nel cartellone dell’Ambra Jovinelli. Il prossimo spettacolo sarà “4 5 6” in scena dal 7 al 12 febbraio.

La monografia dedicata a Mattia Torre è solo l’inizio di una collaborazione tra l’autore, il Teatro Ambra Jovinelli e la Nuovo Teatro. Sarà presentato infatti il prossimo anno un progetto speciale, completamente nuovo, che vedrà Mattia Torre protagonista. Sarà un progetto trasversale che unirà televisione, editoria e teatro.

Mattia Torre, sceneggiatore, autore teatrale e regista italiano. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore, negli anni Novanta, delle prime commedie teatrali Io non c’entro, Tutto a posto, Piccole anime e L’ufficio. Nel 2000 pubblica il libro Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra. È co-sceneggiatore del film Piovono Mucche di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo In mezzo al mare con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale Migliore, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve Gola e dei corti teatrali Il figurante e Sopra di noi. È tra gli autori del programma Parla con me di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV Buttafuori e, dal 2007, la prima, la seconda e la terza stagione di Boris per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori, scrive e dirige Boris – il film. Nel 2011 scrive e mette in scena lo spettacolo teatrale 456 di cui realizza anche il sequel TV per La7. Per Dalai editore ha pubblicato la raccolta di monologhi In mezzo al mare (2012). È autore e regista dello spettacolo teatrale Qui e ora con Valerio Mastandrea e Valerio Aprea. Nel 2014, insieme a Ciarrapico e Vendruscolo scrive e dirige il film per il cinema Ogni maledetto Natale. Nel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie TV dal titolo Dov’è Mario? per Sky.

TEATRO AMBRA JOVINELLI
Via Guglielmo Pepe, 43 /47 Roma 00185
Spettacoli ore 21.00 –domenica ore 17.00 – lunedì riposo
Info 06 83082620 – 06 83082884
Biglietti (compresa prevendita): da € 33,00 a € 17,00

UFFICIO STAMPA AMBRA JOVINELLI

Benedetta Cappon              Maya Amenduni

+39 347 5878846                 +39 392 8157943

benedettacappon@gmail.com     mayaamenduni@gmail.com