Oltre il rogo, il capolavoro di Murnau. Nosferatu, il vampiro

Dopo l’uscita di due classici dell’Espressionismo tedesco (Il gabinetto del Dottor Caligari, 1919, di Robert Wiene, e Il Golem, 1920, di Paul Wegener), si generò all’improvviso, quasi dal nulla, il primo fra “i film di mostri” e il terzo basilare capitolo conclusivo di questo movimento artistico nella settima arte. Un film che illuminò, terrorizzò e stupì l’arte cinematografica, e chi già allora la seguiva, per aver raccolto dentro di sé tutti i silenti e primigeni incubi della Repubblica di Weimar. Disgraziatamente, essendo un plagio non autorizzato del romanzo Dracula, la vedova di Bram Stoker, dopo la visione della pellicola, intentò una causa contro la Prana Film, ottenendo nel 1925 il rogo di tutte le copie esistenti della pellicola. Murnau, compiendo un’azione illegale e rischiando l’arresto, riuscì a nasconderne una soltanto ed è da quell’unica copia che Nosferatu è arrivato fino a noi.

La storia è molto semplice e ripercorre, a grandi linee, lo svolgersi del noto romanzo (del quale comunque, rimane la prima versione cinematografica non ufficiale) ma, con qualche importante cambiamento nella trama per offrire allo spettatore una più inconsueta versione di quello che sarà poi un classico della letteratura mondiale.

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Dietro la macchina da presa, l’occhio di Murnau compone e orchestra, dunque, questa opprimente pestilenza al limite dell’onirico, sfruttando il taglio delle inquadrature e delle soluzioni tecniche che, ancora oggi, sono sorprendentemente rivoluzionarie nella loro facilità. Vedi, per esempio, l’arrivo della carrozza del vampiro, che venne stampato in negativo, oppure la corsa del carro funebre del non-morto, che venne invece accelerata, per dare allo spettatore un effetto più innaturale e aggiungere inquietudine all’inquietudine.

Rimarrà ai posteri il simbolo della pellicola: il nosferatu. Il vampiro più terrificante della Storia del Cinema. Quel Conte Orlok che genera ancora oggi un’ineffabile e continua tensione per il mostruoso e deforme aspetto semi-animale (un po’ pipistrello, un po’ insetto, un po’ umano) sotto il cui trucco si nascondeva il caratterista Max Schrek che ottimamente studiò e replicò i movimenti furtivi di certi animali selvaggi, sempre pronti a balzare contro un’eventuale preda. È lui il corruttore, il senza-storia che porta la morte e che, secondo alcuni critici tedeschi, incarna il terrore di Murnau per quell’antisemitismo e quel razzismo che verranno nel futuro ma che già si respiravano nell’aria.

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Questo spettrale simbolo di paranoia germanica è un tutt’uno con la fotografia di Fritz Arno Wagner e, quindi, con le ombre che prima si stagliano sul veliero che lo porta dai Carpazi a Brema (in una serie di inquadrature che vedono le sue lunghe unghie dispiegarsi fra ratti, legno e vele) e poi sulla terraferma. Spesso incorniciato fra porte, finestre e archi (come se fosse sempre imprigionato nei confini della sua bara) tende la sua scura, lenta e misurata sagoma contro la bella Ellen ma, anche contro tutta l’umanità, assumendo il ruolo del Male senza tragicità. Puro Male onnipresente.

Sullo sfondo, tutti gli altri personaggi. Il tanto sicuro Hutter, la sua bella e sacrificata fidanzata Ellen e il servile e schifoso Knock. Melodrammatici, ben descritti perché già basati sugli stessi personaggi di Stoker, ma nulla di più che grotteschi burattini del vampiro.

E infine, l’Espressionismo più puro. Luci e ombre che creano squadrature e angoscia anche nelle brulle ed erose montagne dei Carparzi, anche nelle quasi infinite dune di sabbia, anche nelle larghe vie di Brema, assumendo significati stranianti. Ed ecco qui la grandezza di Murnau e del suo approccio artistico. Nosferatu diventa non un film espressionista ma, il film espressionista. Rispettando quelle che erano le regole di questo fenomeno, il regista tedesco le impone in uno scenario che, fino ad allora, era rimasto a priori escluso: i paesaggi originali, gli esterni. Piuttosto che ricreare boschi e sabbie nello studio, impone il buio e l’oscurità fuori. E supera la prova. L’atmosfera mistica che circonda il desolato castello è al limite di una nebbiosa visione mitologica.

Quindi, arrivando a ingannare le leggi della Natura, si sancisce la potenza espressiva del cinema e, fatto questo, eccoci di fronte al motivo per cui Nosferatu è ritenuto il primo grande Capolavoro della settima arte.

(Fabio Secchi Frau)

Charlie Chaplin: il silenzio del corpo

chaplin-charlie_01Bombetta e bastone, scarpe larghe e sfondate, giacca del frac striminzita e pantaloni troppo larghi; in parole povere la vera icona del cinema muto :Charlie Chaplin. Attore, regista, sceneggiatore, compositore e produttore britannico, inizia la sua carriera cinematografica nel 1914, con la Keystonedi Mack Sennet. Dopo una serie di interpretazioni da spalla, assurge a protagonista nel film “Making a living” in cui comincia a caratterizzare il personaggio del vagabondo Charlot che gli regalerà fama mondiale. Il bizzarro abbigliamento, i baffetti e la camminata ondeggiante tratteggiano un insieme stridente fatto di una paradossale eleganza che fa a pugni con la povertà e la miseria espresse dalle condizioni degli abiti. La mimica marcata, il portamento spesso pomposo e la gestualità creano contrasto con l’ ambiente cui appartiene il personaggio.

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Con i successivi film riesce a sviluppare e perfezionare ancor meglio il personaggio di Charlot: l’ analisi sociale si fa più precisa e la poetica del vagabondo acuisce la sua vena antiborghese e anarchica. Riesce, inoltre, a evidenziare sempre meglio la condizione umana ed esistenziale del personaggio, marcandone la solitudine nei rapporti con un ambiente che ci viene mostrato satiricamente, fino ad esprimere un giudizio sulla società che si fa esplicitamente ideologico e politico. Sono proprio i temi della politica e della satira sociale che prenderanno il sopravvento fino a riguardare il sistema capitalistico, come in “Tempi moderni” o addirittura la dittatura nazista, in “Il grande dittatore”. Ma lo scisma causato dalla seconda guerra mondiale segna una svolta nell’ opera di Chaplin, che spingerà la sua vena sarcastica e amara oltre il personaggio di Charlot, fino alla nascita di un nuovo personaggio, il crudele e cinico Monsieur Verdoux. Nel 1952 realizza poi una sorta di autobiografia con “Luci della ribalta”, nella storia del clown Calvero che sembra ricordare, in una amara metafora, la vita dello stesso Chaplin.

City_Lights_posterPartiamo da “Luci della città”, film del 1931 scritto, prodotto, interpretato e diretto da Chaplin e, senza dubbio, il mio preferito. Girato nel periodo in cui il sonoro era entrato a far parte del cinema, tuttavia resta un film muto a causa della decisione di Chaplin che non vuole rinunciare a quella pantomima che ha fatto la sua fortuna. Qui l’aspetto sentimentale di Charlot fa si che la comicità si fonda con l’ amarezza, in una storia d’ amore e pietà che ci tiene incollati allo schermo fino alla fine, tra tante risate e pura commozione.

modern-times-posterPassiamo poi a “Tempi moderni”, film del 1936 prodotto, diretto e interpretato da Chaplin. Pur contenendo alcune scene sonore, questo resta un film muto ed è anche l’ unico in cui possiamo ascoltare la voce di Charlot in una improvvisata e inventata versione della Titina. E’ questo un film in cui Chaplin vuole descrivere e mostrare la meccanizzazione e lo sfruttamento dell’ individuo, restando comunque nel genere comico e lasciandoci con un senso di speranza verso il futuro, che in questi tempi duri non guasta!

The_Great_Dictator_posterInfine parliamo de “Il grande dittatore”, film sonoro del 1940, diretto, prodotto e interpretato magistralmente dal nostro Chaplin nel doppio ruolo del barbiere ebreo e del dittatore Adenoid Hynkel, chiara trasposizione di Adolf Hitler. Il film è una vera e propria satira politica, un’ allegoria del conflitto tra il collettivo e il singolo, tra l’ individualismo del singolo e il totalitarismo del sociale nelle sue diverse forme.

Il cinema di Chaplin è del tutto personale e originale. Riesce ad amalgamare nelle sue opere diversi elementi culturali e forme espressive specifiche, come la pantomima e il circo, portandole ad un livello altissimo. Nei suoi film troviamo sia i meccanismi del puro cinema comico (l’ imprevedibilità, lo sconvolgimento della logica, la stilizzazione dei gesti), sia la ribellione dell’ individuo. Si va dalla normalità della vita borghese, con le sue regole e convenzioni che Chaplin riesce a rendere grottesche, alla visione di una società intesa come un limite per l’ individualità.

Chaplin è stato sicuramente una delle personalità più influenti del cinema muto, adulato e al tempo stesso criticato, soprattutto per le sue idee politiche. Ma la maschera di Charlot e la sua comicità restano di sicuro l’elemento universale dell’ opera Chapliniana, nonché un’icona che rimane fino a noi.

(Enza Murano)