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L’amore come metafora politica. La riunificazione delle due Coree

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La riunificazione delle due Coree, un titolo politico per un’opera teatrale che parla di amore coniugato in tutte le forme possibili, è una metafora sulla difficoltà, a volte impossibilità, di unire due anime alla ricerca della propria gemella,  esattamente come le due nazioni asiatiche divise dagli anni 50 e ormai abissalmente lontane dal punto di vista politico e socio-economico. Continue reading “L’amore come metafora politica. La riunificazione delle due Coree”

Amour, di Haneke. Storia di una Palma d’Oro di Cannes

Sono molteplici gli aspetti narrativi che generano nello spettatore un crescente disagio, l’angosciosa discesa in un dolore che il regista vuole rendere inevitabile a chi lo osserva, percepibile nella mente e nelle viscere: la coppia di protagonisti è sorretta da un amore assoluto e totalizzante, che esclude il resto della famiglia dalla possibilità di partecipare al viaggio verso una morte che la donna desidera e richiede; il marito è appassionato nell’immolarsi al sacrificio di un accudimento che progressivamente lo svuota e che genera, venendone al tempo stesso generato, un sentimento di possesso quasi dispotico; l’inflessibilità di entrambi nell’affrontare la malattia come passaggio finale di un’intera vita condivisa fra le medesime risonanze culturali, concezioni esistenziali affini e movimenti complementari, produce un dialogo che gradualmente isola l’autoreferenzialità di ciascuno.

In Amour, Haneke compie, al solito, un ritratto asciutto del dolore, privando lo spettatore degli strumenti che potrebbero aiutarlo nell’avvicinarsi all’esperienza rappresentata nel film: non vi è compassione che possa autoalimentarsi, né la speranza che qualcosa di più consolante possa accadere, non esiste mediazione fra l’essere umano e la sofferenza.

amourfoto0La donna, impegnata nel rifiuto attivo di un’esistenza in cui non riesce più a riconoscere la propria dignità, mentre l’uomo si oppone alla resa e prosegue nel tentativo di rianimare parole di un tempo, ricordi sempre più inaccessibili alla coscienza e all’ineluttabilità del reale.

Le scene del lento tracollo sono distillate, dilatate non attraverso il tempo ma attraverso lo spazio mentale dell’osservatore, così l’anziano marito che prova con le poche energie rimaste a far camminare la donna, l’espressione di lei quando iniziano i rituali di una separazione irreversibile da sé – i pannoloni cambiati dall’infermiera, l’enuresi che conclude con rabbia muta la parabola dell’esistenza come ciclo non negoziabile di dipendenza dall’altro, esplorazione autonoma e di nuovo richiesta regressiva di cure – sono frammenti sui quali Haneke si sofferma ogni volta per pochi secondi, seminando la percezione nitida di un dramma che si annida più nell’anima che nel corpo dei protagonisti e non richiede perciò una narrazione prolissa, né una descrizione articolata dei dettagli concreti.

All’interno del racconto si inserisce la figlia dei due coniugi, che condivide coi genitori l’inflessibilità nel concedersi una reale apertura al dolore e all’espressività emotiva, in un quadro globale che richiama l’idea di un’austera e colta borghesia parigina.

amourSolo negli ultimi istanti sembrano esplicitarsi dei conflitti, quando la coppia nega alla figlia, ora preda di un’angoscia che non può più controllare, la possibilità di vedere l’ultimo volto della malattia.

La scena finale di Amour, muta e immobile come in tutti i film di Haneke, arriva dopo la disperata eutanasia e dopo la rassegnata follia che si impadronisce dell’uomo per condurlo ad un destino che immaginiamo essere di abbandono della vita: la figlia seduta in salotto ad osservare qualcosa davanti a sé, è ciò che rimane di una storia consumatasi senza spazio per un ideale di speranza, senza temi morali o religiosi, nella quale il ricordo non porta quiete bensì testimonianza dell’inesorabilità del dolore.

Il rovescio della follia: La Pazza della porta accanto, di Alda Merini

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Per lei, la “pazza della porta accanto” era la vicina. Per tutti gli altri era lei. Alda Merini lo sapeva e, piuttosto che rinnegarsi e ridefinirsi attraverso un relativo concetto di normalità, ha rovesciato quello di follia. Non più figura della privazione ma momento purificatore, generatore di poesia. E allora quella pazza non ci sembra più tanto pazza ed anzi finisce per assomigliare ad una profetessa che dalle porte dell’inferno racconta, a chi vuole ascoltare, la sacralità della vita.

La pazza della porta accanto è una delle sue confessioni più belle. La Merini lascia naufragare i suoi occhi in un passato pieno di luoghi, persone e sentimenti, per rivisitarlo attraverso una prosa in cui si sente forte la presenza lirica. I ricordi fluiscono senza un ordine, come delle momentanee epifanie che si accumulano l’una accanto all’altra nel tentativo di riprodurre l’armonia di un sentire unico. Le parole che nominano le quattro sezioni sono come delle pietre cui ancorare la declinazione della propria identità in quanto soggetto e oggetto della propria vita.

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Troviamo prima di tutto la Merini amante ed amata. Si scoprono in queste pagine le figure fondamentali della sua esistenza, così come dei suoi versi. Ci sono i due mariti, Ettore Carniti e Michele Pierri, c’è padre Richard, il barbone Titano, il poeta Manganelli; ognuno di loro con un diverso tipo di amore, offerto o negato. La vertigine della libertà suscitata in alcuni momenti dall’amore, però, si perde quando la Merini ricade nella condizione esistenziale con cui da sempre si è dovuta confrontare, quella del sequestro. Non sono però soltanto le mura del manicomio ad imbrigliarla, anzi, può capitare di non riuscire più a distinguere quale sia la vera prigione. Tutto può diventarlo: la propria casa, la propria città, il tempo in cui si vive, la poesia stessa addirittura, se non rimane che vuota maschera autoreferenziale.

La pazza della porta accanto è un libro che è costato molto alla Merini. Lei ci ha guadagnato forse «il riposo di una notte. E un’agonia piena di pace»; noi una delle chiavi più intime per la sua poesia.

(Mara Carotti)

Orgoglio e Pregiudizio, un libro senza tempo

orgoglio-e-pregiudizio-libroIl 28 gennaio 1813 usciva la prima edizione di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. Pubblichiamo un articolo di Elena Stancanelli uscito su la Repubblica

“My own darling Child”, lo chiama Jane Austen in una lettera alla sorella Cassandra. Sono passati duecento anni da quando, il 29 gennaio 1813, Thomas Egerton pubblica “Orgoglio e Pregiudizio”. Andrà bene, esaurirà la tiratura, verrà tradotto in francese. Il più prestigioso editore londinese, Thomas Cadell, al quale la scrittrice si era rivolta per primo, lo aveva rifiutato. Ma è l’unico insuccesso con cui la scrittrice dovrà fare i conti. Morirà nel 1817 amata dai lettori e dalla critica. I suoi sei romanzi verranno accolti tutti con entusiasmo, Walter Scott ne riconoscerà l’immenso talento, e dopo di lui molti altri scrittori guarderanno al suo lavoro con rispetto e devozione. Farà in tempo a godersi la soddisfazione di essere stimata dai colleghi, privilegio che in pochi possono vantare, ma non potrà immaginare che anno dopo anno, secolo dopo secolo, i suoi libri diventeranno un punto di riferimento imprescindibile. Quanto saranno considerati un miracolo di esattezza, per stile e contenuti, quanto saccheggiati, copiati, idolatrati. Non potrà immaginare, perché inimmaginabile, il fanatismo, che in questi giorni prende la forma delle celebrazioni che in tutto il mondo impazzano per il bicentenario. Quale artista che da il silenzio della sua stanza mette al mondo creaturine arbitrarie e parziali può prevedere che il suo lavoro saprà parlare a persone tante diverse, in tempi che non si somigliano, dentro culture con riferimenti incomparabili?

Da duecento anni Austen è padrona dei nostri cuori, maestra di seduzione, imbattibile palleggiatrice di parole e sentimenti. Feroce e affilata, ha inventato donne la cui intelligenza ci sembra di non riuscire a doppiare, la cui coscienza è ben al di là da essere raggiunta. Le nostre storie d’amore sono quasi sempre lagne di ragazzine, esperimenti di pornografia emotiva se confrontate a quel laboratorio di antropologia sociale che Austen elabora romanzo dopo romanzo. Io lavoro “con un pennello sottilissimo su un pezzettino d’avorio, producendo poco effetto dopo molta fatica”, scrive al nipote Edward. Questa sua abilità di decifrare il mondo a partire dal minuscolo frammento di un’io qualsiasi, da un pezzettino d’avorio, è il suo segreto. Uno dei tanti, che fanno di lei uno degli scrittori più letti, e riletti. Quasi un oggetto di culto, più che un classico. Nei nostri zoppicanti programmi scolastici non è prevista, né i suoi romanzi scalano facilmente le classifiche degli imprescindibili.

Film Title: Pride and Prejudice.

Se ne può fare una questione di genere – gli uomini non la leggerebbero con lo stesso nostro entusiasmo – provare a immaginare che quello che le manca per entrare nell’empireo sono gli sfondi, la grande Storia che preme alle spalle dei personaggi, l’epica. Poco male, Austen se ne può fregare e cedere il podio, dal momento che può vantare un credito inestimabile: i suoi libri fanno bene. Intendo che, dati per inoppugnabili stile brillantezza trame scintillìo dei dialoghi…, se continuiamo a tornare alle sue pagine è perché li consideriamo, anche, dei libri di self-help ante-litteram. Luoghi dove razzolare alla ricerca di sentenze definitive sul senso e il dissenso, l’amore e il disamore. Tra quei due sostantivi perfettissimi, falsi ossimori che titolano i suoi capolavori, Austen infila tutto ciò che serve a un’esistenza sana e vigorosa. Impariamo da lei il gusto dell’intelligenza, la capacità di non arretrare, il divertimento di costruire un’identità, il piacere dell’amicizia. Persino a considerare il denaro non solo come parte integrante e non volgare della vita, ma come uno degli  elementi del discorso amoroso. “Le donne sole”, scrive Austen alla nipote Fanny, “hanno una spaventosa tendenza a essere povere – fortissimo argomento in favore del matrimonio”. Una visione economica dell’esistenza, l’abilità di svelare il doppio movimento dell’ascesa/discesa sociale, è un dono di pochi scrittori: Dickens, Balzac, Austen. Anche questo li rende eterni.

È uscito da poco un saggio di un economista, Branko Milanovic, che analizza Orgoglio e pregiudizio come fosse un trattato sulla ricchezza. In “Chi ha e chi non ha, storie di diseguaglianze” (Il Mulino), spiega che il reddito della famiglia di Elizabeth Bennet, protagonista del romanzo, è di circa 3000 sterline l’anno, quello di Darcy di 10.000. Inoltre, se il padre di Elizabeth fosse morto senza un erede maschio, i suoi beni sarebbero finiti nelle mani del viscido cugino, il reverendo William Collins. Ora, cosa fa Elizabeth? Primo rifiuta, abbastanza ragionevolmente, l’orrendo cugino. Ma subito dopo rifiuta anche il fighissimo Darcy, solo perché la sua prima impressione su di lui era stata pessima (“First Impression” era il titolo della prima versione di “Orgoglio e pregiudizio”).

Sempre secondo l’economista Milanovic, il rapporto tra i due scenari, Elizabeth nubile o sposa di Darcy, è di cento a uno. Il romanzo, quindi, potrebbe essere letto come la storia di una donna che impiega tutta la sua intelligenza a far rientrare l’uomo che, per motivi economici deve proprio sposare, dentro i parametri complicatissimi ma ineludibili delle sue convinzioni. Ma, e lo dico con tutto il laicismo necessario, non è forse questo un insegnamento fondamentale? Che lo sforzo per ridurre alla perfezione un uomo dovrebbe essere commisurato alla sua possibilità di far passare la nostra vita da uno a cento, di qualunque valore questa misura sia indice? I libri di Austen sono stati tradotti, manipolati, trasformati. Soltanto di “Orgoglio e pregiudizio” sono state fatte decine di riduzioni televisive e cinematografiche, oltre a quella della BBC con Colin Firth divenuta oggetto di culto. La scena nella quale Colin Firth/Darcy usciva dal lago con la camicia bianca bagnata i capelli spettinati, pantaloni e stivali e l’andatura decisa portata deliziosamente sul sorriso timido e lo sguardo assassino, fu un caso nazionale. Tutte le donne inglesi davanti al televisore persero completamente la testa. Compresa Helen Fielding, l’autrice de “Il diario di Bridget Jones”, che dopo aver battezzato Darcy il suo protagonista, un avvocato serio e scontroso, impacciato ma bellissimo, volle a tutti i costi che nella versione cinematografica fosse interpretato da Colin Firth. Greer Garson, Keira Knightley, persino Virna Lisi in uno sceneggiato italiano degli anni cinquanta sono state Elizabeth Bennet. E poi ci sono i fumetti, i sequel e i prequel letterari di ogni tipo. “Orgoglio e pregiudizio e zombie”, di Seth Grahame-Smith, “Death comes to Pemberley” di P.D. James, la giallista inglese, “Jane Austen Book club”, di Karen Joy Fowler… e vai e vai.

orgogliopregiudizioEppure nei romanzi di Austen non c’è niente di apparentemente archetipico, niente che possa essere declinato verticalmente. I suoi personaggi, le sue storie non hanno la potenza mitopoietica di tanta letteratura. Non si stagliano, non giganteggiano, non  sono eroi. Sono geroglifici, minuziose calligrafie. Ancora più di Shakespeare, suo evidentissimo maestro, Austen elude lo strepito e il furore. Ma forse è proprio per questo che la amiamo, e che le sue parole sono così feconde. Forse, se da duecento anni leggiamo e rileggiamo i suoi libri, è anche perché in quel presepe sgangherato e affettuoso, sembra esserci sempre un posto per noi. Quei salotti, quelle feste, quelle campagne ci accolgono come ospiti. E nel dialogo con loro ci acquietiamo perché, specie nei momenti di crisi, è molto piacevole condividere  l’illusione che un comportamento ragionevole, se sufficientemente ostinato, conduce al riparo dal disastro.

(Elena Stancanella)

ALT, tocca a Renato Zero

renato-zero_ph-roberto-rocco-2_m-1000x600E’ errato definire la performance di Renato Zero, un concerto. E’ molto di più. Sarebbe forse più appropriato definirlo Spettacolo Teatrale. E’ un insieme di emozioni, immagini, suoni. E’ un viaggio introspettico che abbraccia tutti gli spettatori congelando il presente in cerca di una personale salvezza cui dovrebbe mirare ognuno di noi.

Renato Zero canta, racconta, guarda. Cerca di imbrigliare le sue 66 candeline con la consueta verve che da oltre quarant’anni offre a tutti i suoi fans. Si veste e si sveste senza mai indossare una maschera. E’ se stesso e con se stesso gioca all’interno di un cantiere da dove comunica l’importanza delle minoranze, dell’amore, della negazione della guerra. E lo fa a modo suo, senza mezzi termini e senza troppi giri di parole.

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E’ un viaggio di tre ore che si apre con una sirena antiareo e si chiude con il medesimo suono. Come una parentesi all’interno di una frase, metafora della nostra esistenza. Invoglia a togliere quelle parentesi e a regalare sorrisi, ma soprattutto sogni.

Interpreta alcune delle sue più celebri canzoni, come Spiagge, Il Maestro, il Cielo, Felici e Perdenti, Figli della Topa, che alterna con le perle della sua ultima fatica discografica, ALT e con parole che toccano il cuore e annebbiano la vista della moltitudine di spettatori che da oltre sei mesi hanno regalato il SOLD OUT per le date romane.

renato-zeroE Roma, ha risposto, anche lei a suo modo, stringendosi attorno ad uno dei più irriverenti cantautori nostrani, mai schierato con i vincenti, ma sempre con i perdenti, sempre pronto a spiegare l’importanza della vita e dell’amore. Renato Zero non si è tirato indietro, ma anzi, ha spinto, se possibile, ancora più avanti il baricentro della sua musica, regalando brani unici accompagnato dalla sua band e da un’orchestra di oltre trenta elementi. Ha regalato il suo personalissimo tributo a Franco Califano, in un ricordo a lungo accompagnato dagli applausi del pubblico.

E alla fine, nel (dis)ordine delle nostre vite, abbiamo cercato di rispolverare un valore antico quanto attuale: quello dell’amicizia. Tra di noi, ma soprattutto verso un signore di mezz’età avanzata che ancora ha il gusto di non allinearsi con chi è sempre pronto a salire sul carrozzone dei vincitori, ma piuttosto a godersi il panorama del cammino lungo le note della sua vita.

(Claudio Miani)