SediciNoni

SediciNoni – n.3

Il Magazine di Cinema e Approfondimento Culturale edito dall'Officina d'Arte OutOut – Spedizione Gratuita

€5,00

Quello che vi aspetta nel Terzo numero – Editoriale del Direttore

In Battute sul Cinema del 1966 Pier Paolo Pasolini fornì una identificazione del Cinema come “lingua scritta della realtà”, sostenendo che, tecnicamente, il cinema ci permette di comprendere come funzioni la realtà, proprio come la scrittura ci ha permesso nel tempo di interpretare l’oralità. Il Maestro bolognese struttura così delle unità visive inferiori alle immagini, una sorta di sottoinsiemi, quasi dalle immagini senta il bisogno di scostarsi per definire qualcosa di superiore al cinema stesso: una storia narrata nel non narrato.

Tutte quelle esistenze che fanno da corollario al nucleo della narrazione, collocate tra due immaginarie membrane fosfolipoproteiche, con il preciso compito di fungere da sistema di controllo per l’entrata e l’uscita di materiale dal nucleo. Conia così termini che lascia sospesi, come im-segno, privo di una materica identificazione, e si muove per spostare il proprio discorso al di fuori di ogni definizione già in uso per liberare il Cinema dalla dialettica conosciuta.

Proprio da tale radicando sembra prendere corpo il cinema di Abdelattif Kechiche, un cinema fatto di segni e di immagini, capace, arricchendosi di una accezione metronimica, di spostare l’insieme visivo oltre il campo del contenuto concettuale. Ketoub my love: canto uno, ne è l’evidente trasmutazione filmica, dove ogni fotogramma si somma all’altro, l’attimo al successivo, la scena alla seguente in un flusso (in)condizionato dalla durata. 180 minuti che nulla hanno a che vedere con il tempo, ma con quella durata reale registrata dalla coscienza, che Bergson intendeva come la sola in grado di concepire il tempo come inesteso e non divisibile, qualitativo ed eterogeneo, non misurabile ed irreversibile.

Questa è la durata dell’ultima fatica di Kechiche presentata a Venezia74 e giunta nelle nostre sale il 24 maggio c.a. Un flusso di immagini per regalare un cinema antinarrativo raccontato con una sapienza di macchina che forse non ha eguali nella cinematografia contemporanea. Da tale supposto e dall’esigenza di raccontare la storia mediante il non narrato di matrice pasoliniana, prendere corpo il nuovo numero di SediciNoni – Les Restes Culturels, il quale, compiuti sei mesi di vita, ha pian piano percepito l’importanza di mantenere la focalizzazione sul concetto Tempo, ma correlandolo all’esigenza dell’azione e della comunicazione sociale.

A partire da questo numero, infatti, daremo vita a nuove voci e ci arricchiremo di nuovi contenuti stilistici. In questo numero (ri)scopriremo gli specchi del reale di Artur Aristakisyan: Ladoni e Un posto sulla terra, nella nuova rubrica Cinerara; in Lanterne, container di cinematografia d’Oriente, parleremo del disagio degli hikikomori con la delicata pellicola di Lee, Castaway on the moon; in Portrait avremmo il piacere di dare voce ad uno dei Maestri del nostro Cinema: Maurizio Nichetti; in Reflex, rubrica curata dal Prof. Bernabucci della SHOT Academy, vi proporremo un’intervista analitica a Luca Bigazzi, Direttore della Fotografia del film Loro di Sorrentino. E poi come sempre un’attenta visione della società con i pezzi del Vicedirettore Emanuele Rauco, La classe operaia è andata all’inferno e del saggista Riccardo D’Anna, Anni ’70, un’epoca della vita come quelle che Nietzsche diceva si trovassero nel mezzo, fra l’alzarsi o l’abbassarsi di un pensiero o sentimento dominante. Tutto il resto è sete, fame o tedio.

E poi, ovviamente, tanto altro da scoprire nelle 84 pagine  del nostro magazine!!

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