L’ipermoralismo secondo il giornalista tedesco Alexander Grau

“Hypermoral” e “Kulturpessimismus” sono libri nel quale il giornalista e scrittore tedesco Alexander Grau esprime il suo pensiero in merito all’idea che il popolo tedesco, ma non solo, sia affetto da ipermoralismo, ormai talmente preponderante da essere diventato un’ideologia a sé. 

Il disegno dello scultore: Henry Moore al Museo Novecento

È così che dopo quasi cinquant’anni dalla memorabile mostra a Forte Belvedere del 1972 torna Henry Moore a Firenze, con un’esposizione al Museo del Novecento: Henry Moore. Il disegno dello scultore. Inaugurata il 18 gennaio 2021, la mostra sembra quasi una reazione, una spinta positiva contro la prolungata chiusura degli spazi dedicati all’arte. È il sintomo che l’arte non è disposta a restare in silenzio, e ce lo ricorda Henry Moore con la sua mostra, curata da Sebastiano Barassi, Head of Henry Moore Collections and Exhibitions e Sergio Risaliti, Direttore artistico del Museo Novecento.

La mostra ospita una selezione di disegni dell’artista inglese insieme a grafiche e sculture.

Henry Moore. Il disegno dello scultore vuole essere un dono alla città che ha sofferto una crisi pandemica drammatica e che sta uscendo a fatica ma con coraggio e orgoglio da questa situazione così difficile. La presenza in questo momento storico delle opere di Henry Moore a Firenze è anche un richiamo alla forza dell’arte nelle massime difficoltà umane e sociali” è ciò che ha detto Sergio Risaliti.

L’arte come forza e propulsione necessaria all’uomo per andare avanti, per superare le difficoltà. È questa la voce che è stata data a Henry Moore nello spazio del Museo del Novecento, che ha voluto ricordare l’artista non solo come scultore, ma anche come disegnatore. Un connubio, quello fra scultura e disegno, estremamente importante per Moore, come lui stesso ha affermato: “’L’osservazione della natura è decisiva nella vita dell’artista. Grazie a essa anche lo scultore arricchisce la propria conoscenza della forma, trova nutrimento per la propria ispirazione e mantiene la freschezza di visione, evitando di cristallizzarsi nella ripetizione di formule”. Il disegno diventa il tramite per osservare la natura.

Lo scopo principale dei miei disegni è di aiutarmi a scolpire. Il disegno è infatti un mezzo per generare idee per la scultura, per estrarre da sé l’idea iniziale, per organizzare le idee e per provare a svilupparle…Mi servo del disegno anche come metodo di studio e osservazione della natura (studi di nudo, di conchiglie, di ossi e altro). Mi accade anche, a volte, di disegnare per il puro piacere di farlo”, ha dichiarato Moore.

La città di Firenze, così importante per lo scultore, accoglie nuovamente le sue opere. Moore, infatti nasce nello Yorkshire nel 1898, ma compie il suo primo viaggio a Firenze nel 1925 e fu subito colpito dai maestri Giotto, Masaccio, Donatello, Michelangelo. È dai maestri del passato che Moore sviluppa poi l’interesse per gli artisti del suo Novecento, in particolare Brancusi e Picasso.

L’amore per la Toscana portò Moore in Versilia per lavorare con i marmisti locali. Nel 1957 giunse per la prima volta a Forte dei Marmi per produrre una scultura commissionata dall’Unesco di Parigi.
Questa esperienza portò Moore ad abbandonare il bronzo per il marmo, che divenne il suo materiale prediletto.
Un grande legame con la Toscana e con la sua arte che viene celebrato nuovamente nella cornice di Firenze.

L’esposizione segue le fasi dell’artista, i suoi diversi periodi della carriera: il paesaggio roccioso, lo studio sulla natura e la forma umana, le forme primordiali sino all’imponente cranio di elefante, situato nella sala al piano terra, oggetto di studio sul quale Moore ha realizzato una serie di incisioni.

La mostra sarà disponibile fino al 18 luglio.

Credit: Linkiesta; Museo Novecento

Chiara Volponi

LUPIN, LA SERIE NETFLIX “MULTITASKING”

Soddisfare le istanze di diversità, giustificare per così dire le azioni truffaldine di un personaggio, quello di Lupin, amatissimo dal pubblico, e calarlo nei giorni nostri: ecco alcuni dei punti di forza della serie Netflix LUPIN.

Protagonista l’attore di colore Omar Sy, questo Lupin 2.0 prende il nome di Assane Diop, di origini senegalesi. Ha ereditato una fortuna e vuole vendicare l’ingiustizia perpetuata ai danni del padre, che si è suicidato per esser stato imprigionato ingiustamente. Le due esigenze indicate nell’introduzione sono già sufficientemente soddisfatte. Assene/Lupin è diverso per aspetto dal suo predecessore creato nel 1905 da Maurice Leblanc e da quello rappresentato nella fortunatissima serie di telefilm degli anni ’70. Non è un lestofante, vuole riparare a un torto, ha complici fidati come il suo predecessore televisivo, e rappresenta la società multietnica della quale facciamo parte nella contemporaneità.

Ma c’è qualcosa in più: Assane ha sempre un asso nella manica, i suoi progetti vanno a buon fine e non certo in base alla logica del tutto è bene ciò che finisce bene nella finzione. La costruzione degli episodi dove, subito dopo avvenuta un’azione viene ricostruita e mostrata per essere spiegata, sottolinea che il novello ladro gentiluomo non è un improvvisatore, bensì un pianificatore scrupoloso. La struttura è simile a quella delle avventure di Sherlock Holmes interpretate al cinema da Robert Downey Jr. O anche quella di quel capolavoro che è The Prestige di Christopher Nolan, nel quale venivano illustrati a posteriori i trucchi di magia. Ancora una volta, Lupin è sinonimo di strategia, e continua a piacere nella sua evoluzione al passo coi tempi.

Roberta Maciocci

Let the Sun Beheaded Be: le fotografie di Gregory Halpern raccontano passato e presente dell’ex-colonia Guadalupa

Gregory Halpern, fotografo statunitense, membro della Magum Photos, nel 2019 si è recato a Guadalupa, isola delle Antille, arcipelago dei Caraibi. L’isola è un’ex colonia francese e oggi è un dipartimento d’oltremare della Francia dal 1946; la schiavitù fu abolita nel 1848.

È qui che ha creato Let the Sun Beheaded Be. Il titolo fa riferimento al libro del 1948 di Aimé Césaire, un poeta della Martinica che evoca il surreale come lente attraverso la quale contemplare e filtrare la migrazione forzata ed il passato violento che ha plasmato le isole dei Caraibi.

Ero curioso di conoscere i luoghi che esistevano oltre le mete turistiche, e al tempo stesso esplorare il rapporto tra colonialismo e turismo”.

È proprio il contrasto tra la bellezza di queste isole caraibiche da sogno ed il loro terribile passato coloniale che ha spinto Halpern ad intraprendere il lavoro fotografico su questo territorio.

Proprio come Césaire, Halpern si cimenta con questa storia attraverso la fotografia veicolando la sua esperienza sull’isola tramite la raffigurazione di dettagli poetici e viscerali che hanno catturato la sua attenzione nel corso del suo lavoro in Guadalupa.

Dal suo lavoro è nato infatti un libro, pubblicato da Aperture, con un testo introduttivo scritto dal curatore Clément Chéroux. Le foto di Halpern sono state realizzate nell’ambito del programma Immersion, una commissione francoamericana che sostiene la fotografia contemporanea.

Let the Sun Beheaded Be, copertina.

Halpern si focalizza sul territorio e sulle sue cicatrici, rendendolo il soggetto principale. Nelle sue fotografie mescola vita e morte, natura e cultura, insieme alla bellezza e decadenza attraverso enigmatiche immagini a colori dei residenti di Guadalupa e dei paesaggi lussureggianti, così come raffigura i monumenti collegati alle brutalità coloniali del passato.

Pur raffigurando la realtà e la brutalità del passato che, nonostante tutto, emerge nel presente, le immagini di Halpern sembrano avvolte da un alone favolesco, che le rende dolorose e magnetiche allo stesso tempo.

Chiara Volponi

Anche l’Italia ebbe la sua Hollywood

Ci fu un tempo, tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, in cui tutti i riflettori puntavano sugli stabilimenti Pisorno, studi cinematografici più importanti d’Italia, più di Cinecittà. Costruiti durante il fascismo, ospitarono alcuni tra i più importanti attori e registi dell’epoca.  

Il Museo etrusco di Villa Giulia: c’è vita dopo la morte

Il Museo etrusco di Villa Giulia da oggi, 19 gennaio, in streaming live sulla piattaforma Twich.

Con una geniale campagna multimediale nata da idee già maturate appena scattato il coprifuoco pandemico in marzo 2020, e con la diretta dell’epoca sul canale del museo, Etruschannel, del lungimirante direttore Valentino Nizzo, i reperti conservati nel sito rimangono accessibili al pubblico. Virtualmente ma più vivi che mai, a prescindere dal fatto che la struttura che li ospita merita di per se stessa di essere conosciuta ed ammirata.

L’archeologo direttore ha ironizzato creando un’analogia tra il tono della campagna pubblicitaria del Museo con quella ormai preclara della ditta Taffo, sostenendo che l’organizzazione di Villa Giulia sia maggiormente ferrata nella promozione di “roba funeraria” rispetto ai comunque geniali ideatori delle campagne pubblicitarie di Taffo. Twich, che normalmente si occupa di videogame per ragazzi, ospiterà il gioco “mi Rasna”, videogame proprio sulla vita degli Etruschi. La divulgazione non muore, non si ferma davanti al virus, e si crea, attraverso i nuovi media, un legame tra passato e presente. Un approccio che sta già rendendo “virale”, stavolta in senso buono, la conoscenza delle meraviglie custodite nei luoghi di cultura.

Roberta Maciocci

I film più attesi del 2021

Malgrado i cinema siano al momento chiusi e da quasi un anno il calendario delle uscite cinematografiche sia vittima di un ripetuto effetto domino di pellicole che sarebbero dovute uscire, ma che di fatto sono state rimandate, e che nel peggiore dei casi non hanno ancora una data ufficiale, noi di Out Out Magazine vogliamo anticiparvi i film più attesi di questo 2021. Di seguito una breve carrellata.