L’inferno chimico e la generazione di Trainspotting

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“Lercio, provocatorio, turpiloquioso, cinico, irriverente ritratto un’umanità allo sbaraglio”. Così è stato definito dalla critica l’ormai celebre romanzo di Welsh “Trainspotting”.

Un gruppo di ragazzi scozzesi si aggirano nella periferia di Edimburgo. Sono accomunati dalla disperata ricerca di un riscatto, di un senso da dare alla propria esistenza che non sia il classico “cul de sac” (dal francese, “vicolo cieco”) costituito da casa, famiglia, impiego ordinario e una buona salute. Renton, Spud, Sick-Boy, Begbie e compagni trovano nella droga e nella violenza l’unica risposta possibile, l’unica via di liberazione. È proprio per questo che il rifiuto della realtà, dell’alienazione, il concedersi ai paradisi artificiali (cfr. Baudelaire, Les fleurs du Mal) rappresentano la reazione ribelle nei confronti di una società caratterizzata da un falso perbenismo di facciata, una società che viveva i postumi dell’ “era Thatcher” e delle sue dottrine neoliberiste. Non è un caso che proprio sotto il governo di M. Thatcher si sia diffuso il concetto di heritage, cioè quella volontà di conservare il patrimonio inglese, di preservare l’identità nazionale rispetto a contaminazioni esterne. Ciò servì senza dubbio da collante sociale data la precaria situazione del paese, lacerato da un’economia in crisi, da continue proteste e rivolte.

trainspotting2L’operazione di Welsh consiste proprio nel rappresentare la rivolta, il rifiuto nei confronti del sistema, e nell’immergere il lettore in quell’ambiente, in quel particolare stile di vita volutamente degradato. Il talento e, perché no, il coraggio di Welsh sta nella lucidità e oggettività con cui affronta certi temi che nella società attuale spesso vengono repressi e nascosti da una coltre di ipocrisia perché la verità è aspra, dura, fa male e fa paura. È chiaro, dunque, che l’obbiettivo di Trainspotting, pubblicato nel 1993, è la denuncia. Denuncia verso un mondo perbenista e ipocrita che tenta di nascondere le piaghe vergognose di certe realtà degradate e a tratti spaventose.

Nella sua opera Welsh sembra operare un vero copia-incolla della vita normale, badando bene a non tralasciare nulla. Riesce, infatti, a descrivere in maniera efficace le situazioni e i luoghi che evidentemente egli conosce bene. Il romanzo sembra aver chiaro, dunque, il proprio campo d’azione: la periferia urbana. Questo a convalidare la teoria secondo cui il vero campo d’azione del romanzo del Novecento  sia la metropoli, o comunque “quello spazio materiale e simbolico che possa funzionare sia come contesto spaziale, sia come grande categoria concettuale che attraversa buona parte della narrativa degli ultimi due secoli”.

Trainspotting  è crudo, duro, a tratti pesante, irruento, ricco di volgarità apparentemente gratuite, sboccato, beffardo, ma tuttavia fa riflettere, dà voce a una nuova generazione, rappresenta la discesa nel modernissimo inferno chimico da cui non si scorge alcuna via di fuga.

La bravura di Welsh sta in primo luogo nell’aver tratteggiato i personaggi in modo magistrale, mostrandone le debolezze, le bassezze, ma contemporaneamente conferendo loro umanità, rendendoli reali. Un critico a tal proposito ha scritto: “Rents, Sick-Boy, Spud e Begbie sono così reali che a momenti mi è venuto da pensare che se tornassi in Scozia li troverei a bere in qualche pub…”. Infatti per quanto vengano descritti come poveri diavoli pieni di problemi, Welsh riesce ad estrapolare anche una buona azione, un qualcosa che li salva da quella visione totalmente negativa agli occhi del lettore.

È il caso di Mark Renton, il protagonista, e del suo fedele amico Spud travagliati dai problemi in campo sentimentale-sessuale e ossessionati da presunte figure di playboy come Sick-Boy che, in realtà, alla fine si rivela un debole e finisce per essere a capo di un mercato sommerso di ragazzine minorenni senza alcuno scrupolo, oppure come Franco Begbie, tipico psicopatico attaccabrighe che non ha veri amici, ma solo conoscenti che lo frequentano per paura di ritorsioni. Anche Begbie è fondamentalmente un debole, capace di essere aggressivo solo con un coltello in mano o qualsiasi oggetto contundente, ma infine incapace di battersi a mani nude. Perfido, pazzo e vigliacco al punto di picchiare e abbandonare la donna da cui aspetta un bambino. Seguono altri personaggi  più o meno secondari  come gli spacciatori Swanney e Forrester, vile ma aggressivo solo di fronte a una crisi di astinenza di Rents, o Alison che lascia morire la propria bimba neonata avuta da Sick-Boy nella foga di “bucarsi”.

trainspotting3Nel romanzo non si scorge alcuna forma di moralismo o proposta politica; è pura rappresentazione di un mondo reale. Tuttavia nella parte conclusiva Welsh abbatte il luogo comune che tra tossici (o “heroin users”) non esiste amicizia, non può esserci altruismo: Renton, infatti, ruba ai suoi amici, ma non dimentica l’unico a cui ha voluto realmente bene, Spud. Infatti, gli lascia la sua parte di soldi ricavati da una vendita di eroina in una banca prima di partire per Amsterdam:

 

L’unica persona che lo faceva davvero sentire in colpa era Spud. Renton gli

voleva bene veramente a Spud. Spud non aveva mai fatto male a nessuno, a parte

magari l’ansietà che poteva provocare con la sua tendenza a svuotare le tasche

della gente . Però la gente era troppo attaccata alle cose. Non era mica colpa di

Spud  se vivevano in una società materialista col mito dei beni di consumo. Non gli

era mai andato bene niente a Spud. I l mondo gli aveva sempre cagato addosso e

ora ci si metteva anche il suo amico. Se c’era una persona che Renton avrebbe…

di? ricompensare era proprio Spud.

 

trainspotting-4Il romanzo è interamente pervaso da un senso di delusione, disperazione, desiderio di vendetta da parte dei protagonisti, consapevoli di essere immersi nell’inferno chimico privo di valori materiali, pieno di disvalori, risultato di una società ipocrita attaccata al puro materialismo e non ai sentimenti. Ne è esempio Tommy che, lasciato dalla sua ragazza Lizzy, rivela uno smodato attaccamento alle droghe pesanti e che poco tempo dopo muore di AIDS, rinfacciando a Rents che la vita è ingiusta se lo fa morire anziché far ammalare quelli che da anni si scambiano le siringhe.

Emblema della vendetta è la figura secondaria di Davie Mitchell che architetta una sottile vendetta nei confronti di Alan Venters per colpa del quale la sua attuale ragazza gli ha trasmesso il virus dopo che Venters l’aveva violentata, pur sapendo di essere sieropositivo. Davie non lo attacca direttamente, diventa prima suo amico e in fase terminale, prima di soffocarlo con un cuscino, gli rivela di avergli portato via la fidanzata e gli fa credere di aver violentato e ucciso l’adorato figlioletto Kevin. Ma naturalmente niente di tutto ciò è vero, ma è sufficiente a distruggere Venters.

Alla fine, comunque, in questo inferno chimico sembra emergere una componente di bontà e un lacerante senso di colpa. Ciò è visibile nella figura di Mark Renton: senso di colpa verso Tommy che era stato “iniziato” all’eroina proprio da lui (nel film questo passaggio è ben visibile), senso di colpa verso Matty, morto per aver contratto la toxoplasmosi da un gattino destinato alla figlia Lisa, rimorso nei confronti di Spud, rimorso per aver tradito la fiducia dei suoi amici…

 

Fregare i soldi a Begbie non era una delitto, ma un opera di bene.

Fregare gli amici era l’offesa peggiore nel suo codice, punibile con

il massimo della pena. Renton si era servito di Begbie , lo aveva usato

per tagliare definitivamente i ponti con tutto il resto. E Begbie era la

sua garanzia di non poter mai più tornare indietro.

Pochi anni più tardi la sua pubblicazione, dal romanzo è stato tratto un film diretto dal regista Danny Boyle e interpretato da Ewan McGregor e da Robert Carlyle. Nonostante complessivamente si parli di una buona produzione, il film non rende pienamente giustizia all’originale: troppi personaggi e troppe situazioni omessi (ad esempio, Secondo Premio nel film non è neanche nominato; è totalmente assente il trucco ideato da Swanney per racimolare soldi; la relazione fra Diane e Renton  viene poco approfondita e ridotta semplicemente all’incontro di una notte: verrà poi ripresa tramite una vaga comunicazione epistolare.)

Dal punto di vista lessicale il romanzo risulta forte, crudo, spesso presenta una volgarità quasi esasperata e a tratti “pesante”. Tuttavia  l’utilizzo di un linguaggio licenzioso, l’uso di slang di periferia, la morfosintassi semplificata, la presenza di svariate ripetizioni non costituiscono  un elemento casuale. Welsh opera una scelta: Trainspotting  è di ambientazione popolare e, dunque, deve “essere duro, efficace come vita vissuta sulle strade”, deve mirare allo smascheramento della verità che molto spesso è impietosa seppur autentica, è diretta e nuoce come un pugno nello stomaco. Molti critici hanno affermato che la traduzione non rende al meglio il vero significato dell’opera. Occorrerebbe un’attenta analisi del testo in lingua madre perché spesso nel lavoro di traduzione risulta difficile, a volte quasi impossibile, riportare uno slang o un motivo idiomatico nel suo significato autentico.

Le difficoltà di traduzione sono riscontrabili a partire dal titolo: “Trainspotting” significa letteralmente “identificare i treni” e nella lingua parlata il trainspotter è colui che si dedica a tale hobby perché non sa cosa fare del proprio tempo. In Gran Bretagna, infatti,è possibile trovare questi individui nei pressi delle stazioni o lungo i binari con un blocchetto e una penna in mano con cui al passare di ogni treno ne annotano il tipo di locomotiva, il numero  e il nome. Bizzarro, direbbero alcuni! Eppure è possibile individuare un’ulteriore interpretazione del termine: identificare il treno che possa condurre lontano da un’esistenza patetica. E c’è chi ci riesce. Solo Renton, infatti, alla fine riesce a staccarsi dall’inferno e a volare verso una nuova vita, non senza, però, pagare il prezzo dell’ineluttabile senso di colpa: la consapevolezza di aver tradito i suoi amici.  Capisce che l’eroina  è solamente una soluzione temporanea, un “treno” che alla fine si avvolge su sé stesso, soffocandoci in circoli sempre più stretti; decide allora di bruciare ogni ponte con il passato, con il suo paese terribilmente provinciale e soprattutto con un surrogato familiare a cui in fondo sente di non appartenere:

 

Aveva fatto quello che voleva. Adesso non poteva più tornare a Leith,

a Edimburgo, nemmeno in Scozia, mai più. Se fosse rimasto lì non avrebbe

mai potuto essere diverso da come era sempre stato. Adesso che si era

liberato di tutti, per sempre, poteva essere quello che voleva. E questo pensiero

lo terrorizzò e eccitò allo stesso tempo, mentre pensava alla sua vita ad Amsterdam.

 

Cambiare. Cambiare. Cambiare.

(Federica Gasparrini)

Morte accidentale di un anarchico

T

morte512 dicembre 1969. Nel corso del pomeriggio, poco dopo le 14 e 30, una bomba fatta esplodere all’interno della banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana a Milano, provoca la morte di 17 persone e il ferimento di 88. Nello stesso giorno, altre bombe esplodono o sono state predisposte a Milano e a Roma, con altri morti e feriti. Si tratta di una svolta terroristica che, da una parte sembra collegarsi a una serie di attentati dinamitardi avvenuti negli anni passati di cui alcuni sui treni, e dall’altra conclude in modo sanguinoso la stagione delle contestazioni studentesche emersa nel 1968, in Italia come in altri paesi dell’Europa, e sposta lo scontro politico e sociale su un altro piano.

La gestione della crisi seguita al tragico attentato dimostra come negli ambienti romani governativi democristiani la rivolta studentesca del 68 abbia provocato paura e arroccamento sulle posizioni che gli studenti, e poi non solo loro, contestavano. La prima interpretazione data alla strage è che essa non fosse altro che l’espandersi agli estremi limiti del terrorismo di una contestazione che veniva giudicata “violenta” grazie alle occupazioni delle università, alle manifestazioni di piazza, ai sit in, etc. Quindi, la strage di piazza Fontana dove avere una matrice che non poteva essere che di “sinistra”. La prima cosa da farsi, da parte degli organi inquirenti, è stata quella di spingere le indagini in quella direzione. L’obiettivo più semplice e ovvio sono gli anarchici. A Milano esiste un circolo anarchico nei pressi del ponte della Ghisolfa, i cui aderenti vengono arrestati. L’ordine è quello di essere severi, non lasciarsi commuovere, e procedere con decisione. Occorre dimostrare al di fuori di ogni ragionevole dubbio la loro compartecipazione agli attentati e quindi chiudere una stagione assai difficile per il potere democristiano vigente in quel periodo. Deve essere dimostrato che la sinistra, da sostegno della contestazione di strada quale fino a quel momento è stata, ha fatto un salto di qualità entrando in una logica terroristica e quindi sanguinaria. Un’ottantina di persone vengono portate in questura e interrogate. Dal 12 al 15 dicembre è un lavoro immane. Alcuni vengono rimandati a casa, altri vengono arrestati e portati in carcere. L’ultimo a essere interrogato, il giorno 15, almeno 24 ore dopo il tempo legalmente consentito per il fermo di polizia, è Pinelli, un anarchico intellettuale, che gestisce una libreria. Assieme agli anarchici milanesi, vengono arrestati anche anarchici romani del circolo 22 marzo, fra i quali c’è anche Valpreda.
Nella notte fra il 15 e il 16 dicembre, poco dopo mezzanotte, Pinelli muore cadendo dalla finestra del quarto piano della questura di Milano.

morte1Questo evento apre in seno all’opinione pubblica un grande sconcerto in merito a come si sia iniziato ad indagare sull’attentato e sui metodi adottati dalla polizia. I trionfalismi sull’efficienza della polizia trasmessi dagli organi di informazione vengono respinti. La morte di un interrogato in un ufficio della questura in circostanze che appaiono subito molto oscure allarma l’opinione pubblica e in primo luogo tutti quei movimenti di sinistra che sono stati a fianco o hanno guidato il movimento studentesco. Si è pensato subito a un assassinio. Inutilmente la polizia ha cercato di rivolgere l’evento a favore del proprio modo di procedere: nelle interviste rilasciate a stampa e televisione, la tesi ufficiale era che si trattava di suicidio e che questo suicidio era la riprova evidente, che Pinelli fosse responsabile delle bombe e quindi, implicitamente, una confessione. Ma questa tesi è durata pochissimo. Indagini parallele subito portate avanti da gruppi di sinistra, parlamentari, giornalisti indipendenti etc. hanno dimostrato che questa tesi non poteva reggere e che fosse necessaria un’inchiesta per valutare l’operato della polizia, e soprattutto del commissario Calabresi e dei suoi uomini, e la loro responsabilità nell’accaduto.

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Si è aperta pertanto un’inchiesta in seno alla magistratura che ha portato a una conclusione diversa da quella sostenuta dalla questura in un primo tempo. La caduta non era da imputarsi a suicidio ma da considerarsi accidentale. Cioè Pinelli sarebbe precipitato perché, dopo essersi avvicinato alla finestra, sarebbe stato preso da malore e precipitato senza che nessuno sia potuto intervenire in tempo per fermarlo. I tentativi di salvataggio compiuti dai poliziotti presenti nella stanza sarebbero andati a vuoto a cause della repentinità dell’accaduto. Una cosa importante comunque risultò dall’inchiesta: il commissario Calabresi nel momento della caduta di Pinelli non era nella stanza, in quanto si era recato dal questore Guida per portargli i verbali dell’interrogatorio che Pinelli aveva appena firmato.

morte4Il lavoro teatrale di Dario Fo parte proprio dall’analisi dei risultati dell’inchiesta del giudice D’Ambrosio sulla morte di Pinelli. A questo punto è superfluo raccontare eventi che credo siano a conoscenza di tutti. L’estraneità di Pinelli, l’arresto di un altro anarchico, Valpreda, che viene ufficialmente considerato il responsabile della strage e considerato da tutta la stampa e gli altri mezzi di informazione “il mostro”; la suo successiva assoluzione e successivamente l’indirizzo delle indagini non più verso il movimento anarchico, ma verso i movimenti di destra, Ordine Nuovo in particolare (arresto di Freda e Ventura, 1971); infine l’assassinio di Calabresi (1972), che una parte del movimento di sinistra ha continuato ad accusare come il responsabile primo dell’assassinio di Pinelli. Fra corsi e ricorsi, il processo alla ricerca dei colpevoli della strage di Piazza Fontana è andato avanti per qualche decennio, finché 45 anni dopo l’evento ancora nessun colpevole è stato individuato con certezza. Il processo per l’assassinio di Calabresi, anche questo prolungatosi oltre 13 anni, si è concluso con la condanna definitiva di Pietrostefani, Soffri, Bompressi e Marino, tutti aderenti al movimento di Lotta Continua.

Fo, nel suo lavoro teatrale ricostruisce con documenti, le indagini che hanno portato all’archiviazione da parte del giudice D’Ambrosio in merito all’accusa di eventuali responsabilità della questura per la morte di Pinelli.
Il lavoro inizia con la presentazione di Fo come persona affetta da pazzia, che viene interrogata in questura da un commissario. La principale mania di Fo-matto è quella di amare i travestimenti nei ruoli di persone diversissime e di fingere di svolgere le loro attività. Una delle professioni più ambite dal matto è quella di giudice, per il gusto di incastrare imputati e condannarli. Mentre il matto-Fo è sottoposto all’interrogatorio, viene a sapere che sul tavolo del commissario che lo interroga ci sono i documenti conclusivi del non luogo a procedere da parte della magistratura verso i funzionari della questura in merito alla morte di Pinelli. E viene anche a sapere che da Roma è stato inviato un magistrato superiore per verificare la correttezza di questi atti e riorganizzare la questura di Milano dopo il grave incidente.

morte-3Così egli si traveste da questo alto magistrato, ed esamina i documenti processuali riproducendo quelli che sono stati gli interrogatori cui sono stati sottoposti Calabresi e i suoi uomini. In tal modo fa emergere tutte le contraddizioni che escono dalle loro risposte: si contesta ad esempio, che durante l’interrogatorio di Pinelli, gli è stato contestato di essere un ferroviere anarchico e quindi probabilmente l’autore di precedenti attentati avvenuti nei treni. Un’altra contestazione, ammessa dai funzionari, è un trucco cui la polizia ricorre per cercare di mettere in contraddizione l’interrogato: la comunicazione di una (falsa) confessione da parte di un altro arrestato anarchico, Valpreda, che avrebbe attribuito agli anarchici diversi attentati avvenuti. Secondo alcune risposte, Pinelli, davanti a questa falsa confessione, sarebbe stato colto da sgomento e si sarebbe precipitato dalla finestra. Ma secondo i tempi registrati nell’interrogatorio, la falsa confessione di Valpreda sarebbe stata effettuata verso le nove di sera, mentre la caduta nel vuoto è avvenuto pochi minuti dopo la mezzanotte. Altre contraddizioni emergono dalle modalità descritte: il Commissario Calabresi era assente in quel momento, quando Pinelli con una mossa brusca si avvicinò alla finestre e si gettò nel vuoto. Uno dei presenti cercò di impedirlo, trattenendolo per un piede del quale gli rimase in mano una scarpa; ma risulta che il giornalista che vide il salto di Pinelli avesse testimoniato che il cadavere indossava entrambe le scarpe. Altra contraddizione era nello stato della finestra. Nel mese di dicembre fa freddo, e presumibilmente la finestra avrebbe dovuto essere chiusa. Come è potuto succedere che Pinelli, dalla sedia dover era seduto, si fosse alzato all’improvviso e buttato da una finestra chiusa? Altra contraddizione: l’ora di chiamata dell’ambulanza. Risulta, dalla analisi dei tempi delle telefonate, che la telefonata all’ambulanza del Fatebenefratelli sia stata fatta tre minuti prima della caduta. Come è spiegabile questo? La giustificazione che gli orari della centrale telefonica non coincidessero con gli orari della questura è una risposta plausibile, anche se molto debole. Per finire: la morte di Pinelli nelle prime interviste dei capi della questura alla stampa era stata attribuita a suicidio, dimostrazione questa, secondo gli intervistati, di un’ammissione di colpevolezza da parte di Pinelli. La conclusione del giudice D’Ambrosio è invece molto diversa: parla di morte accidentale. Questo scagiona il personale della questura presente nella stanza di Calabresi, ma non risolve le contraddizioni emerse durante gli interrogatori. Fra le altre cose, si lamenta il fatto che non sia stata fatta un’analisi accurata della traiettoria del corpo durante la caduta: si presume che la traiettoria di un suicidio o di una caduta accidentale siano differenti e ben documentabili. Infine, che non sia stata fatta l’autopsia sul corpo di Pinelli. La presenza di un’ecchimosi aveva fatto pensare a qualcuno che Pinelli fosse stato fatto oggetto di una mossa di Karaté che avrebbe ucciso la vittima, e che per nascondere l’omicidio, il corpo fosse stato gettato fuori dalla finestra.

Tutte queste contraddizioni ed altre minori sono state rilevate in stile Dario Fo ponendo le risposte sul grottesco, e spesso addirittura sul comico, e cercando di far rilevare come le contraddizioni siano più il frutto di una incompetenza, coperta dalle autorità, dei funzionari di polizia che da un piano prestabilito. Nella parte finale del lavoro viene fatta entrare una giornalista, che con domande impietose smaschera molte della contraddizioni che verranno perciostesso fatte venire a conoscenza della gente, e quindi impedita una copertura silente di quello che alla fine viene fatto apparire come un delitto vero e proprio.
In questa direzione è orientato tutto il lavoro di Fo: ineccepibile quanto a fatti rivelati e contraddizioni riscontrate (ancora oggi esse non hanno trovato una risposta adeguata); ma chiaramente schierato per quanto riguarda l’accusa che parte dell’opinione pubblica e anche di molti intellettuali di sinistra ha rivolto a Calabresi, di essere responsabile della morte di Pinelli.

Lo scandalo intellettuale di Pier Paolo Pasolini

pasolini2Pier Paolo Pasolini è stato uno suscitatore di scandalo intellettuale. Prima poeta, poi romanziere, critico letterario, cineasta. Alla fine profeta polemista degli scritti corsari-luterani. Una stratificazione in tensione, una costante e poliedrica ricerca di affermazione. Sono suoi temi scottanti e alcune tra le più belle metafore simbolizzanti il periodo a cavallo tra i sessanta e i settanta: la scomparsa delle lucciole, il Palazzo, il processo alla Dc, la mutazione antropologica, il genocidio, lo sviluppo senza progresso, il neocapitalismo. Parole chiave per la lettura plurale di un cambiamento in atto, di un processo che travolge l’Italia secolare e la consegna a quella civiltà dei consumi dotata di un centralismo che non lascia più spazio alle culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie).

Ad imperare è il «modello televisivo» che impone un paradossale avvicinamento tra borghesia e sottoproletariato. I ragazzi sottoproletari si imborghesiscono e i borghesi si sottoproletarizzano. Un Potere dal volto «bianco», caratterizzato da una falsa tolleranza, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista quanto il consumatore. Nel 1963 dopo il mediometraggio La ricotta viene processato per vilipendio alla religione di stato, condannato a quattro mesi di reclusione e il film sequestrato. Alberto Moravia scriverà «L’accusa era quella di vilipendio alla religione. Molto più giusto sarebbe stato incolpare il regista di aver vilipeso i valori della piccola e media borghesia italiana».

Arriviamo al ’68 che Pasolini ha gia in corso da anni una sfida con l’autoritarismo. Con la religione, con lo stato, con i produttori di cultura e di spettacolo, con gli intellettuali organici e con le neoavanguardie, con l’idea tradizionale di famiglia, con il marxismo e il neomarxismo. Gli studenti possono essere eroi? Quegli studenti francesi e italiani che mettono in crisi la cultura marxista tradizionale ma anziché ricostruirla la rifiutano regredendo su posizioni risorgimentali. Non si tratta di una rivoluzione ma di una guerra civile, una guerra santa che la borghesia combatte contro se stessa. La polemica con il popolo dei contestatori diventa aspra dopo i fatti di Valle Giulia, la pubblicazione della poesia Il PCI ai giovani e l’appellativo dato agli studenti di “figli di papà” al contrario di chi si arruolava nella polizia che proveniva dal proletariato o dal sottoproletariato. Valle Giulia come episodio di lotta di classe rovesciato, in cui il vero nemico (il Potere) usa speculativamente classi di poveri contro classi di altri poveri. Pasolini accusa gli studenti di essere in ritardo, di non capire che il massimo di rivoluzionario che si può ottenere è applicare in modo radicale la democrazia.

Pier Paolo Pasolini è specchio del travaglio emotivo dell’Italia boom. Nell’anno della sua morte partorisce le immagini simboliche della società italiana: la scomparsa delle lucciole, il Palazzo, il Processo.

pasolini_lecceIl 1 febbraio 1975 il Corriere della Sera pubblica una straordinaria pagina poetico-letteraria intitolata Il vuoto di potere. Il poeta friulano, per distinguere le due fasi del regime democristiano (una prima come appendice del fascismo e una seconda in cui nasce un nuovo fascismo che sfugge al controllo del potere politico) pone una data-evento a metà degli anni sessanta e la chiama la «scomparsa delle lucciole». Tale eclisse è dovuta all’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Fino alla scomparsa delle lucciole «la continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta, i “valori” che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” (come del resto durante il fascismo) erano “anche reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Dopo la scomparsa delle lucciole i “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale, si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; […] del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d’ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, “come ci sono giunti gli uomini di potere?”.
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla “fase delle lucciole” alla “fase della scomparsa delle lucciole” senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una “normale” evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola».

pier-paolo-pasolini-40-anni-dopo_image_ini_620x465_downonlyAltro pezzo celebre è Fuori dal Palazzo, 1 agosto 1975, Corriere della Sera. La radice nell’esame della letteratura giornalistica assorta su ciò che accade «dentro il Palazzo». Della gente invece pare si occupino solo gli istituti di statistica, la pagina della cronaca dei giornali ospita titoli anacronistici. Ciò che avviene «fuori dal Palazzo» è infinitamente più avanzato di ciò che accade «dentro». I potenti del Palazzo, e coloro che li descrivono, si muovono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari. E’ uscendo «fuori dal Palazzo» che si ricade in un nuovo «dentro»: il penitenziario del consumismo, i cui protagonisti sono i giovani formati in questo periodo di falsa tolleranza e falso progressismo, «con un’ironia imbecille negli occhi, un’aria stupidamente sazia, un teppismo offensivo e afasico – quando non un dolore e un’apprensività quasi da educande, con cui vivono la reale intolleranza di questi anni di tolleranza». La realtà è nella cronaca ed è più avanti della storia di comodo. Ma questa cronaca vuole i giovani sconvolti in una crisi di valori, perché il potere, creato dalla generazione dirigente, ha distrutto ogni cultura precedente, per crearne una propria, fatta di pura produzione e consumo, e quindi di falsa felicità.

Con un articolo del 24 agosto 1975 Pasolini celebra un paradossale “Processo” alla classe politica democristiana. I capi d’accusa: «indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità. questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori». «I potenti democristiani che ci hanno governato negli ultimi dieci anni non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei vent’anni precedenti (traendone peraltro tutti i possibili profitti) e che la nuova forma di potere non sapeva più (e non sa) che cosa farsene di loro».