ALT, tocca a Renato Zero

renato-zero_ph-roberto-rocco-2_m-1000x600E’ errato definire la performance di Renato Zero, un concerto. E’ molto di più. Sarebbe forse più appropriato definirlo Spettacolo Teatrale. E’ un insieme di emozioni, immagini, suoni. E’ un viaggio introspettico che abbraccia tutti gli spettatori congelando il presente in cerca di una personale salvezza cui dovrebbe mirare ognuno di noi.

Renato Zero canta, racconta, guarda. Cerca di imbrigliare le sue 66 candeline con la consueta verve che da oltre quarant’anni offre a tutti i suoi fans. Si veste e si sveste senza mai indossare una maschera. E’ se stesso e con se stesso gioca all’interno di un cantiere da dove comunica l’importanza delle minoranze, dell’amore, della negazione della guerra. E lo fa a modo suo, senza mezzi termini e senza troppi giri di parole.

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E’ un viaggio di tre ore che si apre con una sirena antiareo e si chiude con il medesimo suono. Come una parentesi all’interno di una frase, metafora della nostra esistenza. Invoglia a togliere quelle parentesi e a regalare sorrisi, ma soprattutto sogni.

Interpreta alcune delle sue più celebri canzoni, come Spiagge, Il Maestro, il Cielo, Felici e Perdenti, Figli della Topa, che alterna con le perle della sua ultima fatica discografica, ALT e con parole che toccano il cuore e annebbiano la vista della moltitudine di spettatori che da oltre sei mesi hanno regalato il SOLD OUT per le date romane.

renato-zeroE Roma, ha risposto, anche lei a suo modo, stringendosi attorno ad uno dei più irriverenti cantautori nostrani, mai schierato con i vincenti, ma sempre con i perdenti, sempre pronto a spiegare l’importanza della vita e dell’amore. Renato Zero non si è tirato indietro, ma anzi, ha spinto, se possibile, ancora più avanti il baricentro della sua musica, regalando brani unici accompagnato dalla sua band e da un’orchestra di oltre trenta elementi. Ha regalato il suo personalissimo tributo a Franco Califano, in un ricordo a lungo accompagnato dagli applausi del pubblico.

E alla fine, nel (dis)ordine delle nostre vite, abbiamo cercato di rispolverare un valore antico quanto attuale: quello dell’amicizia. Tra di noi, ma soprattutto verso un signore di mezz’età avanzata che ancora ha il gusto di non allinearsi con chi è sempre pronto a salire sul carrozzone dei vincitori, ma piuttosto a godersi il panorama del cammino lungo le note della sua vita.

(Claudio Miani)

Il peggio dell’animo umano visto dalla Brontë

88-07-90012-9_Bronte_Cime tempestose.inddHo comprato Cime tempestose moltissimi anni fa, senza troppa convinzione, prevalentemente perché è ritenuto un classico della letteratura inglese. Solo recentemente ho deciso di leggere questo romanzo.

Ho sempre pensato che Cime tempestose fosse una lettura decisamente più adatta alle donne, che la trama fosse la classica storia d’amore tormentata e che nel leggerlo non avrei trovato alcuna argomentazione che potesse suscitare il mio interesse. Mi sbagliavo.

Inizio dunque la mia recensione di Cime tempestose sottolineando che questo libro parla ben poco d’amore. L’amore tra Heathcliff e Catherine è piuttosto un pretesto usato da Emily Brontë per raccontare il peggio dell’animo umano.

La trama di Cime tempestose ha una struttura molto interessante, simmetrica. Emily Brontë racconta la storia di due famiglie, di due generazioni , di due matrimoni e di due coppie di fratelli. Nel mezzo di questa perfetta simmetria che rappresenta l’ordine e l’armonia, troviamo il personaggio di Heathcliff che attraversa tutta la trama di Cime tempestose , ne è un protagonista, ed è l’elemento che altera tutti gli equilibri. La trama non avanza in modo lineare ma, una volta che si capiscono i ruoli dei personaggi, non è difficile seguirla anzi, al contrario, diventa molto affascinante.

Cime tempestose è un romanzo dai tratti molto cupi, dallo stile gotico, grazie anche ai fatti di natura occulta accennati di tanto in tanto e lasciati al giudizio del lettore.

La struttura temporale è gradevole. Il libro inizia quando la storia si è quasi conclusa e tutto quello che è accaduto prima viene raccontato dalla governante del casale a Lockwood, un affittuario di Heathcliff. Dopo il lungo racconto, scopriremo la fine della storia di Cime tempestose proprio insieme a Lockwood che si ritroverà a passare da quelle parti dello Yorkshire a distanza di un anno dal racconto della governante.

cime-tempestose-oliverI personaggi di Cime tempestose sono abbastanza numerosi e durante la lettura è necessario ricordare i legami di parentela che intercorrono tra di loro. Nessuno dei personaggi, tanto meno i protagonisti della prima e della seconda generazione, suscitano una particolare simpatia. Sono egoisti, capricciosi, emotivamente instabili e troppo impegnati a perseguire i loro scopi per preoccuparsi delle conseguenze.

Ho amato molto la governante Ellen, il personaggio più equilibrato e l’unico che cerca sempre di fare la cosa più sensata.  Pur disponendo  di elementi sufficienti per capire il carattere dei personaggi di Cime tempestose, avrei certamente voluto sapere qualcosa di più di alcuni di loro.

Tra i personaggi di Cime tempestose non posso non citare Heathcliff.  Emily Brontë ha dipinto un uomo trascinato dalle sue passioni che, per vendetta, non soltanto cerca di diffondere intorno a se stesso tutto il male possibile, ma è pronto a sacrificare la sua stessa felicità. Uno stereotipo? Un’esagerazione? Anche se è triste immaginarlo credo che esistano persone di questo tipo. Persone che magari hanno sofferto ed hanno subito delle ingiustizie che preferiscono ricambiare con la stessa moneta piuttosto che offrire agli altri quello che non hanno avuto.

Lo stile di Emily Brontë è meraviglioso ed il fatto che questa autrice abbia potuto scrivere un solo libro è fonte di grande rammarico. Mentre si legge Cime tempestose si dimentica che è stato scritto nel 1800 perché la lettura risulta fluida, le descrizioni piacevoli e la storia mantiene un buon ritmo per tutta la durata della trama.

Il finale di Cime tempestose mi è piaciuto perché non ha snaturato la natura di Heathcliff ma, allo stesso tempo, ha chiuso un cerchio aprendo una porta alla speranza.

Concludo la mia recensione di Cime tempestose consigliando questo libro a chi ama le storie controverse e la letteratura classica. Non è un caso che certi libri vengano ancora letti ed apprezzati a 160 anni dalla loro stesura.

(Mr. loto)

“Sorridi, siamo a Roma” – ed. Ponte Sisto

15385288_350418545324204_286580029455687824_oUn folto gruppo di scrittrici e scrittori racconta Roma. Gli autori, quarantatré, hanno tutti una grande attenzione verso la metropoli e a tutto ciò che la fa bella e unica, ma anche a quello che la deteriora e la degrada. Gli stili sono i più disparati: si va dal monologo teatrale al racconto intimista, dalla narrazione del ricordo alla affabulazione intorno e dentro Roma. C’è amore, odio, rabbia, paura, distacco, rimpianto, sospetto per questa città meravigliosa e sempre più invivibile.

La lingua e i toni sono diversi, tutti, in ogni caso, partecipi. Fra gli autori si va da Renzo Paris a Ugo Magnanti, da Dona Amati a Claudio Marrucci, da Ignazio Gori a Gianfranco Franchi, da Roberto Campagna a Clea Benedetti, da Luca Giachi a Antonella Rizzo, da Maria Borgese a Maurizio Valtieri, da Andrea Appetito a Enza Li Gioi, da Fernando Acitelli a Isabella Borghese, da Claudio Miani a Igor Patruno, da Tiziana Rinaldi Castro a Carmine Amoroso, da Ilaria Palomba ad Alda Teodorani, da Rolando Galluzzi a Giulio Laurenti… Fra gli esordienti o quasi spiccano Gabriele Galloni, David Laurenzi, Flavio Contrada, Carlo Taddeo, la quattordicenne Vanessa Massa e il poeta romanesco Giorgio Cameli. C’è una “graphic novel” di Giuseppe Pollicelli e Emiliano Conti. E alcune cartoline di Francesco Totti, Giancarlo De Cataldo, Citto Maselli, Susanna Schimperna, Andrea Rivera.


Insomma un vero e proprio tributo a Roma: città aperta, città eterna, città crudele e cruda, città d’amore e odio. Un omaggio smagato, divertente, romantico, persino surreale… Tutto da leggere e da gustare.

Antonio Veneziani. Piacentino di nascita ma romano d’adozione, è tra gli autori della cosiddetta “Scuola Romana di poesia”, che va da Pier Paolo Pasolini a Dario Bellezza, da Amelia Rosselli a Renzo Paris. Oltre che poeta, saggista, traduttore, Veneziani ha dato vita a svariate iniziative culturali. Tra i suoi libri ricordiamo: I mignotti (con Riccardo Reim, Castelvecchi, 1997), Brown Sugar (Castelvecchi, 1998), Vespasiani (con foto di Riccardo Bergamini, Edizioni del Giano, 2003), La gaia vecchiaia (Coniglio, 2006), Cronista della solitudine (Hacca, 2007), Fototessere del delirio urbano (Hacca, 2009), D’amore e di libertà (con appunti coreografici di Maria Borgese, Diamond Editrice, 2011), Tatuaggio profondo (Elliot, 2014). Per il cinema ha scritto Clodia Fragmenta (regia di Franco Bròcani), La philosophie dans le boudoir (regia di Tinto Brass) e il documentario Nessuno è perfetto! (regia di Fabiomassimo Lozzi). Per le edizioni Fahrenheit 451dirige la collana Narraitalia ed è condirettore della rivista letteraria Ciclostile.

Book Media Events
vi invita alla presentazione di
SORRIDI SIAMO A ROMA
Racconti e cartoline a cura di Antonio Veneziani
AA.VV.
Edizioni Ponte Sisto

L’ARA COM’ERA – la meraviglia dell’Ara Pacis

arapaciscomeraL’ARA COM’ERA: un racconto in realtà aumentata del Museo dell’Ara Pacis dal 14 ottobre 2016 al 30 ottobre 2017.

Un racconto multimediale, in cui storia e tecnologia si incontrano per una visita immersiva e multisensoriale dell’Ara Pacis. Personaggi, gesti, divinità e animali si animano in 3d per illustrare, insieme al colore, le origini di Roma e della famiglia di Augusto.

L’ARA COM’ERA presenta in anteprima una innovativa esperienza di Augmented Reality (Realta’ Aumentata) unica nel suo genere. Utilizzando particolari visori AR (Samsung GearVR) e la fotocamera dei device in essi inseriti, elementi virtuali ed elementi reali si fondono direttamente nel campo visivo dei visitatori. La particolare applicazione AR riconosce la tridimensionalità dei bassorilievi e delle sculture, effettuando un tracking in tempo reale. I contenuti virtuali appaiono al visitatore come ancorati agli oggetti reali, contribuendo all’efficacia, all’immersività e al senso di magia dell’intera esperienza. In questo percorso di scoperta, il visitatore e’ invitato a svolgere una serie di gesti e azioni che coinvolgono più canali percettivi. E cosi’, osservando da varie angolazioni i plastici e i modellini, i visitatori li vedono popolarsi di personaggi, intenti a celebrare il sacrificio, ascoltando suoni e voci come in uno spaccato dell’epoca, mentre i calchi raffiguranti la famiglia imperiale prendono vita e si raccontano in prima persona.

L’interpretazione dei personaggi e’ affidata alle voci di Luca Ward e Manuela Mandracchia.

ara-pacis-hitechIL PERCORSO DI VISITA

Il percorso, suddiviso in 9 punti di interesse (POI), inizia davanti al plastico del Campo Marzio Settentrionale (POI 1). Osservando il plastico ricostruttivo dell’Ara Pacis (POI 2) e’ possibile assistere al rito sacro, raccontato nel dettaglio sulla base di diverse fonti letterarie e delle rappresentazioni nella scultura antica.
I calchi raffiguranti i membri della famiglia imperiale (POI 3) espongono i meccanismi di potere e gli intrighi che hanno consentito alla dinastia Giulio-Claudia di reggere a lungo le sorti di Roma.
Infine si osserveranno i dettagli dell’Ara Pacis (POI 4-9).
Al termine del percorso, appare Augusto seguito dalla sua famiglia. Il corteo solenne accompagna l’imperatore, lo circonda e lo protegge mentre compie il gesto sacro. Qui si ritrova non la semplice rappresentazione di un rito di Stato, ma l’immagine del presente e del futuro di Roma che vive attraverso le sue istituzioni, Augusto e la sua famiglia, inclusi i bambini, rappresentati tutti insieme per la prima volta nella storia su un monumento pubblico.

“Sully”, Clint Eastwood torna alla grande

sullylocGli americani hanno sempre amato l’auto celebrazione, raccontando con toni epici i loro eroi. Ed è proprio nei film che la tradizione culturale traspare, molto spesso, in maniera ancora più decisa. Non è da meno Clint Eastwood che nel corso della sua carriera da cineasta ha raccontato figure molto forti, in cui più volte si è percepito il patriottismo tipico a stelle e strisce. Nel suo Sully però, la celebrazione stantia e ridondante (probabilmente, e soprattutto, per noi europei) trova un modo molto diverso per essere raccontata.

Il Capitano Chesley “Sully” Sullenberger rientra sicuramente nella schiera di coloro che si sono contraddistinti per qualcosa di rilevante. Nel Gennaio del 2009, il Capitano Sully (Tom Hanks) e il primo ufficiale Jeff Skiles (Aaron Eckhart) sono al comando del volo US Airways 1549, diretto a Charlotte. Poco dopo la partenza dall’aeroporto di La Guardia, l’impatto con uno stormo di uccelli (in gergo tecnico bird strike) fa perdere entrambi i motori al velivolo; con l’aereo troppo basso per poter tornare in qualsiasi aeroporto, Sully decide di ammarare nel fiume Hudson, riuscendoci, e mettendo così in salvo tutti e 155 passeggeri, equipaggio compreso.

Il gesto del Capitano è passato alla storia come il primo ammaraggio riuscito della storia, per di più con entrambi i motori in avaria. Una storia che meritava di essere raccontata dal regista/attore di San Francisco.

Quello che funziona di Sully è il suo essere asciutto, diretto, scevro da qualsiasi tipo di fronzolo celebrativo; all’interno dei 95 minuti che compongono la pellicola viene raccontata la storia di quello che principalmente è un uomo, prima ancora di essere trasformato in eroe dal suo gesto. E nel dipingere questa figura, Eastwood, aiutato dalla splendida interpretazione di Tom Hanks, fa trasparire la fragilità e l’umanità di una persona che pur avendo compiuto un miracolo, era consapevole della possibile tragedia (ecco spiegati gli incubi che il pilota vive anche ad occhi aperti).

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Lo stesso ammaraggio non è il fulcro della vicenda, ma un elemento – sicuramente fondamentale – di quello che è successo dopo e del processo a cui i due ufficiali si sono dovuti sottoporre, nonostante il gesto eroico. La fredda e calcolatrice mente di chi da terra, attraverso calcoli matematici, avanza ipotesi azzardate contrapposta a chi la vicenda l’ha vissuta realtà, in quegli attimi dove il fattore umano è più determinate di qualsiasi tipo di tecnologia. C’è anche questo nel film: uomo contro tecnologia.

Tutto scorre bene grazie alle ottime interpretazioni da parte degli attori coinvolti, Hanks ed Eckhart su tutti, e ad una sceneggiatura scritta da Todd Komarnicki ed ispirata al libro Highest Duty: My Search for What Really Matters, autobiografia scritta dallo stesso Chesley Sullenberger insieme al giornalista Jeffrey Zaslow.

sully1Potremmo stare a sindacare sulla qualità, piuttosto scadente, della computer grafica utilizzata per la riproduzione dell’aereo, che in parte sminuisce alcuni degli incubi dello stesso pilota; tuttavia si tratta di un elemento marginale all’interno di un lungometraggio di questo tipo, e possiamo tranquillamente passarci sopra.

In sostanza Sully è un film in grado di farsi apprezzare anche e soprattutto da chi non è americano, per il suo modo estremamente scrupoloso nel raccontare una vicenda ancora molto fresca nella mente di molti (in fondo parliamo del 2009) e la forza e allo stesso la fragilità di un uomo che ha compiuto un gesto senza precedenti, che rimarrà per sempre nella storia dell’aviazione civile.

(Roberto Vicario, Gamesurf.tiscli.it)

Flaubert e la sua Emma

emma-bovaryUn classico è un libro che va bene per ogni epoca, che contiene insegnamenti e morali che si possono adattare non solo al periodo storico in cui è stato scritto, ma anche a quelli successivi. Quello che ho deciso di presentarvi questo mese è un romanzo che, a mio avviso, andrebbe riletto a cadenza periodica, in diversi momenti della vita, perché ci potrebbe insegnare ogni volta qualcosa di nuovo. Il tema principale è quello dell’inconciliabilità tra realtà e fantasia, della distanza spesso incolmabile tra i sogni e la vita quotidiana.

La protagonista, Emma Rouault, figlia di un agiato proprietario terriero, andata sposa ad un mediocre medico di campagna – Charles Bovary – appena rimasto vedovo, è una giovane graziosa ma tuttavia inquieta e insoddisfatta, che aspira a qualcosa di molto diverso, che quasi neanche lei stessa riesce ad immaginare. Il suo deperimento spinge il marito a trasferirsi da Tostes a Yonville-l’Abbaye, dove Emma mette al mondo una figlia, Berte; qui ha una relazione platonica ma emotivamente intensa col giovane Lèon, che si allontana però senza dichiararle il suo amore. Emma, ormai pronta per l’adulterio, si innamora di un play-boy di provincia, Rodolphe, con il quale intraprende una tempestosa relazione; abbandonata da Rodolphe – spaventato dalla insana passione di Emma – incontra casualmente Lèon a Rouen, ma anche il rapporto con lui termina drammaticamente. Sommersa dai debiti che aveva contratto con l’acquisto compulsivo di oggetti inutili che sperava potessero in qualche modo riempire il vuoto profondo che sentiva dentro di sé, avviata ad un progressivo degrado fisico e morale sotto gli occhi impotenti ed inconsapevoli del marito, Emma, dopo aver chiesto inutilmente aiuto ai suoi ex-amanti, deciderà che tutto ciò è troppo da sostenere.

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Tornando a noi, Flaubert in questo romanzo fa coincidere fabula e intreccio, cioè fa sì che la narrazione riproponga l’ordine reale con cui si svolgono i fatti, senza analessi o flashback. Ciò rende il romanzo poco scorrevole, ma non per questo noioso (o almeno non per me). Nella seconda parte l’autore si “dilunga” sull’analisi dei pensieri e delle azioni di Emma, con pause riflessive che ce la figurano come una creatura che scalpita, una che sta ansiosamente cercando qualcosa e si sta cercando. Come nella Gertrude manzoniana (meglio conosciuta come la monaca di Monza), affiorano nel suo comportamento certi tratti che ne tradiscono l’insofferenza e il disagio. Il romanzo, quindi, è più che altro una lucida, fredda e cinica indagine nella mente della protagonista, sognatrice di una vita brillante ed avventurosa e costretta ad un’esistenza umile e a dir poco banale.

Flaubert decise di raccontare questa storia perché, in fondo, essa ben rappresentava una delle sue ossessioni più profonde, quell’odio per il “borghese” e quel disprezzo per le convenzioni provinciali che l’hanno più volte portato a ribadire “Madame Bovary c’est moi!” (“Madame Bovary sono io!”). Alla sua pubblicazione, nel 1857, il romanzo suscitò un enorme scandalo e l’autore venne processato per offesa alla morale pubblica e alla religione; Flaubert fu però assolto, mentre le vendite del libro si avvantaggiarono del clamore.

Ma chi è oggi Emma Bovary? Chi sogna una vita da star, il corpo di Eva Mendez, i soldi (e il marito) di Angelina Jolie, la determinazione di Emma Marcegaglia… Ma che più spesso si ritrova a fare un lavoro che magari non la soddisfa, con un compagno che non le dà attenzioni, con troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle. L’odio represso, morboso e meschino, viene sfogato su chi ha meno colpe, così come tutte le più ardite speranze vengono riversate (spesso) su uomini che, di fronte a tanto ed incosciente ardore, scappano o, se restano, non sono in grado di soddisfarle. Emma è come un vampiro, che si nutre allo stesso tempo del sangue altrui e del proprio. Sarà questo vampirismo ad ucciderla, un desiderio che non è capace di procurarle altro che appetiti sempre più grandi e un’infelicità sempre più vorticosa, alla cui tremenda accelerazione di ritmo ella non sarà più in grado di reggere.

bovaryMadame Bovary è un libro da cui trarre grandi insegnamenti: primo fra tutti sapersi accontentare. Lo so che lo slogan dei giorni d’oggi è quello di avere ambizioni sempre più grandi, e lo condivido, ma questa sfida con se stessi non può e non deve andare a discapito della serenità e del puro e semplice assunto “godersi la vita giorno per giorno, con quello che ci è stato dato”. Dal punto di vista sociale, il contesto ottocentesco in cui si inserisce il romanzo – che potrebbe andare bene anche per noi – evidenzia l’insoddisfazione di Emma e il suo disprezzo per le cose di poco valore. Lei ama circondarsi di cose belle e raffinate, pensa che tutto ciò possa darle la felicità che non ha trovato con il matrimonio, ma è troppo tardi quando si accorge di ciò che ha trascurato: un marito che l’amava più di qualsiasi cosa, una figlia da crescere, che lei non ha quasi neanche voluto conoscere e tutte quelle cose che noi crediamo futili ma che sono alla base del vivere. Evitiamo di comportarci come lei, per non rischiare di fare la stessa fine!

(Langolodeilibri.it)

“L’eleganza del Riccio” di Muriel Barbery

“Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi… …Siccome, pur essendo sempre educata, raramente sono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei molteplici ingranaggi che permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un senso facile da decifrare.”

“Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi…
…Mio padre è un deputato con un passato da Ministro e finirà senz’altro presidente della camera…
…Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un’intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c’è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni… ”

eleganza-del-riccio1L’eleganza del riccio” è un doppio diario. La brillante vita del palazzo di rue de Grenelle è raccontata da Renée, umile portinaia dalla vasta cultura autodidatta, e da Paloma, geniale figlia di un ex-diplomatico. Per ragioni diverse entrambe si celano dietro l’immagine che la società pensa debbano avere.

Renée nasconde i libri tra la spesa e lascia la televisione accesa per confermare alla poco fervida immaginazione degli inquilini lo stereotipo della portinaia sciatta e ignorante. Renée sbaglia volutamente qualche vocabolo e se le parlano di Kant assume uno sguardo vuoto e inespressivo. Ma Renée sa dissertare di filosofia e arte, conosce a memoria i romanzi di Tolstoj, ha visto tutti i film di Oz…
Semplicemente non vuole che qualcuno scopra queste sue passioni perchè teme di infrangere il tranquillo equilibrio che si è costruita.
Al quinto piano abita Paloma, arguta dodicenne che guarda il mondo con sagacia e freddezza. Paloma ha da tempo scoperto che la vita non è quello che le raccontano: da giovani si cerca di mettere a frutto la propria intelligenza, nell’illusione di un futuro radioso; da grandi si scopre di essere finiti in una boccia per pesci rossi, Il futuro è già stabilito…tutto quello che il giovane pensa di costruire è pia illusione. Ma Paloma ha scoperto l’inganno e non vuole finire nella boccia! Lei lascerà questa stupida pantomima prima di rimanervi invischiata. Paloma si suiciderà il giorno del suo tredicesimo compleanno. Sino a quel momento (e mancano ormai pochi mesi) continuerà a recitare il ruolo di ragazzina mediocre imbevuta di sottocultura adolescenziale.

Due anime in incognito, dunque, legate dal filo di un comune sentire ma ignare l’una dell’esistenza dell’altra. A infrangere il precario equilibrio l’arrivo in rue de Grenelle di monsieur Ozu, magnate giapponese in pensione. Sarà l’acume dell’affascinante Ozu a far cadere le maschere di Renée e Paloma e a farle incontrare.

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“L’eleganza del riccio” è una raffinata commedia francese di lettura scorrevole e avvincente. La prosa è chiara, semplice ma al contempo molto curata. Non chiede molto tempo (io l’ho letto in un pomeriggio) ma la calma e il silenzio per essere gustata come un buon tè.
Il romanzo è ricco di rimandi alla letteratura, alla filosofia e all’arte, segno della indiscutibile cultura dell’autrice e forse anche di un pò di sano narcisismo intellettuale.
“L’eleganza del riccio” è stato il caso letterario francese del 2007: 50 ristampe e oltre 600.000 copie vendute, primo posto in classifica vendite per trenta settimane.
Il romenzo ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Georges Brassens 2006, il Premio Rotary International, il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.
L’edizione italiana, forte di oltre 300.000 copie vendute grazie al passaparola dei lettori, ha raggiunto nel febbraio 2008 il primo posto in classifica generale.

87 volte Robin Williams

robin-williamsSono passati più di due anni dalla scomparsa dell’attore Robin Williams, protagonista di numerosi film indimenticabili – come “L’attimo fuggente” – ma anche grande amante del ciclismo: un cultore della bici e un collezionista di pezzi unici, che ora i suoi tre figli hanno deciso di mettere all’asta per beneficenza. Il ricavato della vendita che si è conclusa il 25 ottobre, stimato in oltre 200mila dollari è andato a due associazioni benefiche: la Challenged Athletes Foundation, che si occupa di assistenza agli atleti disabili, e la Christopher & Dana Reeve Foundation, dedicata alle persone con lesioni del midollo spinale. Due realtà che Robin Williams sentiva molto vicine e a cui era legato.

La sua collezione di biciclette consta di 87 pezzi e tra decine di bici da corsa di alta gamma si trova davvero di tutto, persino un monociclo: le immagini dei pezzi messi all’asta su Paddle8.com dà un’idea del gusto eccentrico e variegato dell’attore, che aveva un debole per i telai artigianali di fattura italiana, come dimostrano le quattro biciclette firmate dal maestro telaista Dario Pegoretti presenti nella sua collezione a due ruote.

robin-williams-biciBiciclette di tutti i tipi, particolari, spesso pezzi unici: il patrimonio ciclistico di Robin Williams che è stato messo all’asta rispecchia la varietà di ruoli che lo hanno accompagnato nel corso della sua intensa carriera d’attore. Bici a scatto fisso – tra cui spicca una Colnago Master Pista da collezione, dipinta a mano dall’artista visuale Futura 2000, che a una settimana dalla chiusura dell’asta ha avuto un’offerta di 26mila dollari – bici da corsa di tanti marchi italiani (Bianchi, De Rosa, Pinarello, Masi, Casati) e due ruote provenienti davvero da tutto il mondo. E poi i colori: una tavolozza infinita, con accostamenti insoliti, verniciature brillanti e accessori in tinta o a contrasto.

(BikeItalia.it)