L’ARA COM’ERA – la meraviglia dell’Ara Pacis

arapaciscomeraL’ARA COM’ERA: un racconto in realtà aumentata del Museo dell’Ara Pacis dal 14 ottobre 2016 al 30 ottobre 2017.

Un racconto multimediale, in cui storia e tecnologia si incontrano per una visita immersiva e multisensoriale dell’Ara Pacis. Personaggi, gesti, divinità e animali si animano in 3d per illustrare, insieme al colore, le origini di Roma e della famiglia di Augusto.

L’ARA COM’ERA presenta in anteprima una innovativa esperienza di Augmented Reality (Realta’ Aumentata) unica nel suo genere. Utilizzando particolari visori AR (Samsung GearVR) e la fotocamera dei device in essi inseriti, elementi virtuali ed elementi reali si fondono direttamente nel campo visivo dei visitatori. La particolare applicazione AR riconosce la tridimensionalità dei bassorilievi e delle sculture, effettuando un tracking in tempo reale. I contenuti virtuali appaiono al visitatore come ancorati agli oggetti reali, contribuendo all’efficacia, all’immersività e al senso di magia dell’intera esperienza. In questo percorso di scoperta, il visitatore e’ invitato a svolgere una serie di gesti e azioni che coinvolgono più canali percettivi. E cosi’, osservando da varie angolazioni i plastici e i modellini, i visitatori li vedono popolarsi di personaggi, intenti a celebrare il sacrificio, ascoltando suoni e voci come in uno spaccato dell’epoca, mentre i calchi raffiguranti la famiglia imperiale prendono vita e si raccontano in prima persona.

L’interpretazione dei personaggi e’ affidata alle voci di Luca Ward e Manuela Mandracchia.

ara-pacis-hitechIL PERCORSO DI VISITA

Il percorso, suddiviso in 9 punti di interesse (POI), inizia davanti al plastico del Campo Marzio Settentrionale (POI 1). Osservando il plastico ricostruttivo dell’Ara Pacis (POI 2) e’ possibile assistere al rito sacro, raccontato nel dettaglio sulla base di diverse fonti letterarie e delle rappresentazioni nella scultura antica.
I calchi raffiguranti i membri della famiglia imperiale (POI 3) espongono i meccanismi di potere e gli intrighi che hanno consentito alla dinastia Giulio-Claudia di reggere a lungo le sorti di Roma.
Infine si osserveranno i dettagli dell’Ara Pacis (POI 4-9).
Al termine del percorso, appare Augusto seguito dalla sua famiglia. Il corteo solenne accompagna l’imperatore, lo circonda e lo protegge mentre compie il gesto sacro. Qui si ritrova non la semplice rappresentazione di un rito di Stato, ma l’immagine del presente e del futuro di Roma che vive attraverso le sue istituzioni, Augusto e la sua famiglia, inclusi i bambini, rappresentati tutti insieme per la prima volta nella storia su un monumento pubblico.

“Sully”, Clint Eastwood torna alla grande

sullylocGli americani hanno sempre amato l’auto celebrazione, raccontando con toni epici i loro eroi. Ed è proprio nei film che la tradizione culturale traspare, molto spesso, in maniera ancora più decisa. Non è da meno Clint Eastwood che nel corso della sua carriera da cineasta ha raccontato figure molto forti, in cui più volte si è percepito il patriottismo tipico a stelle e strisce. Nel suo Sully però, la celebrazione stantia e ridondante (probabilmente, e soprattutto, per noi europei) trova un modo molto diverso per essere raccontata.

Il Capitano Chesley “Sully” Sullenberger rientra sicuramente nella schiera di coloro che si sono contraddistinti per qualcosa di rilevante. Nel Gennaio del 2009, il Capitano Sully (Tom Hanks) e il primo ufficiale Jeff Skiles (Aaron Eckhart) sono al comando del volo US Airways 1549, diretto a Charlotte. Poco dopo la partenza dall’aeroporto di La Guardia, l’impatto con uno stormo di uccelli (in gergo tecnico bird strike) fa perdere entrambi i motori al velivolo; con l’aereo troppo basso per poter tornare in qualsiasi aeroporto, Sully decide di ammarare nel fiume Hudson, riuscendoci, e mettendo così in salvo tutti e 155 passeggeri, equipaggio compreso.

Il gesto del Capitano è passato alla storia come il primo ammaraggio riuscito della storia, per di più con entrambi i motori in avaria. Una storia che meritava di essere raccontata dal regista/attore di San Francisco.

Quello che funziona di Sully è il suo essere asciutto, diretto, scevro da qualsiasi tipo di fronzolo celebrativo; all’interno dei 95 minuti che compongono la pellicola viene raccontata la storia di quello che principalmente è un uomo, prima ancora di essere trasformato in eroe dal suo gesto. E nel dipingere questa figura, Eastwood, aiutato dalla splendida interpretazione di Tom Hanks, fa trasparire la fragilità e l’umanità di una persona che pur avendo compiuto un miracolo, era consapevole della possibile tragedia (ecco spiegati gli incubi che il pilota vive anche ad occhi aperti).

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Lo stesso ammaraggio non è il fulcro della vicenda, ma un elemento – sicuramente fondamentale – di quello che è successo dopo e del processo a cui i due ufficiali si sono dovuti sottoporre, nonostante il gesto eroico. La fredda e calcolatrice mente di chi da terra, attraverso calcoli matematici, avanza ipotesi azzardate contrapposta a chi la vicenda l’ha vissuta realtà, in quegli attimi dove il fattore umano è più determinate di qualsiasi tipo di tecnologia. C’è anche questo nel film: uomo contro tecnologia.

Tutto scorre bene grazie alle ottime interpretazioni da parte degli attori coinvolti, Hanks ed Eckhart su tutti, e ad una sceneggiatura scritta da Todd Komarnicki ed ispirata al libro Highest Duty: My Search for What Really Matters, autobiografia scritta dallo stesso Chesley Sullenberger insieme al giornalista Jeffrey Zaslow.

sully1Potremmo stare a sindacare sulla qualità, piuttosto scadente, della computer grafica utilizzata per la riproduzione dell’aereo, che in parte sminuisce alcuni degli incubi dello stesso pilota; tuttavia si tratta di un elemento marginale all’interno di un lungometraggio di questo tipo, e possiamo tranquillamente passarci sopra.

In sostanza Sully è un film in grado di farsi apprezzare anche e soprattutto da chi non è americano, per il suo modo estremamente scrupoloso nel raccontare una vicenda ancora molto fresca nella mente di molti (in fondo parliamo del 2009) e la forza e allo stesso la fragilità di un uomo che ha compiuto un gesto senza precedenti, che rimarrà per sempre nella storia dell’aviazione civile.

(Roberto Vicario, Gamesurf.tiscli.it)

Flaubert e la sua Emma

emma-bovaryUn classico è un libro che va bene per ogni epoca, che contiene insegnamenti e morali che si possono adattare non solo al periodo storico in cui è stato scritto, ma anche a quelli successivi. Quello che ho deciso di presentarvi questo mese è un romanzo che, a mio avviso, andrebbe riletto a cadenza periodica, in diversi momenti della vita, perché ci potrebbe insegnare ogni volta qualcosa di nuovo. Il tema principale è quello dell’inconciliabilità tra realtà e fantasia, della distanza spesso incolmabile tra i sogni e la vita quotidiana.

La protagonista, Emma Rouault, figlia di un agiato proprietario terriero, andata sposa ad un mediocre medico di campagna – Charles Bovary – appena rimasto vedovo, è una giovane graziosa ma tuttavia inquieta e insoddisfatta, che aspira a qualcosa di molto diverso, che quasi neanche lei stessa riesce ad immaginare. Il suo deperimento spinge il marito a trasferirsi da Tostes a Yonville-l’Abbaye, dove Emma mette al mondo una figlia, Berte; qui ha una relazione platonica ma emotivamente intensa col giovane Lèon, che si allontana però senza dichiararle il suo amore. Emma, ormai pronta per l’adulterio, si innamora di un play-boy di provincia, Rodolphe, con il quale intraprende una tempestosa relazione; abbandonata da Rodolphe – spaventato dalla insana passione di Emma – incontra casualmente Lèon a Rouen, ma anche il rapporto con lui termina drammaticamente. Sommersa dai debiti che aveva contratto con l’acquisto compulsivo di oggetti inutili che sperava potessero in qualche modo riempire il vuoto profondo che sentiva dentro di sé, avviata ad un progressivo degrado fisico e morale sotto gli occhi impotenti ed inconsapevoli del marito, Emma, dopo aver chiesto inutilmente aiuto ai suoi ex-amanti, deciderà che tutto ciò è troppo da sostenere.

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Tornando a noi, Flaubert in questo romanzo fa coincidere fabula e intreccio, cioè fa sì che la narrazione riproponga l’ordine reale con cui si svolgono i fatti, senza analessi o flashback. Ciò rende il romanzo poco scorrevole, ma non per questo noioso (o almeno non per me). Nella seconda parte l’autore si “dilunga” sull’analisi dei pensieri e delle azioni di Emma, con pause riflessive che ce la figurano come una creatura che scalpita, una che sta ansiosamente cercando qualcosa e si sta cercando. Come nella Gertrude manzoniana (meglio conosciuta come la monaca di Monza), affiorano nel suo comportamento certi tratti che ne tradiscono l’insofferenza e il disagio. Il romanzo, quindi, è più che altro una lucida, fredda e cinica indagine nella mente della protagonista, sognatrice di una vita brillante ed avventurosa e costretta ad un’esistenza umile e a dir poco banale.

Flaubert decise di raccontare questa storia perché, in fondo, essa ben rappresentava una delle sue ossessioni più profonde, quell’odio per il “borghese” e quel disprezzo per le convenzioni provinciali che l’hanno più volte portato a ribadire “Madame Bovary c’est moi!” (“Madame Bovary sono io!”). Alla sua pubblicazione, nel 1857, il romanzo suscitò un enorme scandalo e l’autore venne processato per offesa alla morale pubblica e alla religione; Flaubert fu però assolto, mentre le vendite del libro si avvantaggiarono del clamore.

Ma chi è oggi Emma Bovary? Chi sogna una vita da star, il corpo di Eva Mendez, i soldi (e il marito) di Angelina Jolie, la determinazione di Emma Marcegaglia… Ma che più spesso si ritrova a fare un lavoro che magari non la soddisfa, con un compagno che non le dà attenzioni, con troppe cose da fare e troppo poco tempo per farle. L’odio represso, morboso e meschino, viene sfogato su chi ha meno colpe, così come tutte le più ardite speranze vengono riversate (spesso) su uomini che, di fronte a tanto ed incosciente ardore, scappano o, se restano, non sono in grado di soddisfarle. Emma è come un vampiro, che si nutre allo stesso tempo del sangue altrui e del proprio. Sarà questo vampirismo ad ucciderla, un desiderio che non è capace di procurarle altro che appetiti sempre più grandi e un’infelicità sempre più vorticosa, alla cui tremenda accelerazione di ritmo ella non sarà più in grado di reggere.

bovaryMadame Bovary è un libro da cui trarre grandi insegnamenti: primo fra tutti sapersi accontentare. Lo so che lo slogan dei giorni d’oggi è quello di avere ambizioni sempre più grandi, e lo condivido, ma questa sfida con se stessi non può e non deve andare a discapito della serenità e del puro e semplice assunto “godersi la vita giorno per giorno, con quello che ci è stato dato”. Dal punto di vista sociale, il contesto ottocentesco in cui si inserisce il romanzo – che potrebbe andare bene anche per noi – evidenzia l’insoddisfazione di Emma e il suo disprezzo per le cose di poco valore. Lei ama circondarsi di cose belle e raffinate, pensa che tutto ciò possa darle la felicità che non ha trovato con il matrimonio, ma è troppo tardi quando si accorge di ciò che ha trascurato: un marito che l’amava più di qualsiasi cosa, una figlia da crescere, che lei non ha quasi neanche voluto conoscere e tutte quelle cose che noi crediamo futili ma che sono alla base del vivere. Evitiamo di comportarci come lei, per non rischiare di fare la stessa fine!

(Langolodeilibri.it)

“L’eleganza del Riccio” di Muriel Barbery

“Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi… …Siccome, pur essendo sempre educata, raramente sono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei molteplici ingranaggi che permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un senso facile da decifrare.”

“Io ho dodici anni, abito al numero 7 di rue de Grenelle in un appartamento da ricchi…
…Mio padre è un deputato con un passato da Ministro e finirà senz’altro presidente della camera…
…Si dà il caso che io sia molto intelligente. Di un’intelligenza addirittura eccezionale. Già rispetto ai ragazzi della mia età c’è un abisso. Siccome però non mi va di farmi notare, e siccome nelle famiglie dove l’intelligenza è un valore supremo una bambina superdotata non avrebbe mai pace, a scuola cerco di ridurre le mie prestazioni… ”

eleganza-del-riccio1L’eleganza del riccio” è un doppio diario. La brillante vita del palazzo di rue de Grenelle è raccontata da Renée, umile portinaia dalla vasta cultura autodidatta, e da Paloma, geniale figlia di un ex-diplomatico. Per ragioni diverse entrambe si celano dietro l’immagine che la società pensa debbano avere.

Renée nasconde i libri tra la spesa e lascia la televisione accesa per confermare alla poco fervida immaginazione degli inquilini lo stereotipo della portinaia sciatta e ignorante. Renée sbaglia volutamente qualche vocabolo e se le parlano di Kant assume uno sguardo vuoto e inespressivo. Ma Renée sa dissertare di filosofia e arte, conosce a memoria i romanzi di Tolstoj, ha visto tutti i film di Oz…
Semplicemente non vuole che qualcuno scopra queste sue passioni perchè teme di infrangere il tranquillo equilibrio che si è costruita.
Al quinto piano abita Paloma, arguta dodicenne che guarda il mondo con sagacia e freddezza. Paloma ha da tempo scoperto che la vita non è quello che le raccontano: da giovani si cerca di mettere a frutto la propria intelligenza, nell’illusione di un futuro radioso; da grandi si scopre di essere finiti in una boccia per pesci rossi, Il futuro è già stabilito…tutto quello che il giovane pensa di costruire è pia illusione. Ma Paloma ha scoperto l’inganno e non vuole finire nella boccia! Lei lascerà questa stupida pantomima prima di rimanervi invischiata. Paloma si suiciderà il giorno del suo tredicesimo compleanno. Sino a quel momento (e mancano ormai pochi mesi) continuerà a recitare il ruolo di ragazzina mediocre imbevuta di sottocultura adolescenziale.

Due anime in incognito, dunque, legate dal filo di un comune sentire ma ignare l’una dell’esistenza dell’altra. A infrangere il precario equilibrio l’arrivo in rue de Grenelle di monsieur Ozu, magnate giapponese in pensione. Sarà l’acume dell’affascinante Ozu a far cadere le maschere di Renée e Paloma e a farle incontrare.

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“L’eleganza del riccio” è una raffinata commedia francese di lettura scorrevole e avvincente. La prosa è chiara, semplice ma al contempo molto curata. Non chiede molto tempo (io l’ho letto in un pomeriggio) ma la calma e il silenzio per essere gustata come un buon tè.
Il romanzo è ricco di rimandi alla letteratura, alla filosofia e all’arte, segno della indiscutibile cultura dell’autrice e forse anche di un pò di sano narcisismo intellettuale.
“L’eleganza del riccio” è stato il caso letterario francese del 2007: 50 ristampe e oltre 600.000 copie vendute, primo posto in classifica vendite per trenta settimane.
Il romenzo ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il Premio Georges Brassens 2006, il Premio Rotary International, il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.
L’edizione italiana, forte di oltre 300.000 copie vendute grazie al passaparola dei lettori, ha raggiunto nel febbraio 2008 il primo posto in classifica generale.

87 volte Robin Williams

robin-williamsSono passati più di due anni dalla scomparsa dell’attore Robin Williams, protagonista di numerosi film indimenticabili – come “L’attimo fuggente” – ma anche grande amante del ciclismo: un cultore della bici e un collezionista di pezzi unici, che ora i suoi tre figli hanno deciso di mettere all’asta per beneficenza. Il ricavato della vendita che si è conclusa il 25 ottobre, stimato in oltre 200mila dollari è andato a due associazioni benefiche: la Challenged Athletes Foundation, che si occupa di assistenza agli atleti disabili, e la Christopher & Dana Reeve Foundation, dedicata alle persone con lesioni del midollo spinale. Due realtà che Robin Williams sentiva molto vicine e a cui era legato.

La sua collezione di biciclette consta di 87 pezzi e tra decine di bici da corsa di alta gamma si trova davvero di tutto, persino un monociclo: le immagini dei pezzi messi all’asta su Paddle8.com dà un’idea del gusto eccentrico e variegato dell’attore, che aveva un debole per i telai artigianali di fattura italiana, come dimostrano le quattro biciclette firmate dal maestro telaista Dario Pegoretti presenti nella sua collezione a due ruote.

robin-williams-biciBiciclette di tutti i tipi, particolari, spesso pezzi unici: il patrimonio ciclistico di Robin Williams che è stato messo all’asta rispecchia la varietà di ruoli che lo hanno accompagnato nel corso della sua intensa carriera d’attore. Bici a scatto fisso – tra cui spicca una Colnago Master Pista da collezione, dipinta a mano dall’artista visuale Futura 2000, che a una settimana dalla chiusura dell’asta ha avuto un’offerta di 26mila dollari – bici da corsa di tanti marchi italiani (Bianchi, De Rosa, Pinarello, Masi, Casati) e due ruote provenienti davvero da tutto il mondo. E poi i colori: una tavolozza infinita, con accostamenti insoliti, verniciature brillanti e accessori in tinta o a contrasto.

(BikeItalia.it)

Beyond Drawing. Oltre il disegno con Shahzia Sikander.

shahaziasikander_portrait-300x243Cinque appuntamenti per avvicinarsi al lavoro di Shahzia Sikander e mettere a fuoco alcuni dei temi esplorati nelle sue opere.

Su carta o nelle maestose video installazioni, di fronte alle opere dell’artista pakistano-americana ci si ritrova in contatto con la ricerca di una purezza formale e la contemporaneizzazione della tradizionale disciplina della miniatura indo-persiana.

All’interno del ciclo Beyond Drawing, un incontro con Shahzia Sikander e alcuni artisti per condividere le loro riflessioni sulla pratica del disegno. Una conversazione corale in cui far affiorare le potenzialità del disegno di liberare il pensiero dall’impulso di trovare soluzioni assolute, riflettere sulle aree interstiziali e marginali, ricche di soluzioni alternative. La pratica artistica di Shahzia Sikander indaga i confini tra narrativa e saggistica, narrazione e scrittura storica, scavando coraggiosamente nel terreno dei canoni letterari e visivi e offrendo alternative alla proverbiale lettura della divisione fra occidente e oriente. Un’occasione speciale in cui incontrare artisti di provenienza e formazione diversa per i quali il disegno occupa un posto centrale nella pratica artistica.

Mercoledì 30 novembre 2016 – ore 18.30-20.00

Introduce
Hou Hanru Direttore Artistico MAXXI
Intervengono
Rashwan Abdelbaki artista
Dawn Clements artista e docente
Tomaso De Luca artista
Pradeep Sharma rettore Rhode Island School of Design
Shahzia Sikander artista
Modera
Francesco Ventrella storico dell’arte

Il ritmo Dub per un Haberowski sopra le righe – Incontro con l’attore al Teatro Vascello

haber_bnUn irriverente e travolgente Alessandro Haber è andato in scena ieri al Teatro Vascello con la prima capitolina di Haberowski, personale interpretazione dell’attore nostrano dei testi di Charles Bukowski. Assieme a lui a rimpastare i testi dello scrittore americano, la tromba e il duduk di Andrea Guzzoletti, le musiche Dub di Alfa Romero e il visual di Olivander.

Haber non si è tirato indietro, è sceso nel fondo delle parole dello scrittore statunitense e a quattordici anni di distanza dal suo “Bukowski, confessioni di un genio”, torna a dar voce e corpo ad uno dei più grandi interpreti della letteratura del ‘900.

Proprio dal connubio perfetto tra verbale e non verbale è scaturito uno spettacolo intenso, vivo, tagliente, dove la sovrapposizione attore/scrittore fonde e confonde i contorni, dando vita ad emozioni in grado di trasportare il pubblico nelle brutture umane del quotidiano. L’Haber dalla voce sporca incarna un animo in perenne viaggio verso la liberazione degli affanni del presente, consapevole che il domani non darà traccia di miglioramenti e tutti, chi più chi meno, saremo vittime delle nostre sconfitte.

Haber fuma, beve, racconta, incarna. Entra nelle viscere dello scrittore e trasforma l’inadeguatezza dell’uomo Bukowski, nella consapevolezza dell’uomo Haber. E lo fa al ritmo dub di Alfa Romero, trascina i passi sul palco lasciando subito intendere con chi il pubblico avrà a che fare, inforca gli occhiali e trasforma la scena in un mondo distante, informale e anticonformista. Un mondo on the road che dalla strada prende e alla strada restituisce, senza mezzi termini, senza compromessi, senza se e ma.

haber-fotoE’ un fiume in piena l’attore nostrano, rapisce il tempo e imprigiona lo scorrere delle lancette nel ritmo incalzante delle parole, regalando un’interpretazione sopra le righe e un’ora e mezza di assoluta libertà formale.

Haberowski è davvero una stella, la nostra, quella di tutti coloro che ancora amano sognare, ubriacarsi di parole e non temere di dire Ti Amo.

Incontro con Alessandro Haber

Claudio Miani: Nel 2002 hai portato in scena Bukowski, con le tue Confessioni di un Genio e oggi, a distanza di 14 anni torni con Haberowski. Cosa è cambiato, non solo nel tuo lavoro, ma soprattutto nell’uomo Haber.

Alessandro Haber: E’ un lavoro differente. In verità ho sempre portato con me, Bukowski e dal 2002 ho deciso di non separarmene più. Ho spesso fatto reading anche da solo, con un leggio, poca luce, i testi di Bukowski e nulla di più. Mi piaceva quel mondo lì, quel suo essere così diretto, ironico, poetico e struggente, fuori dai canoni e poco convenzionale. Poi ho incontrato Manuel Bozzi, e abbiamo deciso di cimentarci in un progetto nuovo e più ardito, niente scenografia, ma solo un leggio e uno schermo che proietta immagini legate al mondo di Bukowski, ma non solo. E a questo si affianca il duo Alfa Romero con la loro musica Dub. Qui impersono un po’ me, un po’ Bukowski, un gioco degli specchi che mi ha permesso di non abbandonare questo incredibile personaggio.

il-visitatoreC. M.: Un Haber anticonformista che non si vende, ma sceglie cosa fare, capace di passare dal Freud di Il visitatore alle follie di Bukowski. Credi che ci siano similitudini tra i due lavori e tra le due figure di riferimento?

A.B.: Gli spettacoli sono di per sé differenti poiché ne Il visitatore interagivo con altri attori, ci confrontavamo con domande universali e riguardanti chiunque, qui siamo invece su un discorso diretto con il pubblico, vere e proprie fucilate volte a far riflettere. Potremmo dire che entrambi mirino ad aiutare l’uomo, seguendo ovviamente procedimenti differenti, da una parte Freud con la sua psicoanalisi, dall’altra Bukowski con la propria vita vissuta. Bisogna solo scegliere da che parte stare.

C.M.: Quanto c’è di Alessandro Haber nel testo che presenti al Teatro Vascello?

A.H.: Direi tantissimo. Mi sento assolutamente vero in questo ruolo e quando uno è vero diventa credibile. Ho cercato di avvicinarmi il più possibile a Bukowski, pensare e raccontare come lui farebbe. Bukowski è un personaggio senza tempo, se mi fermo a riflettere potrei dirti che di Bukowski, per il suo modo di intendere l’essere vero, ce ne sono stati moltissimi anche qui da noi, penso a Dario Fo, a Jannacci, a Gaber. Capaci di non allinearsi a nessuno e raccontare con la propria penna e verve la vita vissuta. Ti arrivo persino a citare Papa Francesco, altra figura capace di porsi al di fuori dei criteri convenzionali; tutti comunque in grado di ritrovarsi nella stessa matrice, nello stesso circo, nella stessa compagnia. Persone che hanno in comune la voglia di dare, mettersi in gioco, raccontare la propria visione della vita senza scendere a compromessi, ovviamente ognuno nel proprio campo e a proprio modo.

C.M.: Un’ultima domanda. Vedi oggi nel teatro italiano qualcuno in grado di riprendere il tuo percorso e riuscire a portare in scena con lo stesso successo spettacoli comici come Art e spettacoli classici come Zio Vanja, Bukowski, l’Avaro, tanto per citarne alcuni.

A.H.: Direi proprio di sì. Vedo molte persone con quella sana follia trasformista, penso a Germano, Popolizio, Servillo, tutti capaci di vivere quella strana frenesia, quella passione viscerale che conduce l’attore a divenire quello che non è, con la capacità celare al pubblico la propria identità per riappropriarsene solo a sipario chiuso.

(Claudio Miani)

L’Anima Nera di Donald Trump

E’ da poco uscito nelle sale italiane L’anima nera di Donald Trump, il docufilm di Riccardo Valsecchi che documenta la trama di rapporti fra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e gruppi che rilanciano l’ideologia nazi del Ku Klux Klan. Un documentario scioccante per quello che mostra di un’America in cui torna l’incubo del suprematismo bianco, basato su razzismo, fondamentalismo religioso e difesa ad oltranza della cultura dei bianchi, che si sentono assediati dalle minoranze nere e ispaniche al punto da ribaltare la realtà dei fatti, sostenendo che i neri  e gli ispanici uccidono i bianchi. A propagandare queste assolute falsità è un inquietante personaggio di nome Dave Duke, ex gran leader del Ku Klux Klan, antisemita e negazionista convinto sostenitore della superiorità dei bianchi.

Una manifestazione del KKK a favore dei diritti dei bianchi

Il film di Valsecchi, all’inizio, ce lo mostra in cucina, mentre si fa un tè parlando tranquillamente al regista dietro la telecamera. Duke è un signore apparentemente dimesso con un volto inespressivo, plastificato non solo  per eccessivi interventi di chirurgia estetica. Senza mai alzare la voce, con gentilezza formale, parla con orgoglio della propria storia iniziata nel 1967 quando entrò nel Ku Klux Klan a soli 17 anni per diventarne ben presto uno dei maggiori punti di riferimento, come spiegano i politologi intervestati in questo importante docufilm. Anche perché con il suo volto pulito da ragazzino perbene, con il suo stile da cripto nazista in giacca e cravatta si presentava bene ed era ben accolto negli alberghi di lusso dove teneva conferenze e nelle case della borghesia bianca, in cui da molti anni entra anche con i suoi programmi radiofonici e con la sua attività di blogger.

epa05275325 A picture made available on 24 April 2016 shows Pro-white rights organizations the neo-nazi National Socialist Movement and Ku Klux Klan groups participate in a cross and swastika burning in Temple, Georgia, USA, 23 April 2016. The ceremony was held after a day of rallies at Stone Mountain and Rome, Georgia, and to show successful collaboration agreements between the NSM and KKK, two white extremist groups. EPA/ERIK S. LESSER

Dopo un periodo di oblio, negli anni Novanta, internet  gli ha ridato nuova vita, permettendo ai suoi pericolosi messaggi razzisti che incitano all’odio di diventare pervasivi e virali. L’altro fattore -il più preoccupante – che ha contribuito al riemergere Dave Duke è stato la campagna di Donald Trump a favore della presidenza trump. Questo scottante film di 50 minuti lo documenta in modo inconfutabile, mostrando come slogan di Duke siano entrati nei discorsi pubblici di Trump, quando – in campagna elettorale – sosteneva la necessità di costruire un muro fra Stati Uniti e Messico per impedire l’immigrazione, quando rilanciava posizioni isolazioniste degli Usa e quando pubblicamente annunciava di essere disposto a pagare gi avvocati di chi si rendeva responsabile di uscite razziste, arrivando a malatrattare malcapitate persone di colore  nei paraggi di una sua manifestazione. Intervistato da tv e giornali che cercano di smascherare Trump, lui risponde sempre di non sapere che Duke era parte del Klan  e nega di sapere del suo endorsment. Ma intanto dal suo account twitter rilancia i messaggi di organizzazioni a Duke vicinissime. Infischiandosene del fatto che tutti sanno che Dave Duke è il leader dei gruppi neo nazisti americani. Attraverso questo documentario noi veniamo a sapere anche che l’ossigenato Duke ha trascorso tre anni in Italia per riunire l’estrema destra europea. Prima di essere individuato nel bellunese grazie a una segnalazione della polizia svizzera. Lunghi viaggi lo hanno portato anche in Russia fra i nazionalisti di destra che si espandano a macchia d’olio sotto Putin. E poi lo vediamo in filmati auto prodotti che documentano i suoi tour di propaganda anti sionista in Siria e in altre zone del Medio Oriente. Le sue mostre fotografiche hanno circolato in lungo e in largo, anche in Europa, sotto falso nome.

Pro-white rights organizations cross and swastika burning in Temple, Georgia, USA

Lo ritroviamo con nome e cognome, senza più il bisogno di nascondersi, in America.  È ricomparso sulla scena come candidato al Senato e come convinto sostenitore di Trump. Il lavoro di Valsecchi ha il merito di ricostruire visivamente questa agghiacciante vicenda che coinvolge Donald Trump,mostrandocelo come bugiardo seriale, colluso con movimenti criminali come quello di Duke che – come dice un politologo intervistato nel docufilm – «è un codardo, che non vuole finire di nuovo in prigione, ma con le sue parole istiga la mano armata di altri». Così è accaduto con la strage di Charleston quando un ragazzino bianco, malato di mente, ha ucciso nuove persone di colore in chiesa. Sul web leggeva le affermazioni criminali di Duke che accusava i neri di uccidere i bianchi.È solo uno dei casi raccontati ne L’anima nera di Trump. che raccoglie preziose testimonianze di esperti internazionali, poliziotti , ma anche di attivisti neonazisti, tra cui il pluriomicida Glenn Frazier Miller. Il regista documenta il ruolo dell’ex capo del KKK nell’istigazione di azioni criminali a sfondo razzista.  Emerge così un sottobosco di connessioni politiche e attività illegali che hanno sostenuto Duke  durante la sua permanenza europea. Tra questi, riepilogano le note di regia «ufficiali dell’esercito italiano, politici e parlamentari europei, esponenti di gruppi terroristici come gli Hezbollah e il World National Conservative Movement. Quest’ultima un’associazione ombrello sotto l’egida russa che raggruppa tutti i gruppi di estrema destra occidentali (Forza Nuova, Front National Le Pen e lo UK Independent Party di Farange, per citarne alcuni)»

(Simona Maggiorelli, Left.it)