Dionisiaca, opera buffonesca ad Ostia

dionisiaca-teatro-del-lido_1La Compagnia Teatrale Valdrada, dopo i successi di “Principesse e Sfumature”, porta una nuova produzione al Teatro del Lido di Ostia, realizzando una vera e propria opera d’osmosi tra arti, professionalità e reti cittadine.
In “Dionisiaca – opera buffonesca”, scritto e diretto da Chiara Becchimanzi, un Dioniso capriccioso, eterna allegoria del potere,  muove i suoi sottoposti come fossero insulse marionette, con un occhio sempre meno velato all’apparenza, mentre un branco animalesco, sporco, inquietante eppure buffo – i reietti, i cacciati, gli emarginati, che non credono in niente e ridono di tutto– conduce il pubblico in un viaggio trasversale di riflessione sulle dinamiche del potere, attraverso un limbo tra il tempo mitico della leggenda e quello quotidiano della realtà in cui altre divinità, tristemente, governano le nostre vite.
Tante le collaborazioni notevoli: dalle sequenze taiko, realizzate grazie alla consulenza di Rita Superbi, alle installazioni dell’artista urbano Simone Perra, dalle opere d’arte visiva realizzate appositamente da Kpm (Collettivo a.DNA Project) alle musiche originali di Marialuce Cecconi e Antonia Harper, dalle scenografie di Fabio Pecchioli ai montaggi video di Roberto Mazzaro.
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Teatro-danza, video-mapping, tamburi e violini dal vivo, scenografie in movimento, un’irriverente ironia e la grande intensità del branco buffonesco attraverseranno uno scenario urbano senza tempo, per ricordarci che Penteo cercava la Verità, ed è stato punito… E’ allora che i morti si destano, e il buffone scivola nella satira, per ricordare al pubblico quali siano i nuovi déi…chi sarà il prossimo Penteo, la prossima vittima sacrificale?
Un grande evento che per la forza e la schiettezza dei suoi linguaggi può coinvolgere un pubblico di tutte le età e le estrazioni, e che viene appositamente realizzato in uno dei poli culturali di riferimento della periferia romana, con un biglietto popolare, nell’ottica del decentramento dell’offerta performativa e della progettazione di una cultura libera, accessibile, partecipata.
DIONISIACA – OPERA BUFFONESCA
Drammaturgia e Regia: Chiara Becchimanzi
Con: Daniele Fabbri, Giulia Vanni, Brunella De Feudis, Elisa Spanò, Roberta Sciortino, Monika Fabrizi, Giorgia Conteduca, Claudia Romito
Al Violino: Antonia Harper
Scenografie: Fabio Pecchioli
Disegno luci: Fabio Pecchioli e Chiara Becchimanzi
Installazioni artistiche a cura di Simone Perra e aDna Project
Spettacolo realizzato grazie al Contributo della Regione Lazio
Sponsor Tecnico : La Fraschetta di Ostia

Migliore – Valerio Mastrandrea all’Ambra Jovinelli

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La metamorfosi di un uomo che da paranoico, insicuro e debole si tramuta in un essere spietato che si guadagna la stima e il consenso di chi volontariamente o involontariamente lo circonda. Valerio Mastandrea diventa così Migliore, spettacolo scritto e diretto da Mattia Torre che sarà in scena al Teatro Ambra Jovinelli – dal 5 al 22 gennaio. Migliore è la storia comica e terribile di Alfredo Beaumont, un uomo normale che in seguito a un incidente (di cui è causa, di cui sente la responsabilità e per cui sarà assolto) entra in una crisi profonda e diventa un uomo cattivo. Improvvisamente, la società gli apre tutte le porte: Alfredo cresce professionalmente, le donne lo desiderano, guarisce dai suoi mali e dalle sue paure. Migliore è una storia sui nostri tempi, sulle persone che costruiscono il loro successo sulla spregiudicatezza, il cinismo, il disprezzo per gli altri. E sul paradosso dei disprezzati, che di fronte a queste persone chinano la testa e – affascinati – li lasciano passare.

La Direttrice Artistica del Teatro Ambra Jovinelli, Fabrizia Pompilio e la Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo – nella stagione 2016/2017 hanno deciso di dedicare una monografia a Mattia Torre – uno degli autori più apprezzati del nostro paese. Migliore è il secondo dei tre spettacoli di Torre, presenti nel cartellone dell’Ambra Jovinelli. Il prossimo spettacolo sarà “4 5 6” in scena dal 7 al 12 febbraio.

La monografia dedicata a Mattia Torre è solo l’inizio di una collaborazione tra l’autore, il Teatro Ambra Jovinelli e la Nuovo Teatro. Sarà presentato infatti il prossimo anno un progetto speciale, completamente nuovo, che vedrà Mattia Torre protagonista. Sarà un progetto trasversale che unirà televisione, editoria e teatro.

Mattia Torre, sceneggiatore, autore teatrale e regista italiano. Insieme a Giacomo Ciarrapico è autore, negli anni Novanta, delle prime commedie teatrali Io non c’entro, Tutto a posto, Piccole anime e L’ufficio. Nel 2000 pubblica il libro Faleminderit Aprile ‘99 in Albania durante la guerra. È co-sceneggiatore del film Piovono Mucche di Luca Vendruscolo. Nel 2003 il suo monologo In mezzo al mare con Valerio Aprea vince al Teatro Valle di Roma la rassegna Attori in cerca d’autore. Nel 2005 scrive e dirige il monologo teatrale Migliore, con Valerio Mastandrea. È autore del monologo breve Gola e dei corti teatrali Il figurante e Sopra di noi. È tra gli autori del programma Parla con me di Serena Dandini. Con Ciarrapico e Vendruscolo scrive la serie TV Buttafuori e, dal 2007, la prima, la seconda e la terza stagione di Boris per Fox Italia. Della seconda è anche co-regista. Con gli stessi autori, scrive e dirige Boris – il film. Nel 2011 scrive e mette in scena lo spettacolo teatrale 456 di cui realizza anche il sequel TV per La7. Per Dalai editore ha pubblicato la raccolta di monologhi In mezzo al mare (2012). È autore e regista dello spettacolo teatrale Qui e ora con Valerio Mastandrea e Valerio Aprea. Nel 2014, insieme a Ciarrapico e Vendruscolo scrive e dirige il film per il cinema Ogni maledetto Natale. Nel 2015 scrive con Corrado Guzzanti la serie TV dal titolo Dov’è Mario? per Sky.

TEATRO AMBRA JOVINELLI
Via Guglielmo Pepe, 43 /47 Roma 00185
Spettacoli ore 21.00 –domenica ore 17.00 – lunedì riposo
Info 06 83082620 – 06 83082884
Biglietti (compresa prevendita): da € 33,00 a € 17,00

UFFICIO STAMPA AMBRA JOVINELLI

Benedetta Cappon              Maya Amenduni

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La vita è meravigliosa

la-vita-e-meravigliosaCome si fa un buon film di Natale? Negli ultimi anni se ne è perduta la ricetta. Uno di quei film semplici che commuovono il pubblico fino all’entusiasmo e, come disse R.L. Stevenson a proposito dei libri di Natale di Dickens, fanno venir voglia di uscire a far del bene a qualcuno. Una descrizione affascinante della compassione può riuscire solo al cinema americano, il quale può entrare a pieno titolo nell’argomento sogno e svolgerlo perfettamente nell’arco di due ore con lacrime, angoscia e disperazione di anime sul punto di naufragare e poi salvate dall’amore, dalla pietà e dalla concordia. Un titolo vale per tutti: La vita è meravigliosa, di Frank Capra.

lavitaemeravigliosa2La vita è meravigliosa ha generato fiumi di critiche a favore e contro, vi hanno trovato, o negato di trovare, di tutto, dalla vuotaggine populista alla lotta di classe; film politico, noir, fantasy, horror, confessione autobiografica del regista, il corpo o la mummia di Frank Capra… Il film è stato un flop nel 1946, almeno a confronto dei film di Capra degli anni ’30. Candidato a 5 premi oscar, non ne vinse alcuno e finì dimenticato, finché gli innumerevoli passaggi televisivi ne hanno riproposto il fascino di fiaba sociale a più generazioni per quasi settant’anni, trasformandolo nel film di Natale degli Americani. Il racconto su cui è basato è dello scrittore e storico Philip Van Doren Stern, “The Greatest Gift”, rifiutato da diverse riviste e poi fatto stampare da un piccolo editore per regalarlo agli amici, venne acquistato dalla RKO perché era piaciuto a Cary Grant. La società incaricò Dalton Trumbo, Clifford Odets e Marc Connelly di adattarlo allo schermo. Il racconto finì nella mani di Capra, tornato dalla guerra, in cui aveva diretto le attività cinematografiche di Why We Fight, che ne riacquistò i diritti per la sua Liberty Films e volle come simbolo della bontà americana il pluridecorato pilota di bombardieri James Stewart, che aveva già diretto in Mister Smith va a Washington. Accanto a lui un raffinato cast: Lionel Barrymore, nel ruolo dell’avido banchiere Potter, Donna Reed, in quello della moglie Mary, ed Henry Travers, l’angelo di seconda categoria. Lo stesso Capra racconta che quando Stewart non si sentiva sicuro della sua recitazione, Barrymore gli aveva chiesto “se pensava fosse più dignitoso buttare bombe sulla gente che portare i raggi di sole nella loro vita con il suo talento di attore.” E’ oggi uno dei film più popolari ed amati del cinema americano, inserito dall’American Film Institute nella lista dei 100 migliori film di sempre. Era descritto dal cineasta come il migliore da lui prodotto, nel 1984 dichiarò al Wall Street Journal che si sentiva nei confronti di questo film come un genitore orgoglioso di un figlio diventato Presidente, come se vivesse di vita propria.

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È la vigilia di Natale a Bedford Falls, mentre ascoltiamo le preghiere di sconosciuti che invocano l’aiuto del Signore per salvare George Bailey, due stelle in cielo s’illuminano più delle altre. Sono due angeli che parlano dello sventurato brav’uomo la cui vita sta per naufragare e medita il suicidio. Invieranno per lui sulla Terra l’angelo custode di seconda classe Clarence Odbody: se riuscirà a distogliere l’uomo dal terribile proposito, avrà in premio le ali che aspetta da 200 anni. Clarence si lancerebbe subito in soccorso ma viene trattenuto dagli angeli senior per vedere prima chi è la persona che deve salvare. George Bailey, appunto. A 12 anni salva la vita del fratello minore Harry, caduto in un lago ghiacciato, prendendosi un’otite che lo lascerà sordo da un orecchio. Mentre lavora nella drogheria del signor Gower e sogna di girare il mondo, la piccola Mary gli sussurra nell’orecchio sordo che lo amerà per sempre. Lo stesso giorno, non consegna una medicina che il signor Gower, sconvolto dalla morte del figlio, aveva sbagliato a preparare, salvando la vita del paziente; poi difende il padre, presidente di una cooperativa edilizia, alle prese con l’arrogante banchiere Potter, che vuole farlo fallire pretendendo l’immediato rimborso dei prestiti concessi. Qualche anno dopo George si prepara a partire per un viaggio in Europa da cui tornerà per studiare ingegneria e poi progettare grattacieli da 100 piani, ha atteso quattro anni dal giorno del diploma, passati a lavorare nella società paterna. Ora tocca al fratello Harry, appena diplomato, ma il padre muore e George è costretto a restare a Bedford Falls per evitare che la società cada nelle mani di Potter. Al college andrà Harry. Quattro anni dopo Harry torna a casa, ma George vede un’altra volta svanire il sogno di partire lasciando la guida della società al fratello, perché questi arriva con la moglie e ha già deciso che andrà a Buffalo a lavorare nell’impresa del suocero. George, spinto dalla madre, va a cercare Mary appena tornata da New York, se ne innamora e la sposa, ma è costretto a usare i soldi del viaggio di nozze per saldare i debiti della società. Gli anni passano e gli sposi allevano i figli in una vecchia casa, stringendo la cinghia. Scoppia la guerra e, mentre George è riformato per la sordità, Harry diventa pilota d’aviazione e si guadagna una medaglia al valore. Il giorno in cui festeggiano il ritorno di Harry, lo smemorato zio Billy perde i soldi del consorzio mentre sta andando a versarli nella banca di Potter, il quale li trova e se ne appropria. E’ il fallimento. George non regge quest’ultimo dramma: prova a chiedere aiuto a Potter, il quale sprezzante gli rievoca una frase che lui da bambino gli aveva rivolto a proposito del padre, rincarandone la dose: vali più da morto che da vivo. Torna a casa, maltratta la famiglia, va a bere, prega, poi va verso il fiume, dove medita di gettarsi da un ponte. Qui, invece, è costretto a salvare un anziano caduto in acqua: è Clarence, il suo angelo custode. I due trovano riparo in una rimessa dove stendono ad asciugare i loro vestiti e il libro che Clarence ha con sè, Le avventure di Tom Sawyer. George non crede alle parole dell’angelo:

PUOI AIUTARMI SOLO SE HAI 8OOO DOLLARI.

NON USIAMO DANARO LASSÙ.

INVECE QUAGGIÙ NON POSSIAMO FARNE A MENO, VALGO PIÙ DA MORTO CHE DA VIVO. SAREBBE STATO MEGLIO NON ESSERE MAI NATO.

Clarence decide che per smentirlo ha bisogno di una prova e gli mostra come sarebbe stato il mondo senza di lui: il fratello annegato, Gower imprigionato per aver messo il veleno nella medicina, Bedford Falls rinominata Potterville in onore del banchiere e ridotta a una città di vizi, la madre che fa l’affittacamere, Mary una bibliotecaria triste e spenta. George, terrorizzato da quanto ha visto, torna correndo alla sua famiglia, che abbraccia nella scena madre de film. Intanto, la gente della città ha raccolto in una colletta il denaro per aiutarlo. Tutti, nessuno escluso, si sono mobilitati per aiutare il loro amico Bailey smentendo il perfido Potter. Sul tavolo, tra le banconote, compare “Tom Sawyer”, il libro di Clarence e al suo interno c’è una dedica:”Caro George, ricorda, nessun uomo è un fallito se ha degli amici! Grazie per le ali!”. Un campanello dell’albero di Natale suona: è Clarence, in cielo, che ha messo le ali.

la-vita-e-meravigliosa4In La vita è meravigliosa lo sfondo sociale sentimental-populista e la morale cristiana tipici di Capra raggiungono la loro summa ideologica. Più di Mr. Smith va a Washington, di E’ arrivata la felicità o di Arriva John Doe. Il sogno appartiene intimamente alla vita di George Bailey, egli vuole assolutamente viaggiare in terre lontane ma la responsabilità verso la società cooperativa diretta dal padre lo costringe ogni volta a rimanere per difenderla dall’avidità di Potter. George perde la speranza di fronte all’ultima catastrofe dello zio che perde i soldi e Potter se ne impossessa, si scopre definitivamente impotente di fronte al dominio del denaro ed arriva a contemplare l’idea del suicidio. Ha lottato tutta la vita sacrificando se stesso per le esigenze degli altri ma non è servito a niente. Meglio farla finita. Capra interviene quando la soluzione ultima del suicidio si manifesta seriamente. Qui arriva l’angelo di seconda classe Clarence, che lo salva mostrandogli come sarebbe stata la vita a Bedford Falls senza di lui. Alla fine arriva il miracolo meritocratico della notte di Natale, si celebra cum gaudio l’inno alla vita, nel segno della speranza, della fede in sé stessi e della solidarietà degli altri.

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Tra gli angeli hollywoodiani, il Clarence di La vita è meravigliosa emerge tra tutti, influenzando anche autori lontanissimi come Wenders in Il cielo sopra Berlino. Anche se lì c’è un angelo metafisico che le ali le vuole perdere e farsi umano, stanco di essere solo spettatore in bianco e nero della vita, vuole toccare, annusare ed essere parte delle cose. Come gli riassume l’ex angelo con l’impermeabile, Peter Falk: Fumare, e un caffè – e se lo si fa insieme – è fantastico.

(Cinematographe.it)

Ritratto di Signora di Henry James

ritratto_signora__libroL’ultimo libro della nostra rubrica la Letteratura delle Donne, per augurarvi un buon Natale e darvi appuntamento subito dopo il 6 gennaio… perché come si dice, l’Epifania, tutte le feste si porta via e noi torneremo con altri indimenticabili libri che hanno segnato la nostra storia.

Isabel Archer, la protagonista di Ritratto di signora di Henry James, diventata molto ricca grazie all’eredità ricevuta dallo zio Touchett, dopo aver rifiutato due ottimi e ricchi pretendenti (l’industriale americano Caspar Goodwood e l’inglese Lord Warburton) finisce per innamorarsi e sposare l’ambiguo Gilbert Osmond andando così incontro a una vita segnata da solitudine ed infelicità.

Come spesso accade nei romanzi di James, mentre ci sono momenti che vengono narrati con minuziosa analiticità, altri vengono invece completamente (e volutamente) taciuti. James non racconta, ad esempio, la scena del fidanzamento con Osmond, che risulterà fatale per Isabel. Per molti lettori rischia di rimanere così non del tutto comprensibile la motivazione profonda che porta una ragazza che respingendo la domanda di matrimonio di Goodwood aveva detto “Amo troppo la mia libertà. Se c’è qualcosa al mondo alla quale io sia attaccata […] è la mia indipendenza personale” a cadere poi tanto ingenuamente nella trappola tesale da Osmond e dalla sua amica madame Merle.

Ho rivisto proprio qualche giorno fa il bel film che dal libro ha tratto Jane Campion, in cui all’eccellente Isabel Archer di Nicole Kidman si affianca il diabolico Gilbert Osmond di John Malkovich. Continuo a pensare che Jane Campion abbia fatto un ottimo lavoro e che sia riuscita a cogliere in pieno l’atmosfera del romanzo di James pur reinterpretandone radicalmente, nel finale, il senso complessivo. Credo però anche che la difficoltà di concentrare nel tempo di un film le circa seicento pagine di analisi psicologica di James l’abbia in qualche modo costretta a semplificare il personaggio di Osmond, presentato forse un po’ troppo superficialmente come “cacciatore di dote”. Osmond è certamente attratto dalla ricchezza di Isabel ma nel romanzo questo elemento — pure molto importante — risulta — anche se può sembrare paradossale — quasi in secondo piano rispetto ad altre caratteristiche che rendono lui personaggio molto più inquietante e mortifero che nel film e la sua relazione con Isabel molto più complessa.

L’Osmond di Campion-Malkovich è, inoltre, così evidentemente malvagio e insopportabile fin dall’inizio che davvero risulta difficile credere come Isabel, per quanto “di poca esperienza” e con “la sua innocenza confidente ad un tempo e dogmatica” ma descritta anche come “molto intelligente” e con “un irresistibile bisogno di stimarsi” se ne possa innamorare. Il fatto è che se da una parte Isabel, come scrive James “nelle situazioni più gravi, quando avrebbe avuto bisogno di usare soltanto della sua ragione, doveva pagare il fio di aver sempre dato via libera alla facoltà di vedere senza giudicare” è altrettanto vero che l’Osmond del romanzo si svela molto più lentamente e soprattutto si comporta sempre, formalmente, in modo assolutamente ineccepibile e corretto.

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Mi sono in un certo modo divertita a tratteggiare un identikit di Gilbert Osmond servendomi di quello che di lui ci svela Henry James.

Osmond fa la sua comparsa a circa un terzo del romanzo. Ha quarantanni, James descrive il suo aspetto fisico con molta precisione. A poco a poco, nel corso della lettura, emergono anche le sue caratteristiche interiori che sono quelle di un uomo che “aveva sempre di mira l’effetto”, che “sotto la maschera di occuparsi solo dei valori interiori […] viveva esclusivamente per il mondo”. “Qualsiasi cosa facesse era posa, posa così sottilmente studiata, che, se uno non fosse stato più in guardia, l’avrebbe senz’altro scambiata per spontaneità”. “La sua ambizione non era di piacere al mondo; ma di piacere a se stesso con l’eccitarne la curiosità, senza soddisfarla. Ingannare così il mondo gli dava sempre un senso di grandezza”.

Osmond non è un sadico, ma Isabel lo percepisce sempre più come un essere mortifero che possiede “la facoltà […] di fare appassire qualsiasi cosa toccasse, di guastar […] qualsiasi cosa guardasse”. “Era come s’egli avesse avuto il malocchio, come se la sua presenza fosse stata un contagio e il suo favore una disgrazia”. Nella lunga notte insonne che Isabel trascorre a riflettere sul marito, pensa  a proposito dei suoi comportamenti  che   “Non si trattava di misfatti, di turpitudine: ella non poteva accusarlo di nulla, o poteva accusarlo di una cosa sola, che non era un delitto. Non poteva dire ch’egli avesse fatto alcun male: non era violento, non era crudele; ella credeva semplicemente che la odiasse.Questo era tutto ciò di cui lo accusava, e ciò che rendeva più disperata la sua causa era il fatto che questo non era un delitto, perchè contro un delitto ella avrebbe potuto trovare soccorso”

Ma perchè Osmond, che all’inizio era stato molto piacevolmente colpito dalla bellezza e dalla intelligenza di Isabel tanto che se ne era effettivamente innamorato, ha finito per odiarla? James ce lo dice attraverso i pensieri della stessa Isabel, che ricorda:

“Egli le aveva detto un giorno che aveva troppe idee e che doveva liberarsene. Le aveva detto questo già prima del loro matrimonio, ma allora ella non ci aveva fatto caso: più tardi soltanto le era tornato in mente […] Questo egli aveva voluto dire: gli sarebbe piaciuto che ella non avesse nulla di suo, tranne la graziosa apparenza. Ella aveva sempre saputo di avere troppe idee: ne aveva anche di più di quel che egli avesse supposto, di più di quel ch’ella gli avesse espresso quando egli le aveva domandato di sposarlo”

Nel romanzo ci sono tre colloqui fondamentali per comprendere Osmond e la sua relazione con Isabel.

Quello tra Isabel e la sua amica, la giornalista Henrietta. Quando questa le chiede: “Che cosa ti fa lui?” Isabel risponde: “Nulla, ma non mi ama”.

Quello tra Osmond e Madame Merle, in cui ad un certo punto lui  si lamenta: “Domandavo assai poco: domandavo soltanto che lei mi volesse bene […] che ella mi adorasse, se vuoi. Oh, si, ne avevo bisogno”

Il terzo, drammatico colloquio si svolge tra Isabel ed Osmond che le dice (e qui le sue parole sono veramente illuminanti: “Io ho un’idea precisa di quel che dovrebbe essere una moglie, di quel che mia moglie dovrebbe o non dovrebbe fare […] tu sorridi in modo molto espressivo quando parlo di “noi”: ma ti assicuro che “noi”, “noi”, signora Osmond, è tutto quel che conosco. Io prendo sul serio il nostro matrimonio, ma sembra che tu abbia trovato il modo di far diversamente […] può essere una vicinanza sgradevole, ma l’hai scelta tu, di tua libera volontà. Non ti piace che te lo rammenti, lo so; ma io te lo voglio rammentare perchè […] perchè penso che dobbiamo accettare le conseguenze delle nostre azioni, poichè quello che io pregio maggiormente nella vita è l’onore”

Ed è questo appello alla responsabilità la vera trappola che distrugge Isabel. La quale infatti, pur avendone la possibilità, si rifiuta di abbandonare Osmond e ad Henrietta che le chiede: “Perchè non lo lasci?” risponde appunto “Dobbiamo accettare le conseguenze dei nostri atti. L’ho sposato davanti a tutto il mondo: ero perfettamente libera, non avrei potuto fare qualcosa più di proposito. Non si può cambiare in questo modo”.

E così la volontà di controllo totale di Osmond si salda con il senso di responsabilità di Isabel, che si sente “colta in una rete di fila sottilissime” e  sa “di aver buttata via la sua vita”.

ritratto-di-signora-teatroThe portrait of a lady è dunque un romanzo di formazione che descrive minuziosamente la manipolazione umana ed una acuta analisi di quale orrenda trappola possa diventare il conformismo: agito e adorato da Osmond, accettato e subito da Isabel Archer. Lo stesso James affermò in seguito che “L’idea di fondo è che la poverina, la quale, coi suoi sogni di libertà e di nobiltà, crede di aver compiuto un gesto generoso, spontaneo ed avveduto, si ritrova in realtà schiacciata dagli ingranaggi del convenzionale” ed in un passaggio del romanzo avverte il lettore, difendendo la sua Isabel: “vi prego di non sorridere di questa giovane donna […] era una creatura piena di buona fede e se c’era qualche follia nella sua saggezza, quelli che volessero giudicarla severamente potranno aver la soddisfazione di constatare che più tardi ella rinsavirà, ma solo a prezzo dell’accumularsi di altre follie che quasi reclameranno di venir compatite”.

Jane Campion termina il film alla penultima pagina del romanzo di James, cambiando  così completamente il senso della storia. Si tratta di una modifica apparentemente leggera ma che invece pesa profondamente su tutto il film. Nell’ultima pagina del testo di James, infatti, Isabel, rientrata in Inghilterra per vegliare il cugino Ralph gravemente malato, assisterà alla sua morte e, consapevole di averlo sempre amato, tornerà alla sua prigione romana, sapendo di avere sbagliato tutto. James non spiega perchè Isabel firmi così la sua condanna, e conclude il racconto con un sacrificio borghese. Nel film invece la Campion taglia il suo ritorno dal marito lasciandoci intravedere la possibilità che lo abbandoni definitivamente ed offrendole in questo modo  un’opportunità di riscatto.

(NonsoloProust)

Hotel Du Lac – il malinconico ottimismo della Brookner

hoteldulacHotel du Lac è un romanzo piacevole e intrigante, mantenuto a un livello alto e raffinato di scrittura seppure dentro l’aura della commedia, fra umorismo e malinconia. Volutamente. Protagonista del libro è infatti Edith Hope, autrice di romanzi rosa in piacente, cauto avvicinamento alla mezza età. Per poter riprendere a scrivere con tranquillità e soprattutto per tirare le somme della propria vita sentimentale a dir poco confusa e anche per lenire le ferite di un cuore se non infranto almeno ammaccato, Edith Hope si rifugia su un pezzetto quieto della riva svizzera del lago Lemano, ospite di un albergo di “charme”, l’hotel “du LAC”, appunto, tenuto dalla inappuntabile famiglia Huber.

Quell’albergo diventa, scrutato dagli occhi attenti di Edith, una scena teatrale abitata da ospiti ricchi o medio-borghesi, ambiziosi, o stanchi, pettegoli o disillusi, pressoché tutti inglesi. Negli intrecci godibili di quella trama in un interno alberghiero svizzero si mescolano i ricordi recenti e lontani del passato sentimentale lasciato da Edith in patria (eh, sì, c’è anche il solito, affascinante uomo sposato, tanto caro ma anche tanto egoista…). Edith Hope, nel suo distacco rigeneratore (o almeno lei spera che sia così) si ritiene saggia: “Sono una donna seria, che dovrebbe avere esperienza, e i miei amici mi considerano oltre l’età delle sconsideratezze; parecchi hanno rilevato la mia somiglianza con Virginia Woolf; sono una donna di casa, pago le tasse, sono una buona cuoca e consegno i miei dattiloscritti molto tempo prima della scadenza, firmo tutto quello che mi viene sottoposto, non telefono mai al mio editore, e non mi vanto affatto per il mio particolare modo di scrivere, anche se mi rendo conto benissimo che vende piuttosto bene”.

Senonché tutto questo non basta: non basta né a farle dimenticare del tutto i sussulti colpevoli ma piacevoli della sua “liason” in patria, né a renderla paga della riduzione, in vacanza lunga, a quieta signorina desiderosa solo dell’ora del tè nella quiete dell’albergo svizzero. Fra gli ospiti dell’hotel un certo signor Neville riesce a snidare l’inquietudine sommersa di Edith, al punto di dirle: “Se la sua capacità di comportarsi male fosse utilizzata a dovere, non andrebbe in giro con quel cardigan deprimente. Chiunque sia stato a dirle che lei assomiglia a Virginia Woolf, le ha reso un pessimo servizio”. Capito il genere gustoso?

(circolodeilibri.ch)

3D-Dalì

dali-3dSalvador Dalí adorava creare illusioni ottiche e questa sua passione è finalmente confluita in una mostra che esplora in profondo il genio dell’artista spagnolo. Il Teatro-Museo Dalí di Figueres, sua città natale che si trova sulla punta occidentale della Catalogna, ha inaugurato “Dalí. Estereoscopias. La pintura en tres dimensiones”, che raccoglie sei dittici di dipinti stereoscopici realizzati tra il 1972 e il 1978. L’interesse per le innovazioni tecniche e la matematica portarono il pittore a sviluppare una particolare attenzione nei confronti della tridimensionalità, spinto dalla necessità di ricercare una realtà alternativa da mostrare allo spettatore.
Partendo da questo presupposto Dalí cominciò a realizzare la stessa immagine da due punti focali differenti, producendo effetti a tre dimensioni negli occhi di chi guarda. Molte delle opere non sono mai state esposte insieme, rendendo la mostra di Figueres un evento eccezionale. Accanto a ogni opera è stato installato un dispositivo che permette agli spettatori di scorgerne più facilmente la tridimensionalità, un piccolo aiutino che senz’altro non avrebbe infastidito un artista così innovatore.
(Giulia Testa – El Pais)

Interiors e la rumorosa esistenza del mare

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Interiors (1978) è la prima pellicola drammatica girata da Woody Allen ispirata in buona parte allo stile di Ingmar Bergman. Nelle prime inquadrature, le stanze vuote, il dramma interiore, come le immagini di natura e morte dello spirito fanno tornare in mente i temi del regista svedese. (Ma anche – e direi sopratutto-nel lungo travelling dove Renata e Flyn camminano, richiamando Alma ed Elisabeth in Persona).

Il film comincia dopo alcune inquadrature silenziose con quella del padre di Renata, Yoey e Flyn, di fronte alla finestra del suo ufficio con la schiena rivolta verso il pubblico che fa una sorta di riepilogo inatteso del film:

Un abisso si era creato sotto i nostri piedi e mi ritrovai una faccia che non riconoscevo..

Si era creato un mondo in cui ci limitavamo ad esistere, dove ognuno di noi aveva il suo posto. Come in un palazzo di ghiaggio.

interiors-2Tutto si muove attorno ad Eva (Geraldine Page) un’arredatrice di interni, silenziosa ma mai così presente (se anche poco visibile) nella storia, umori, gelosie e sensi di colpa delle sue tre figlie.

Tre donne completamente differenti ma complesse.

Renata è una poetessa di successo ma sovvenzionata dalla casa editrice del padre. Da questo fatto nasce una sempre e più crescente malinconica frustrazione:

“la mia crisi è cominciata un anno fa: pensieri sulla morte, preoccupazione sulla mia precarietà. A cosa seve lo scopo creativo, che fine ha? Quale traguardo?

Sentimenti che sfogherà con le sue vittime di turno: Flyn, in primo luogo, il marito Frederick ed Eva.

Verso Flyn manifesta sempre una crescente gelosia e non fa altro di smussare i suoi sogni, figli di un graffiante segno d’idecisione. Renata sa esattamente quando infierire e proprio quando la sorella le mostra la sua continua venerazione non manca all’appuntamento . Sa che in questo mare agitato che coglie ognuna di loro forse è la più forte e cambia ripetutamente avversario. Ma ci sono attimi in cui soffre nella noia che scava dentro lei, in pensieri che disperdono nel nulla:

“Ho avuto come un’improvvisa chiara visione della vita e tutto era così atroce e predatorio. E’ come se io fossi quì e il mondo altrove: non riusciva a metterci insieme. Improvvisamente divenni cosciente del mio corpo. Mi sentivo provvisoria, una macchina funzionante e pronta a grippare in qualsiasi istante. Mi metto paura perchè sono nell’età in cui mamma ha cominciato ad avvertire segni di tensione”

interiors1Altro avversario è il suo compagno Frederick, un indeciso e a volte spocchioso scrittore che non mancherà mai di rivendicare la sua carriera professionale non frutto di sovvenzionamenti come la compgna e prorio per questo quasi del tutto inattiva. L’uomo si rifugia spesso nell’alcool e nel dissapore della creatività, ma non mancherà di ribadire la sua “normalità” verso un’ambiente artistico altezzoso.

“Non scrivo per la posterità. Divento una belva se la metà del pattume che si stampa la portano alle stelle”

Se l’avversario è il suo compagno, Renata non mancherà ad avvicinarsi a Flyn, quando confida d’improvviso i suoi problemi, disinibendosi, aprendosi alla sua solitudine. Forse capisce che l’arte non la salverà. Allora è il momento di sfoggiare una nuova forma d’egoismo. E a chi confidarlo, se non alla sorella maggiormente indecisa?

Il lungo travelling che le accompagna è indiscutibilmente una delle sequenze più belle del film, dove il vento eleva granelli di sabbia e il mare rumoreggia attorno a due donne insicure ma mai così comprensive ed esigenti l’una verso l’altra.

interiors4Fly è dunque la donna rovinata dall’indecisone perenne che la tormenta e non la fa trovare un proprio equilibrio. Adulatrice di Renata ha un cattivissimo e a tratti isterico rapporto con il compagno, un ragazzo dedito alla politica, dal quale sfugge a qualsiasi discorso che riguardi il loro futuro. E’ terrorizzata di avere un figlio perchè non ne trova un senso..

“Sfornare slogan e bambini fagocitata da uno stile di vita anonimo. Io voglio dare un senso alla mia vita” (così si rivolgerà al proprio compagno quando le chiede una risposta sul loro futuro)

Tutto si muove su queste personalità così vicine (le sorelle fin qui descritte) e diverse(Arthur -Joey)

La terza sorella è un attrice in erba che cresce lontana dal dramma della propria famiglia non scoprendo tutti quei meccanismi manifesti e celati che la metteranno a terra. Joey non cede al crollo inevitabile, perchè i suoi sogni non sono sepolti dalla negazione o dall’ira. E difatti quando muorirà Eva, sarà l’unica delle tre che piangerà quando posa i fiori sulla tomba in un sempre e più malinconico silenzio. Joey non ha il mostro dentro, come d’altra parte Arthur, che reagisce all’immobilismo di una famiglia borghese americana, cambiando la propria vita, ovvero sposandosi con una nuova donna, Pearl, presentata prima in una cena dove l’argomento principale è stato un delirante commento su un’opera teatrale alla quale risponde con la semplicità, la normalità e a tratti con la “rozzezza” di non chi non è abituata ai salotti..

Il matrimonio di Arthur e Pearl è frutto di complicità e in piccola parte di provocazione, quando in modo diretto e brutale confida alle due figlie i sentimenti che prova verso la donna , a cui lo sbigottamento e l’icredulità sono la risposta.

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L’equilibrio si rompe definitivamente perchè Eva è onnipresente e complice nella vita delle due figlie. Il fumo resta nei corridoi cupi e nelle teste stese in aria. Nella prima notte di nozze passata dalla nuova coppia Eva è tra le ombre delle stanze silenziosa e Flyn prigioniera della madre sente i rumori della sua presenza pur non vedendola. Flyn le parla ugualmente come in trance:

“Non dovresti essere qui.. non questa sera.. Hai l’aria così stanca, strana. Mi sembrava che fossimo sole come in un sogno. Non essere così triste. Mi fa sentire totalmente in colpa. Questo senso di colpa mi consuma.

E’ un’ironia perchè ti trovo così perfetta. In tutte quelle stanze perfettamente immobile, tutto così sotto controllo.. non c’era spazio per dei sentimenti veri tra nessuno di noi… Solo Renata che non ti ha dedicato un briciolo del suo tempo. Tu adori Renata? Tu adori il talento?”

Confessa la tua rabbia perchè non sei una donna malata. La verità che c’è stata cattiveria, un’ostinazione calcolata. Al centro di una psiche malata c’è uno spirito malato. Ma ti voglio bene e non possiamo perdonarci a vicenda…”

Eva dapprima correrà tra le onde tumultose del mare (unica colonna sonora e brano musicale del film) che la sommergeranno. Flyn, travolta nuovamente dal senso di colpa e dalla disperazione la rincorrerà, ma verrà salvata dal proprio ragazzo e da Pearl.

Tre sorella osservano ora il mare dalla finestra:

“Il mare è così calmo..” (Flyn)

“Si, c’è una maggiore pace..” (Renata)

Fine…..

(stradeperdute.com)

Rosso Giungla al Teatro Roma

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“Non guardate alle vostre spalle, il futuro è davanti a voi”.  E’ questo lo slogan del programma “Abbandonati” che si svolge all’interno del teatro trasformato, per il pubblico in sala, in un fremente studio televisivo, dove la regista Vanessa Gasbarri vuole gli spettatori protagonisti insieme agli attori.

“Rosso Giungla”– in scena al Teatro Roma dal 28 dicembre 2016 al 15 gennaio 2017 – è una commedia dolce e amara in cui gli autori Cinzia Berni e Guido Polito mettono a confronto due donne diversissime che si ritrovano a fare da specchio l’ una all’ altra, sviscerando i loro drammi veri o presunti, durante una diretta televisiva nella quale l’ unica cosa che conta è far crescere l’ audience.

La conduttrice Simona Sarno (Guenda Goria), amante dell’astrologia e degli amori impossibili, sta per intervistare un’ospite stravagante, la Signora Anna (Gabriella Silvestri).

Oroscopi, passioni, ambizioni personali, tradimenti e vanità muovono i personaggi in scena: il sornione direttore di rete (Jonis Bascir), la tagliente e pragmatica autrice (Federica Quaglieri), il regista sognatore (Alessandro Salvatori) e l’avvenente truccatrice (Clio Evans).

Manca circa un’ora alla diretta di “Abbandonati” ed una serie di imprevisti gettano il seme di esilaranti equivoci e continui colpi di scena in cui si trovano coinvolti anche il vulcanico assistente di redazione (Enzo Casertano) e la sua poetica fidanzata (Alessandra Merico).

E se tutto fosse scritto nelle stelle? Lo chiederemo in diretta a Simon & the Stars !

 

TEATRO ROMA

28 Dicembre 2016 – 15 Gennaio 2017

Via Umbertide 3 (p.zza S. Maria Ausiliatrice), 00181 Roma

Per informazioni: telefono 06 7850626 – fax 06 7853169 – mail info@ilteatroroma.it

Info e prenotazioni: lunedì dalle 10 alle 15, dal martedì al sabato dalle 10 alle 20, domenica e festivi dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 20

Parcheggio Custodito: via Umbertide 27 (apertura parcheggio ore 20.00)

Costo biglietti: intero € 22 (comprensivo di € 1,00 di prevendita), riduzioni per Cral, Centri Anziani e Associazioni Convenzionate

Orario spettacoli: dal martedì al venerdì ore 21 (tranne giovedì 05/01 ore 19), sabato ore 17 ed ore 21, domenica ore 17.30, lunedì riposo

Speciale Capodanno: sabato 31/12 ore 22:45

Costo biglietti: intero € 50, ridotto under 18 € 30 – a mezzanotte brindisi con panettone e spumante!

Ufficio Stampa Compagnia:

Andrea Cova – Cellulare: 366/9794507 – Mail: covapressoffice@gmail.com

Ufficio Stampa Spettacolo:

Maya Amenduni – @AgenziaDiComunicazione
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