Anna Karenina, la magia di Tolstoj

anna-kareninaA partire da oggi, ogni sabato proporremo un nostro personalissimo viaggio delle Donne in Letteratura, quei personaggi femminili che hanno tracciato e riempito le fantasie dei lettori. Ripercorreremo alcuni Classici senza tempo e scopriremo qualche nuovo autore ed autrice. Chiunque volesse collaborare al presente progetto, presentando una propria recensione è ben accetto e può contattarci su outouttheatre@gmail.com, saremo lieti di pubblicare il suo lavoro.

Oggi parliamo di Anna Karenina e la magia di Tolstoj.

Ci sono libri di cui si può parlare, che si possono commentare, recensire, dire quanto siano belli o brutti, interessanti, intensi… e poi ci sono i “Libri”, con la L maiuscola, davanti ai quali bisogna stare muti, in silenzio, perché qualunque cosa si dica sarebbe superflua, inutile, offensiva…

“Anna Karenina non è sorretto da nessuna chiave di volta”. Questa piccola frase, presente in una edizione dell’opera di Tolstoj è il senso di tutto il romanzo e la chiave per capire che non si tratta di un semplice libro, ma di una storia meravigliosa che è un capolavoro, una trama finissimamente intessuta dal genio russo: perché sì, solo un genio può partorire qualcosa di simile.

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La trama, fondamentalmente, è molto semplice: Anna Karenina, donna straordinariamente affascinante e intelligente, giunge alla consapevolezza che il suo matrimonio con Aleksjéj Aleksàndrovic’ (un uomo che si rivelerà ammirevole, sotto ogni punto di vista) è sempre stato un fallimento. E lo scopre, perché tutto il suo amore più spassionato inizia a riversarsi presto verso il conte Vrònskij, il quale matura per lei lo stesso sentimento e abbandona il corteggiamento di Kitty, ragazza squisita, che a sua volta lo amava perdutamente e che, per lui, aveva rifiutato la richiesta di Lévin, una sorta di imprenditore di successo. Lévin è il personaggio che Tolstoj aveva scelto per parlarci di sé stesso: sempre combattuto dai suoi dilemmi personali sul raggiungimento del suo scopo, realizzare la sua vita nella maniera che lui riteneva perfetta, e follemente innamorato di Kitty, un amore combattuto e difficile ma che, alla fine, trionferà.
Anna lascerà il marito e l’amatissimo figlio per vivere la sua nuova vita con Vrònskij e la figlia che avrà da lui, sempre rifiutata, mentre Lévin sposerà Kitty, che inizierà ad amarlo, superata la delusione dell’amore per Vronskij spezzato dall’incontro di quest’ultimo con la bella Anna. Ma cosa succederà è imprevedibile e Tolstoj sarà abilissimo a confezionare nel lettore la più ferrata delle certezze: le loro, sono vite comuni e allo stesso tempo straordinarie, mescolate da quell’amore che è folle e disinteressato, che si spinge oltre fino all’impensabile.

E’ un libro complesso, studiato, articolato fino al dettaglio: può sembrare a volte, lento e frenato in alcuni tratti, ma l’incalzare della storia lo rende inequivocabilmente meraviglioso.

Le Isole vagabonde di Marco Lodoli

isoleUna guida intitolata “Isole” dovrebbe, a buon diritto, essere dedicata a Venezia, o semmai a Stoccolma; in entrambi i casi avrebbe gioco facile a catturare la mia attenzione. Invece è un libro su Roma, e le isole in questione non sono letterali, ma quelle che in senso neppure tanto figurato permettono di «fuggire via dalla pazza folla» (p. 3), dal «blocco di lamiere frementi» (p. 7) in cui «sentirsi come criceti fra le spire d’un serpente di metallo» (p. 77). Isole, dunque, circondate non dall’acqua, o dal liquame che riempie i canali di Venezia, quanto piuttosto dal traffico, dallo stress, dai romani.

E fin da subito il paragone è impietoso: perché a Venezia via d’acqua e di terra (o insomma, le migliori approssimazioni disponibili) si escludono a vicenda, e per quanto il moto ondoso possa essere problematico non ci sarà mai il rischio d’essere investiti; e la quiete, la tranquillità, perfino il silenzio sono sempre a un passo, se si evita il circuito del turismo a tappe forzate. E se pur Lodoli ammette che «l’anima della nostra città è liquida» (p. 14), se immagina via Veneto «come un placido fiume che scorre in salita» (p. 69), se arriva a citare Montaigne quando osserva: «di Roma resta solo il Tevere che fugge verso il mare. Ciò che è solido viene distrutto dal tempo, e ciò che scorre resiste» (p. 65); seppure Lodoli ha queste illuminazioni, l’impressione è che scaturiscano proprio dalla coscienza di un’inadeguatezza di fondo.

Per compensare, l’orgoglio romano ricorre infallibilmente al meccanismo difensivo di routine: il caputmundismo, declinato qui nella versione de noantri. Insieme ad infinite altre cose, Roma vanta infatti «l’unica fontanella per cani di tutto il mondo» (p. 15), con lapalissiana millanteria dal momento che ce n’è almeno una, che io sappia, perfino a Treviso, di fronte alla biblioteca comunale: talmente bassa da risultare inaccessibile a qualsiasi bipede più alto di un kiwi, e raggiungibile oltretutto solo dopo aver sceso alcuni gradini (pertanto off-limits anche per Brunetta). Ora, io dubito che quella di Treviso sia l’unica altra fontana per cani esistente al mondo. Ma i romani potranno nondimeno sostenere d’avere la più bella, antica, preziosa, grande e, in mancanza d’altro, pia del mondo.

Certo, il mio è campanilismo. E in materia di campanili, se non altro, bisogna ammettere che Roma è imbattibile. Perché sopra, dietro, accanto, sotto, dentro qualsiasi cosa, a Roma c’è sempre una chiesa. Chiese, chiese infinite; sicuramente più dei ponti di Venezia, che, anche a contare quelli doppi o tripli, sono di certo meno di cinquecento. Un brulicare di santi, denominazioni e attributi che, a quanto pare, nemmeno gli utenti stessi riescono a ricordare; una moltitudine degna del politeismo più massimalista, e che in sé è già barocca:

cieli grondanti di cherubini e santi, firmamenti sovraffollati di creature aggrappate alle nuvole, stormi d’immagini pensate per sbalordire e raccontare che la vita è un teatro mirabolante dove tutto si tiene per imperscrutabile volontà divina.

In un simile contesto, va a merito di Lodoli infilarsi «dietro l’altare maggiore» (p. 5), «nella cappella in fondo a sinistra» (p. 71), «superando una porticina quasi sempre aperta» (p. 32), ovvero negli angoli nascosti, alla ricerca, aridaje, di «una delle più grandi meridiane del mondo, probabilmente la più bella» (p. 22), dei «più straordinari mosaici della scuola preraffaellita» (p. 53), e di altri superlativi interplanetari. Va a suo merito anche sapersi smarcare dai superlativi, e all’occorrenza saper trovare la bellezza, l’emozione, il satori anche nella modestia di un quartiere popolare o di una piccola bottega. Ad esempio le tre sarte, moderne Moire, che pubblicizzano «rammendi invisibili» e da decenni «sono le vestali della continuità e del rimedio».

Andrea Zanzotto afferma che la missione del poeta è di restaurare il vuoto che c’è nel mondo attraverso la trama dei versi, «perché all’inizio c’è il vuoto, la negazione». Le rammendatrici di via Fontanella Borghese fanno lo stesso lavoro, piegate alla luce fissa di una lampada ristabiliscono con gli occhi attenti e gli aghi laboriosi la compiutezza d’una stoffa. […] Il poeta tenta con le parole di riavvicinare lembi lontanissimi, di riparare il danno dell’esistenza – e le tre signore cuciono incessantemente. Il loro mestiere ha il senso stesso di ogni arte che, al culmine della sua virtù, sparisce per lasciare il posto alla grazia trasparente della perfezione.

In altre parole, le artiggiane della qualità.

Il libro è sottotitolato “Guida vagabonda di Roma” e si apre con queste parole: «Scantonare, ecco cosa ci piace fare» (p. 3). Nello spirito di Corto Sconto, Lodoli sa bene che perfino nella città eterna «l’eccezionalità […] sta molto nei suoi capolavori seminascosti, in quei tesori che vanno cercati e scovati nella penombra di un vicolo o di un chiostro»; sa che per innamorarsi di un luogo bisogna incontrarlo a tu per tu, ed è necessario che «l’individuo e il capolavoro si veng[a]no incontro silenziosamente, quasi di nascosto, come in un primo appuntamento amoroso» (p. 86). Per quanto abbia poi la tendenza a prendere la questione delle isole del traffico fin troppo alla lettera, e finisca per cantare le lodi di benzinai e alberi solitari sul ciglio della strada. Ma in fin dei conti queste ‘isole’, prima di venire raccolte in volume, erano apparse sulle pagine romane de La Repubblica, e più d’una conserva ancora traccia di questo carattere occasionale, contingente, negli accenni alle stagioni o alla cronaca.

E d’altro canto sarà ormai chiaro, anche dai meri stralci riportati, che Lodoli è un prosatore superbo, un maestro intagliatore di frasi raffinate e mai prolisse. Come la città cui è dedicata, e di cui fortunatamente, accortamente, non condivide l’intrinseca bulimia, il volume riserva nuove sorprese ad ogni svolta, ad ogni pagina; tanto che non sembra fuori luogo abbandonarsi anche solo al semplice piacere della lettura, specialmente se, come nel mio caso, i luoghi citati dall’autore rimangono per buona parte luoghi di carta, perché i giorni trascorsi a Roma sono stati pochi e affollati.

Nelle parole di Lodoli, alla fine ci si ritrova ammaliati dalle grazie della città, e incapaci di portarle rancore; perché

da sempre Roma viene paragonata a una donna bene in carne, un po’ madre e un po’ zoccola, generosa nell’accogliere tra le tette dei suoi colli figli e figliastri. È un abbraccio bonario, indulgente, che in breve smorza gli incendi anche nelle coscienze più arroventate. Qui tutto s’arrotonda, le vite s’allacciano in un cerchio, pochi giorni e le polemiche si trasformano in pacche sulle spalle, le inimicizie in paciose tavolate.

E insomma, via, volemose bene.

(Alessandro Montagner, La Balena Bianca.com)

Harry Potter, il bene e il male

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Ad una settimana dall’uscita nelle sale di Animali Fantastici e dove trovarli e dall’ennesimo capitolo (corre voce e giuramento che sia l’ultimo) della saga, Harry Potter e la maledizione dell’erede, ci siamo imbattuti in un’analisi circa il bene e il male nell’epopea della Rowling. Se qualcuno soterrà che l’articolo appare prolisso, ricordiamo che è nulla a confronto degli 8 capitoli della Storia per eccellenza.

La copertina dell’edizione italiana di Harry Potter e la Pietra Filosofale potrebbe riassumere praticamente tutto quello che è la saga del piccolo, grande maghetto inglese: una scacchiera su cui si muovono numerosi personaggi ben delineati, alcuni dei quali giocano dalla parte del Bene, altri dalla parte del Male. In effetti, l’eterna lotta tra questi due schieramenti è sempre stata da sfondo a buona parte delle storie fantasy e Sf-fantasy (in questo genere, per intenderci, figurano Star Wars e Dune): lungi dall’essere una semplificazione grossolana della vita, la divisone tra Bene e Male è una divisione che esiste anche nel nostro mondo, sebbene non delineata con esattezza. Nelleopere fantastiche Bene e Male sono divisi col coltello, per ragioni di trama e anche come significato ‘allegorico’: si vuole praticamente mostrare al pubblico che questi due modi di vivere esistono anche ora, sebbene nascosti e camuffati. Però, diversamente dalle opere fantasy pure alla Tolkien, in Harry Potter tale divisione è molto meno accentuata di quanto si possa pensare, perché spesso e volentieri i ruoli vengono stravolti e i cattivi diventano buoni, e viceversa.

harry-potter2Nel primo romanzo ci vengono mostrati tre personaggi subito inseriti in un contesto negativo: i Dursley, la famiglia adottiva di Harry. Lo zio Vernon, la zia Petunia e il cugino Dudley trovano ogni buona occasione per dare fastidio al povero Harry, bistrattandolo come non mai. Le loro figure sono pesantemente negative, anche troppo, ma questo espediente è stato usato dalla Rowling per utilizzare i Dursley più che altro come figure comiche: in effetti il loro comportamento finisce il più delle volte per creare straordinarie gag nel confronto tra il mondo ‘normale’ e quello della magia. I Dursley non sono stati creati solo per essere odiati, ma anche e soprattutto per mostrare il confronto diretto tra questi due mondi in modo volontariamente comico. L’atteggiamento superiore e sprezzante dei parenti adottivi di Harry è un modo (alquanto discutibile, è vero) di scaricare la loro invidia: in fin dei conti, ci ritroviamo un Vernon benestante ma sempre in lotta con le anormalità, una Petunia chiusa tra quattro mura domestiche e che sfoga la propria frustrazione con i pettegolezzi, e un Dudley obeso da far paura, sempre sull’orlo della bocciatura e un po’ consapevole nel suo subconscio che non sarebbe male assomigliare ad Harry. Visti così, viene quasi da compatirli!

Il personaggio del professore di pozioni Severus Piton è sicuramente il migliore di tutti. Detestato da buona parte del pubblico giovanissimo, idolatrato dai fan più ‘anziani’, è un vero e proprio cattivo da operetta se non per il fatto che lui non è realmente un servo del Male, anzi! Piton, perfettamente impersonato anche nel film, sembra il classico modello non solo dell’Insegnante Da Detestare, con le sue preferenze, i suoi odi personali e il modo in cui mette in difficoltà gli alunni che non sopporta, ma anche un ottima rappresentazione del Male. In realtà, scopriamo che lui, sebbene un tempo seguace del cattivo per eccellenza Voldemort, è poi tornato sui suoi passi e nonostante tutto non sembra aver mai avuto ripensamenti e nemmeno voglia di tornare dal suo padrone una volta che questo è risorto (pur consapevole del destino che lo attende se Voldemort lo trovasse). Piton è un personaggio degno di un’opera di Shakespeare: si trova infatti in tutti i romanzi a dover affrontare una lotta interiore tra il voler danneggiare il più possibile Harry, in memoria del diabolico scherzo compiuto ai suoi danni dal detestato padre di quest’ultimo, e il volerlo salvare dalle mire dei seguaci di Voldemort, per sdebitarsida come il padre di Harry lo salvò dalla morte certa. Nonostante tutto, comunque, i confronti tra Piton ed Harry sono sempre a dir poco entusiasmanti, e il comportamento altezzoso del professore di pozioni dà vita a momenti molto esilaranti (specialmente nel 2° libro, nelle numerose schermaglie con il vanesio professor Allock). Certo, a volte il suo modo di fare è esasperante, e nessuno sicuramente lo vorrebbe mai come insegnante! Tuttavia, Piton è
l’esempio più lampante di come nelle opere della Rowlling non tutti sono quel che
sembrano.

lord-voldermort“Cattivo” per eccellenza rimane comunque Lord Voldemort, nemico principale di tutta la serie, rimasto un po’ in sordina nei primi libri ma che sicuramente darà il meglio di se nei seguiti. Nel primo romanzo ci appare solo la sua faccia, poiché il suo potere è ancora troppo debole per poter avere un corpo. Sia nel secondo che nel terzo libro di Voldemort ci sono solo pochi accenni (sebbene nel secondo vi compaia, pur se non ‘dal vivo’). E’ solo nel Calice di Fuoco che il più terribile dei maghi oscuri ritorna al suo antico potere e si mostra a noi in tutto il suo fulgore. Voldemort è una figura totalmente negativa, non ha nel suo cuore (ammesso che ne abbia uno) un minimo di rimorso, uccide più che altro per il piacere di farlo, si attacca disperatamente alla vita in ogni modo pur di rimanere il più possibile in questo mondo per danneggiarlo. Per lui non si prova che odio e terrore. Per il personaggio di Voldemort, la Rowling pare aver tratto ispirazione dai vecchi cliché dei romanzi fantasy, creando un cattivo più fisico e meno potente di quello di Tolkien, ma comunque all’altezza di impersonare il Nemico per antonomasia della saga.

Totalmente negativi sono anche i seguaci di Voldemort, il professor Karkaroff, e i ‘nemici’ di scuola di Harry: Malfoy, Tiger e Goyle. Certo, questi ultimi non hanno nulla da spartire con la crudeltà di Voldemort, ma in loro non c’è niente di positivo. Probabilmente la Rowling ha creato questi personaggi per rendere più simile la vita di Hogwarts a quella delle nostre scuole agli occhi del pubblico più giovane. Le figure classiche del professore odioso e dei compagni odiosi sono infatti presenti nella saga. Un altro personaggio scolastico ritratto a tinte negative è Gazza, il custode. Si tratta in realtà di una figura estremamente simpatica, con la sua passione per le punizioni, il suo amore per il gatto Mrs. Purr, le sue idiosincrasie; inoltre, Gazza è perfettamente rappresentato anche nel film, dove si mette più in luce il suo aspetto leggermente sadico. Il suo ‘odio’ per gli alunni è comunque spiegato dal fatto che egli non è un mago, cosa che lo rendo invidioso verso tutti gli aspiranti maghi della scuola.

peter-minusMolto controversi sono i personaggi di Peter Minus e Cornelius Caramell. Peter Minus è protagonista di uno dei maggiori stravolgimenti di trama nel terzo libro: egli prima viene descritto come un eroe sacrificatosi per amore dei Potter, poi si trasforma in un subdolo e odioso traditore, responsabile dell’uccisione dei genitori di Harry! La Rowling ci mostra in pieno il carattere viscido di questo personaggio quando striscia ai piedi di Harry cercando di convincerlo della sua innocenza. Minus è anche responsabile di una delle migliori azioni di Harry, il perdono che è capace di concedere all’indiretto assassino dei suoi genitori! Peter Minus è però un personaggio indegno della minima compassione, e lo notiamo quando ritorna da Voldemort divenendo il suo nuovo primo seguace. Si tratta di un comportamento deplorevole, che dimostra come Minus abbia rifiutato la sua ultima possibilità di redimersi e rendendo definitiva la sua caduta al male. Diversamente da questo, Cornelius Caramell non viene presentato come un personaggio cattivo. Il Ministro della Magia, infatti, ci appare come un uomo simpatico, ingenuo, un po’ confuso e con le sue manie, spesso incapace di prendere decisioni, ma comunque una brava persona. E’ solo nel quarto libro, quando rifiuta totalmente di credere nel ritorno di Voldemort e giunge a insultare Silente, che ci rendiamo conto di cosa sia in realtà: non un simpatico ometto che si prende troppo sul serio, ma un burocrate inetto troppo attaccato al mondo in cui vive e alla poltrona che occupa. La migliore descrizione ce la fa lo stesso Harry: “Davanti a lui c’era un piccolo mago iroso, che si rifiutava categoricamente di accettare l’idea che il suo comodo mondo tranquillo potesse venire turbato.”

silenteTotalmente contrapposto a Caramell è Silente. Il preside di Hogwarts è l’incarnazione perfetta dei migliori ideali dell’umanità: è saggio, disponibile, si fida ciecamente delle persone a cui ha dato fiducia, sa sempre cosa fare e come agire in ogni situazione. Inoltre, spesso e volentieri possiede un grande humour che lo fanno scendere da quel ruolo quasi divino a un normale essere umano, o meglio a un normale mago. In realtà, Silente è un punto fermo in mezzo all’oceano di confusione degli eventi della saga. Egli infonde una grande sicurezza sia ai personaggi, sia ai lettori. E’ l’unico mago abbastanza potente, infatti, da poter spaventare Voldemort. Ma c’è un piccolo particolare inquietante che traspare dalle ultime pagine del Calice di Fuoco: mentre Harry spiega a Silente il metodo usato da Voldemort per risorgere, specificatamente quando parla del fatto che il mago oscuro sia riuscito a toccarlo senzafarsi male, notiamo nel preside di Hogwarts: “qualcosa di simile a un lampo di trionfo”. La Rowling, sottoposta a una domanda su questo punto del libro in un’intervista, ha usato parole molto enigmatiche. Un colpo di scena prossimo che potrebbe cambiare tutto? Silente potrebbe non essere proprio quello che crediamo? E’ estremamente improbabile, ma tutte le ipotesi sono aperte.

Sempre parlando di professori, ci sono due personaggi che non sono quel che sembrano: i docenti di Arti Oscure Raptor (nel primo libro) e Allock (nel secondo). Raptor è un personaggio totalmente asservito al male, che sa camuffare bene la sua crudeltà ma che spesso cede alla disperazione e alla paura di servire Voldemort. In certi momenti sembra volere abbandonare tutto, ma sa di non poterlo fare e alla fine, nel confronto con Harry per impossessarsi della pietra filosofale, mette in gioco tutta la sua spietatezza e ferocia senza mezzi termini. Allock invece non ha niente a che fare con Voldemort: in fin dei conti, nella trama del secondo romanzo, la scoperta del suo imbroglio finisce per passare in secondo piano rispetto ai grandi eventi che si stanno per verificare. Sembra quasi di leggere uno di quei libri gialli in cui, assieme al vero colpevole, si scoprono altri rei che si sono macchiati di crimini meno gravi e inutili ai fini della trama. Allock è una figura terribilmente comica, la migliore forse creata fino ad ora della Rowling. E’ un personaggio comunque fondamentale per alleggerire spesso i toni troppo prematuramente cupi della Camera dei Segreti. Tra coloro che ci vengono definiti come ‘cattivi’ abbiamo anche i Dissennatori:i guardiani di Azkaban, succhiatori di emozioni, sono usati dal Ministero della Magia come carcerieri impareggiabili, ma sono anche tra le peggiori creature del Male. I loro scopi sono solo superficialmente benigni: essi fanno sì la guardia ai prigionieri di Azkaban, ma al solo scopo di succhiare loro le emozioni. Silente sa bene come i Dissennatori siano pericolosi, al punto che nel quarto libro cerca di convincere Caramell a licenziarli. In effetti, se i Dissennatori si unissero a Voldemort i prigionieri di Azkaban verrebbero liberati e tornerebbero a servire il Signore Oscuro! I Dissenatori sono però più che altro cattivi per necessità: il loro succhiare emozioni sembra più una specie di istinto naturale come quello degli animali che un modo di servire il male coscientemente come Voldemort.

rowlingLa Rowling ha comunque creato un grande numero di personaggi totalmente positivi atti a equilibrare le situazioni: Ron e Hermione, in primis. I compagni di scuola di Harry, forse un po’ troppo sospettosi nei suoi riguardi ma comunque affezionati. La professoressa McGranitt, seria e di pietra ma capace a volte di commuoversi, una professoressa che conosce bene il suo mestiere e lo svolge con una bravura senza pari. Il buon Hagrid, terribilmente sepliciotto ma nel suo piccolo capace di cacciare frasi molto filosofiche e che guida Harry nel mondo crudo e reale in cui vive. In fin dei conti, la grande scacchiera della saga di Harry Potter su cui combattono gli esponenti del bene e del male in una grande lotta senza esclusione di colpi, non è uno scenario dove i due schieramenti sono fissi, ma spesso qualcuno passa dall’altra parte e la situazione viene completamente stravolta. Non è certo escluso che in futuro ci aspettino colpi di scena ancora più eclatanti. La Rowling garantisce.

Bukowski e gli scritti, parola di Alessandro Haber

haber-2Il 29 novembre al Teatro Vascello di Roma, andrà in scena Alessandro Haber con il proprio personalissimo Haberowski, recital di poesie di Charles Bukowski. noi dell’Out Out Magazine cogliamo l’occasione per offrirvi una panoramica sull’irriverente scrittore americano.

L’alcool, le donne, le scommesse sulle corse dei cavalli, la letteratura (le poesie e i racconti, soprattutto, molto spesso, questi ultimi, brevi ed essenziali nonché ottimale modalità espressiva nel complesso della comunicazione bukowskiana) sono costanti ineliminabili dell’esistenza di Charles Bukowski, elementi che tratteggiano la particolare weltanshauung dell’autore americano.

Senza di esse, certamente, lo scrittore di origini tedesche (era nato ad Andernach, in Germania, nel 1920) non avrebbe potuto scrivere capolavori assoluti della letteratura americana novecentesca come molte delle sue raccolte poetiche oppure i racconti delle Storie di ordinaria follia, del Taccuino di un vecchio porco e ancora libri che nel nostro Paese sono stati pubblicati anch’essi con titoli che rispecchiano pienamente lo stile di vita del loro autore: Compagno di sbronze o Musica per organi caldi.

charlesbukowskiDalle opere di Bukowski affiora costantemente un intento distruttivo: quello nutrito dall’autore nei confronti del sogno e dell’establishment americani. La nichilistica veemenza della prosa e della poesia di Bukowski è tale che difficilmente può essere riscontrata in altri autori della sua o di altre generazioni. Ben più che nelle opere di Burroughs, Carver, Kerouac, Ginsberg, Miller e Wallace, tanto per citarne alcuni, negli scritti di Bukowski la scrittura è aspra e diretta mentre i concetti e le situazioni (attinte il più delle volte, queste ultime, dalle reali esperienze di vita dell’autore) vengono presentati non solo assai crudamente ma addirittura ai limiti di una sgradevolezza che al lettore può apparire avvertibile anche sul piano fisico. Già questi pochi elementi valgono a certificare l’estrema originalità dell’opera di Bukowski.

Sotto questo profilo lo scrittore americano può essere considerato un caposcuola: anche per questo, nonostante possa essere riscontrata una molteplicità di punti di contatto, sul piano delle tematiche coinvolte, tra l’opera di Bukowski e gli scritti di autori come Corso, Ferlinghetti, Ginsberg e Kerouac, i suoi libri non possono essere considerati espressione della corrente letteraria della beat generation.

Illuminante, a questo proposito, il punto di vista espresso dallo stesso Bukowski: “Nei confronti della letteratura, quella con la elle maiuscola, Bukowski ostenta il più sovrano disprezzo. Dice che gli scrittori non lo interessano, che la letteratura moderna lo fa dormire. Tra i grandi del nostro tempo pochi si salvano, secondo lui: Celine, Dostoevskij, Nietzche. ‘Ormai non leggo altro’ confessa ‘che i risultati delle corse e la cronaca nera’” [Vincenzo Mantovani, nell’introduzione a Charles Bukowski, Poesie (1955-1973), Milano 2010, p. XII].

downloadIn un’opera che a diciassette anni dalla sua scomparsa continua a rimbalzare beffardamente attraverso il tempo fino ai nostri giorni, a presentarsi come una fedele e apocalittica descrizione dell’ambiente sociale e culturale in cui il suo autore si muove, Charles Bukowski paragona la poesia a una città. [Ho tratto il testo in italiano di questa poesia (intitolata Una poesia è una città) dal volume curato da Vincenzo Mantovani: Charles Bukowski, Poesie, cit., p.57]:

“…una poesia è una città piena di case e tombini/piena di santi, eroi, mendicanti, pazzi,/piena di banalità e di roba da bere,/piena di pioggia e di tuono e di periodi/di siccità, una poesia è una città in guerra,/una poesia è una città che chiede a una pendola perché,/una poesia è una città che brucia/ una poesia è una città sotto le cannonate/le sue sale da barbiere piene di cinici ubriaconi,/una poesia è una città dove Dio cavalca nudo/per le strade come Lady Godiva/[…]”.

La scrittura di Bukowski, si diceva, non solo quella dei romanzi e dei numerosi racconti, appare fluida e priva di qualsiasi trattamento edulcorativo. Tuttavia (è, questo, anche il caso della produzione poetica dell’autore americano), allo stesso tempo, essa si presenta al lettore non come dotata di una struttura casuale ma al contrario estremamente accurata nella scelta del lessico utilizzato e sul piano della presenza di tutti quegli elementi formali e di contenuto che concorrono alla definizione di uno stile poetico eccellente. Un esempio di quanto si asserisce viene fornito dalla poesia La casa [Contenuta anch’essa in: (a cura di) Vincenzo Mantovani, Charles Bukowski, Poesie, cit., pp. 8-10]:

“…costruiscono una casa/ a mezzo isolato di distanza/ e io sto qui seduto/ con le tende abbassate/ a sentire i rumori,/ i martelli che piantano i chiodi,/ toc toc toc toc,/ e il canto degli uccelli, e/ toc toc toc/ e vado a letto,/ mi tiro le coperte fino al mento […] e mi sembra che la gente non dovrebbe più costruire/ case,/ mi sembra che la gente dovrebbe smettere di lavorare/ e sedere in stanzette/ al primo piano/ sotto luci elettriche senza riparo;/ mi sembra che ci siano molte cose da dimenticare/ e molte da non fare/ e nei drugstore, nei market, nei bar/ la gente è stanca, non ha voglia/ di muoversi, e la sera io sto là in piedi/ e guardo attraverso questa casa e la casa/ non ha voglia di essere costruita; tra i suoi fianchi vedo i colli purpurei/ e le prime luci della sera,/ e fa freddo/ e mi abbottono la giacca/ e sto a guardare attraverso la casa/ e i gatti si voltano a guardarmi/ finchè non mi sento in imbarazzo/ e riprendo il marciapiede verso il Nord/ dove comprerò/ sigarette e birra/ e ritornerò nella mia stanza”

Questi versi fanno parte di una raccolta pubblicata negli Stati Uniti nei primi anni Sessanta. Essi costituiscono testimonianza eloquente di una esistenza condotta in modo ribelle e disordinato, fuori dagli schemi comunemente accettati, ai margini di una società che non si cura dell’individuo, che fagocita coloro che non si arrendono e chiunque non si adegui alle necessità della finanza e della produzione sfrenata che alimenta in modo abnorme l’accumulo di ricchezza e consumi che finiscono per diventare vani e fini a se stessi.

Bukowski ha lasciato apparentemente indomito il mondo in cui ha vissuto per settantaquattro anni. Tuttavia, al di là di ciò che potrebbe sembrare, le sue opere continuano a rappresentare testimonianza dell’estrema vulnerabilità e della profondissima umanità del loro autore.

La magia della Divakaruni: La maga delle spezie

la-maga-delle-spezieLa maga delle spezie di Chitra Barenjee Divakaruni, è uno di quei libri che non possono mancare nelle librerie di ciascuno di noi. E’ incantevole, delicato, magico. Possiede il sapore dell’oriente cercando di curare la frenesia e il disagio dell’occidente. Imprigiona lo sguardo tra le righe sottili della narrazione e ci porta a scoprire la misticità di una vecchia signora indiana: Tilo proprietaria di una bottega di spezie a Oakland, in California.

Come spesso accade, la verità è  nascosta alla vista: la vecchia Tilo è molto di più di una semplice commerciante indiana, lei è una maga, è la maga delle spezie. Tilo conosce tutti i segreti e i poteri che le spezie possiedono e sa come utilizzarli per aiutare gli altri. Una vita che ha scelto a costo di enormi sacrifici: non può uscire dala bottega, mai, per nessuna ragione; non può avere contatti fisici con i suoi clienti; non deve in nessun modo affezionarsi alle persone che aiuta e, cosa ancora più importante, non deve mai usare le spezie per scopi personali. Una vita dura che Tilo ha scelto consapevolmente quando si trovava sull’Isola per apprendere i misteri di questa arte. Una scelta che il destino ha deciso di mettere a dura prova facendo vacillare le certezze di Tilo con conseguenze che potrebbero rivelarsi terribili.

Come vi ho anticipato, La maga delle spezie è stato un acquisto fatto completamente al buio: da appassionato di cucina mi sono lasciato attrarre da questa copertina ricca di colori e, con un po’ di fantasia, di profumi. Sono contento di potervi dire che, nonostante il salto nel buio, sono rimasto molto soddisfatto da questo libro. Con le sue parole, Chitra Banerjee Divakaruni riesce a trasportarci in un mondo misterioso e magico dove le spezie sono signore incontrastate, le stesse spezie che noi quotidianamente utilizziamo in cucina per insaporire i nostri piatti. Tradizioni indiane, miti, leggende e credenze si mescolano alle storie dei diversi clienti che passano dalla vecchia bottega e alle contrastanti emozioni della stessa Tilo, sempre più soffocata dalla vita che si è scelta.

chitra-divakaruniDopo aver pubblicamente dichiarato la mia decisione di leggere questo libro sono stato avvertito che si trattava di un romanzo forse più adatto a un pubblico femminile e posso dirvi che questo è vero, ma solo in parte. Le descrizioni stupende, le ambientazioni quasi magiche, le tradizioni di una cultura così diversa dalla nostra possono essere apprezzate da qualsiasi lettore; mano a mano che la storia si evolve, e in particolar modo avvicinandosi alla conclusione, la parte più “rosa” prende effettivamente il sopravvento confermando gli avvertimenti che mi erano stati dati. Va comunque detto che non diventa mai dominante o eccessivamente romantica e sdolcinata: insomma, non aspettatevi un romanzo sentimentale.

Si tratta di un romanzo che va letto con calma, che richiede i suoi tempi – ve lo dice uno che è da sempre abituato a leggere un libro dietro l’altro – e questo non perché sia lungo o pesante, ma semplicemente perché ogni volta che si aprono le pagine di questa storia si viene trasportati in un luogo completamente diverso che vale la pena vivere senza fretta.

Consiglio La maga delle spezie a chi, uomo o donna che sia, abbia voglia di immergersi in un mondo fatto di profumi e magia perché, che ci si creda o meno, queste tradizioni sapranno sempre suscitare in noi una grande attrazione e un misterioso fascino.

(Libriinviaggio.com)

Il Cimitero di Praga: la storia in punta di penna

ilcimiterodipragaUn affascinante romanzo a tre voci che riassume, rielabora e approfondisce un periodo storico di fondamentale importanza, quello che va dalla metà dell’800 fino agli inizi del ‘900, un periodo che ha segnato un’epoca e che con le sue tensioni politiche, economiche e sociali definisce i prodromi di quelli che verranno considerati i più grandi sconvolgimenti della storia dell’umanità.

Come è nato tutto? Cosa ha portato l’uomo ad auto sterminarsi su così vasta scala con ben due Guerre Mondiali? Quali sono state le tensioni, i piani segreti, le macchinazioni dei singoli e il tessuto sociale su cui si è potuto inserire quel meccanismo che avrebbe portato alla morte violenta di decine di milioni di persone in meno di trent’anni?

Eco tenta di spiegarcelo, raccontando in maniera intelligente e brillante ciò che è stato agli inizi, quando nessuno avrebbe potuto sospettare le conseguenze di quanto si stava facendo, rivisitando (ma non reinventando) la storia europea di quegli anni, introducendo nel tessuto narrativo personaggi chiave per il destino del mondo, e dipingendo un quadro di insieme dalle tinte fosche, eppure nostalgiche e talora persino comiche, come solo una delle più abili penne del panorama letterario mondiale saprebbe fare.
Un lavoro dunque per metà romanzo e per metà documento storico, un lavoro profondo, intellettualmente appagante e sorprendentemente divertente che nella sua costante ricerca di un significato a ciò che è accaduto all’uomo, ciò di cui esso si è reso capace, ribadisce un concetto ormai a chiunque già noto, eppure mai così chiaro e lampante come in questa analisi: non contano le epoche, le credenze, l’intelligenza, la stupidità, la cultura e l’ignoranza, il virtuosismo o la turpe immoralità di alcuni, siano essi singoli individui o interi popoli, non contano le differenze sociali, politiche, militari o religiose tra stato e stato, tra uomo e uomo, non sono quelle, non sono loro a fare la storia; ciò che crea o distrugge la civiltà, ciò che plasma la nostra società adeguandola al tempo e al luogo è sempre stata (e sempre sarà) una sola cosa: i soldi, il denaro, e il potere che da esso ne deriva.

In nome di questo si formano alleanze, e si scatenano guerre, si eleggono capi e si sterminano i popoli, sotto il suo comando si piegano i vincitori e si umiliano i perdenti, si annullano i valori dell’uomo e della sua morale, si dimentica ciò che è stato e si ignora quel che sarà, al suo cospetto si tradiscono i propri ideali e si prega inginocchiati al fianco degli Dei, noi come loro, annichiliti dal suo potere temporale. E sia che lo si voglia o no, sia che per molti aspetti possa essere un male e per alcuni un bene, non ci si può fare nulla, poiché i soldi sono ciò che su grande e piccola scala ha sempre regolato, stabilito e determinato la vita e la morte degli esseri umani. Qualcuno potrebbe obbiettare, divagando, che le malattie sono un altro fattore determinante, ma non è forse vero che queste si sviluppano maggiormente in situazioni ambientali dove la povertà è più diffusa, non è forse vero che se si destinassero più fondi alla comprensione delle malattie, alle ricerca delle cure, si riuscirebbero a debellare più facilmente? Non c’è nulla da fare il denaro regola ogni cosa. Ma appunto non divaghiamo.

Ciò che si evince dal libro è che non solo il potere del denaro ha un effetto diretto sulla persona che ne entra (o cerca di entrarne) in possesso, ma ha anche un potere sugli altri, su ogni singolo aspetto della loro vita: ad ogni azione corrisponde una reazione, ad ogni alleanza una rottura, ad ogni mossa una contro mossa e dalla singola moneta che si mette in tasca l’uomo qualunque nascono e derivano un’infinità di azioni concatenate, talvolta buone talvolta cattive, che nel loro complesso formano lo scheletro e il tessuto su cui si sviluppa la nostra società.
Temi importanti dunque quelli discussi ne Il Cimitero di Praga, temi di grande, e ineluttabile, attualità eppure temi che si inseriscono perfettamente nel contesto storico della narrazione.

umbertoecoÈ estremamente difficile costruire una storia che tratti di questi argomenti ed è ancora più difficile costruirla in modo tale che si regga in piedi in ogni sua parte, che scorra senza intoppi e soprattutto che avvinca chi la legge; sì, è estremamente difficile, eppure l’autore ci riesce, grazie ad uno stile coraggioso ed istrionico che avvinghia il lettore alla vicenda, ma ancor più all’ambiente, alla cultura, e alle società dell’epoca che, seppur conosciute, mai prima d’ora erano parse così intriganti e romantiche.
In un film si diceva (e forse questa era l’unica cosa degna di nota in quel film) che Hemingway era un grande perché con i suoi romanzi era in grado di farci sentire il gusto delle cose. Bene anche Eco allora è “un grande” poiché al pari del suo predecessore anche lui riesce a farci sentire il gusto, non è tuttavia quello delle cose, ma è quello del tempo, è quello di un modo di vivere, è quello della storia.

Un libro dunque affascinante questo, dai contenuti importanti, se non essenziali, e che solo nel finale ad esser pignoli tende a perdere parzialmente il ritmo a causa di un’ eccessiva ridondanza; dettaglio comunque più che trascurabile considerato che al contrario può vantare uno dei più divertenti, coraggiosi e interessanti incipit della storia della letteratura.
Un libro quindi profondo, maturo, reale, scritto in uno stile accattivante e condito da una appena accennata (e forse proprio per questo così affascinante) italianità; un libro che dovrebbe essere letto nei licei al pari di altri testi formativi per far capire e riflettere (divertendo) di cosa è capace, e inevitabilmente sarà capace, l’uomo, per la gloria, il potere o anche semplicemente la possibilità di sopravvivere, e in fin dei conti come già ribadito per l’unico vero ed equo Dio in cui pare costantemente credere a scapito di tutto il resto, il denaro.

(Paolo Pizzi)

Lo scandalo intellettuale di Pier Paolo Pasolini

pasolini2Pier Paolo Pasolini è stato uno suscitatore di scandalo intellettuale. Prima poeta, poi romanziere, critico letterario, cineasta. Alla fine profeta polemista degli scritti corsari-luterani. Una stratificazione in tensione, una costante e poliedrica ricerca di affermazione. Sono suoi temi scottanti e alcune tra le più belle metafore simbolizzanti il periodo a cavallo tra i sessanta e i settanta: la scomparsa delle lucciole, il Palazzo, il processo alla Dc, la mutazione antropologica, il genocidio, lo sviluppo senza progresso, il neocapitalismo. Parole chiave per la lettura plurale di un cambiamento in atto, di un processo che travolge l’Italia secolare e la consegna a quella civiltà dei consumi dotata di un centralismo che non lascia più spazio alle culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie).

Ad imperare è il «modello televisivo» che impone un paradossale avvicinamento tra borghesia e sottoproletariato. I ragazzi sottoproletari si imborghesiscono e i borghesi si sottoproletarizzano. Un Potere dal volto «bianco», caratterizzato da una falsa tolleranza, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista quanto il consumatore. Nel 1963 dopo il mediometraggio La ricotta viene processato per vilipendio alla religione di stato, condannato a quattro mesi di reclusione e il film sequestrato. Alberto Moravia scriverà «L’accusa era quella di vilipendio alla religione. Molto più giusto sarebbe stato incolpare il regista di aver vilipeso i valori della piccola e media borghesia italiana».

Arriviamo al ’68 che Pasolini ha gia in corso da anni una sfida con l’autoritarismo. Con la religione, con lo stato, con i produttori di cultura e di spettacolo, con gli intellettuali organici e con le neoavanguardie, con l’idea tradizionale di famiglia, con il marxismo e il neomarxismo. Gli studenti possono essere eroi? Quegli studenti francesi e italiani che mettono in crisi la cultura marxista tradizionale ma anziché ricostruirla la rifiutano regredendo su posizioni risorgimentali. Non si tratta di una rivoluzione ma di una guerra civile, una guerra santa che la borghesia combatte contro se stessa. La polemica con il popolo dei contestatori diventa aspra dopo i fatti di Valle Giulia, la pubblicazione della poesia Il PCI ai giovani e l’appellativo dato agli studenti di “figli di papà” al contrario di chi si arruolava nella polizia che proveniva dal proletariato o dal sottoproletariato. Valle Giulia come episodio di lotta di classe rovesciato, in cui il vero nemico (il Potere) usa speculativamente classi di poveri contro classi di altri poveri. Pasolini accusa gli studenti di essere in ritardo, di non capire che il massimo di rivoluzionario che si può ottenere è applicare in modo radicale la democrazia.

Pier Paolo Pasolini è specchio del travaglio emotivo dell’Italia boom. Nell’anno della sua morte partorisce le immagini simboliche della società italiana: la scomparsa delle lucciole, il Palazzo, il Processo.

pasolini_lecceIl 1 febbraio 1975 il Corriere della Sera pubblica una straordinaria pagina poetico-letteraria intitolata Il vuoto di potere. Il poeta friulano, per distinguere le due fasi del regime democristiano (una prima come appendice del fascismo e una seconda in cui nasce un nuovo fascismo che sfugge al controllo del potere politico) pone una data-evento a metà degli anni sessanta e la chiama la «scomparsa delle lucciole». Tale eclisse è dovuta all’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Fino alla scomparsa delle lucciole «la continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è completa e assoluta, i “valori” che contavano erano gli stessi che per il fascismo: la Chiesa, la Patria, la famiglia, l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, il risparmio, la moralità. Tali “valori” (come del resto durante il fascismo) erano “anche reali”: appartenevano cioè alle culture particolari e concrete che costituivano l’Italia arcaicamente agricola e paleoindustriale. Dopo la scomparsa delle lucciole i “valori” nazionalizzati e quindi falsificati del vecchio universo agricolo e paleocapitalistico, di colpo non contano più. A sostituirli sono i “valori” di un nuovo tipo di civiltà, totalmente “altra” rispetto alla civiltà contadina e paleoindustriale, si tratta della prima “unificazione” reale subita dal nostro paese; […] del cambiamento dei potenti democristiani: in pochi mesi, essi sono diventati delle maschere funebri. Son certo che, a sollevare quelle maschere, non si troverebbe nemmeno un mucchio d’ossa o di cenere: ci sarebbe il nulla, il vuoto. La spiegazione è semplice: oggi in realtà in Italia c’è un drammatico vuoto di potere. Ma questo è il punto: non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé.
Come siamo giunti, a questo vuoto? O, meglio, “come ci sono giunti gli uomini di potere?”.
La spiegazione, ancora, è semplice: gli uomini di potere democristiani sono passati dalla “fase delle lucciole” alla “fase della scomparsa delle lucciole” senza accorgersene. Per quanto ciò possa sembrare prossimo alla criminalità la loro inconsapevolezza su questo punto è stata assoluta; non hanno sospettato minimamente che il potere, che essi detenevano e gestivano, non stava semplicemente subendo una “normale” evoluzione, ma sta cambiando radicalmente natura. Il potere reale procede senza di loro: ed essi non hanno più nelle mani che quegli inutili apparati che, di essi, rendono reale nient’altro che il luttuoso doppiopetto. Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola».

pier-paolo-pasolini-40-anni-dopo_image_ini_620x465_downonlyAltro pezzo celebre è Fuori dal Palazzo, 1 agosto 1975, Corriere della Sera. La radice nell’esame della letteratura giornalistica assorta su ciò che accade «dentro il Palazzo». Della gente invece pare si occupino solo gli istituti di statistica, la pagina della cronaca dei giornali ospita titoli anacronistici. Ciò che avviene «fuori dal Palazzo» è infinitamente più avanzato di ciò che accade «dentro». I potenti del Palazzo, e coloro che li descrivono, si muovono come atroci, ridicoli, pupazzeschi idoli mortuari. E’ uscendo «fuori dal Palazzo» che si ricade in un nuovo «dentro»: il penitenziario del consumismo, i cui protagonisti sono i giovani formati in questo periodo di falsa tolleranza e falso progressismo, «con un’ironia imbecille negli occhi, un’aria stupidamente sazia, un teppismo offensivo e afasico – quando non un dolore e un’apprensività quasi da educande, con cui vivono la reale intolleranza di questi anni di tolleranza». La realtà è nella cronaca ed è più avanti della storia di comodo. Ma questa cronaca vuole i giovani sconvolti in una crisi di valori, perché il potere, creato dalla generazione dirigente, ha distrutto ogni cultura precedente, per crearne una propria, fatta di pura produzione e consumo, e quindi di falsa felicità.

Con un articolo del 24 agosto 1975 Pasolini celebra un paradossale “Processo” alla classe politica democristiana. I capi d’accusa: «indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità. questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori». «I potenti democristiani che ci hanno governato negli ultimi dieci anni non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei vent’anni precedenti (traendone peraltro tutti i possibili profitti) e che la nuova forma di potere non sapeva più (e non sa) che cosa farsene di loro».