Harry Potter, il bene e il male

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Ad una settimana dall’uscita nelle sale di Animali Fantastici e dove trovarli e dall’ennesimo capitolo (corre voce e giuramento che sia l’ultimo) della saga, Harry Potter e la maledizione dell’erede, ci siamo imbattuti in un’analisi circa il bene e il male nell’epopea della Rowling. Se qualcuno soterrà che l’articolo appare prolisso, ricordiamo che è nulla a confronto degli 8 capitoli della Storia per eccellenza.

La copertina dell’edizione italiana di Harry Potter e la Pietra Filosofale potrebbe riassumere praticamente tutto quello che è la saga del piccolo, grande maghetto inglese: una scacchiera su cui si muovono numerosi personaggi ben delineati, alcuni dei quali giocano dalla parte del Bene, altri dalla parte del Male. In effetti, l’eterna lotta tra questi due schieramenti è sempre stata da sfondo a buona parte delle storie fantasy e Sf-fantasy (in questo genere, per intenderci, figurano Star Wars e Dune): lungi dall’essere una semplificazione grossolana della vita, la divisone tra Bene e Male è una divisione che esiste anche nel nostro mondo, sebbene non delineata con esattezza. Nelleopere fantastiche Bene e Male sono divisi col coltello, per ragioni di trama e anche come significato ‘allegorico’: si vuole praticamente mostrare al pubblico che questi due modi di vivere esistono anche ora, sebbene nascosti e camuffati. Però, diversamente dalle opere fantasy pure alla Tolkien, in Harry Potter tale divisione è molto meno accentuata di quanto si possa pensare, perché spesso e volentieri i ruoli vengono stravolti e i cattivi diventano buoni, e viceversa.

harry-potter2Nel primo romanzo ci vengono mostrati tre personaggi subito inseriti in un contesto negativo: i Dursley, la famiglia adottiva di Harry. Lo zio Vernon, la zia Petunia e il cugino Dudley trovano ogni buona occasione per dare fastidio al povero Harry, bistrattandolo come non mai. Le loro figure sono pesantemente negative, anche troppo, ma questo espediente è stato usato dalla Rowling per utilizzare i Dursley più che altro come figure comiche: in effetti il loro comportamento finisce il più delle volte per creare straordinarie gag nel confronto tra il mondo ‘normale’ e quello della magia. I Dursley non sono stati creati solo per essere odiati, ma anche e soprattutto per mostrare il confronto diretto tra questi due mondi in modo volontariamente comico. L’atteggiamento superiore e sprezzante dei parenti adottivi di Harry è un modo (alquanto discutibile, è vero) di scaricare la loro invidia: in fin dei conti, ci ritroviamo un Vernon benestante ma sempre in lotta con le anormalità, una Petunia chiusa tra quattro mura domestiche e che sfoga la propria frustrazione con i pettegolezzi, e un Dudley obeso da far paura, sempre sull’orlo della bocciatura e un po’ consapevole nel suo subconscio che non sarebbe male assomigliare ad Harry. Visti così, viene quasi da compatirli!

Il personaggio del professore di pozioni Severus Piton è sicuramente il migliore di tutti. Detestato da buona parte del pubblico giovanissimo, idolatrato dai fan più ‘anziani’, è un vero e proprio cattivo da operetta se non per il fatto che lui non è realmente un servo del Male, anzi! Piton, perfettamente impersonato anche nel film, sembra il classico modello non solo dell’Insegnante Da Detestare, con le sue preferenze, i suoi odi personali e il modo in cui mette in difficoltà gli alunni che non sopporta, ma anche un ottima rappresentazione del Male. In realtà, scopriamo che lui, sebbene un tempo seguace del cattivo per eccellenza Voldemort, è poi tornato sui suoi passi e nonostante tutto non sembra aver mai avuto ripensamenti e nemmeno voglia di tornare dal suo padrone una volta che questo è risorto (pur consapevole del destino che lo attende se Voldemort lo trovasse). Piton è un personaggio degno di un’opera di Shakespeare: si trova infatti in tutti i romanzi a dover affrontare una lotta interiore tra il voler danneggiare il più possibile Harry, in memoria del diabolico scherzo compiuto ai suoi danni dal detestato padre di quest’ultimo, e il volerlo salvare dalle mire dei seguaci di Voldemort, per sdebitarsida come il padre di Harry lo salvò dalla morte certa. Nonostante tutto, comunque, i confronti tra Piton ed Harry sono sempre a dir poco entusiasmanti, e il comportamento altezzoso del professore di pozioni dà vita a momenti molto esilaranti (specialmente nel 2° libro, nelle numerose schermaglie con il vanesio professor Allock). Certo, a volte il suo modo di fare è esasperante, e nessuno sicuramente lo vorrebbe mai come insegnante! Tuttavia, Piton è
l’esempio più lampante di come nelle opere della Rowlling non tutti sono quel che
sembrano.

lord-voldermort“Cattivo” per eccellenza rimane comunque Lord Voldemort, nemico principale di tutta la serie, rimasto un po’ in sordina nei primi libri ma che sicuramente darà il meglio di se nei seguiti. Nel primo romanzo ci appare solo la sua faccia, poiché il suo potere è ancora troppo debole per poter avere un corpo. Sia nel secondo che nel terzo libro di Voldemort ci sono solo pochi accenni (sebbene nel secondo vi compaia, pur se non ‘dal vivo’). E’ solo nel Calice di Fuoco che il più terribile dei maghi oscuri ritorna al suo antico potere e si mostra a noi in tutto il suo fulgore. Voldemort è una figura totalmente negativa, non ha nel suo cuore (ammesso che ne abbia uno) un minimo di rimorso, uccide più che altro per il piacere di farlo, si attacca disperatamente alla vita in ogni modo pur di rimanere il più possibile in questo mondo per danneggiarlo. Per lui non si prova che odio e terrore. Per il personaggio di Voldemort, la Rowling pare aver tratto ispirazione dai vecchi cliché dei romanzi fantasy, creando un cattivo più fisico e meno potente di quello di Tolkien, ma comunque all’altezza di impersonare il Nemico per antonomasia della saga.

Totalmente negativi sono anche i seguaci di Voldemort, il professor Karkaroff, e i ‘nemici’ di scuola di Harry: Malfoy, Tiger e Goyle. Certo, questi ultimi non hanno nulla da spartire con la crudeltà di Voldemort, ma in loro non c’è niente di positivo. Probabilmente la Rowling ha creato questi personaggi per rendere più simile la vita di Hogwarts a quella delle nostre scuole agli occhi del pubblico più giovane. Le figure classiche del professore odioso e dei compagni odiosi sono infatti presenti nella saga. Un altro personaggio scolastico ritratto a tinte negative è Gazza, il custode. Si tratta in realtà di una figura estremamente simpatica, con la sua passione per le punizioni, il suo amore per il gatto Mrs. Purr, le sue idiosincrasie; inoltre, Gazza è perfettamente rappresentato anche nel film, dove si mette più in luce il suo aspetto leggermente sadico. Il suo ‘odio’ per gli alunni è comunque spiegato dal fatto che egli non è un mago, cosa che lo rendo invidioso verso tutti gli aspiranti maghi della scuola.

peter-minusMolto controversi sono i personaggi di Peter Minus e Cornelius Caramell. Peter Minus è protagonista di uno dei maggiori stravolgimenti di trama nel terzo libro: egli prima viene descritto come un eroe sacrificatosi per amore dei Potter, poi si trasforma in un subdolo e odioso traditore, responsabile dell’uccisione dei genitori di Harry! La Rowling ci mostra in pieno il carattere viscido di questo personaggio quando striscia ai piedi di Harry cercando di convincerlo della sua innocenza. Minus è anche responsabile di una delle migliori azioni di Harry, il perdono che è capace di concedere all’indiretto assassino dei suoi genitori! Peter Minus è però un personaggio indegno della minima compassione, e lo notiamo quando ritorna da Voldemort divenendo il suo nuovo primo seguace. Si tratta di un comportamento deplorevole, che dimostra come Minus abbia rifiutato la sua ultima possibilità di redimersi e rendendo definitiva la sua caduta al male. Diversamente da questo, Cornelius Caramell non viene presentato come un personaggio cattivo. Il Ministro della Magia, infatti, ci appare come un uomo simpatico, ingenuo, un po’ confuso e con le sue manie, spesso incapace di prendere decisioni, ma comunque una brava persona. E’ solo nel quarto libro, quando rifiuta totalmente di credere nel ritorno di Voldemort e giunge a insultare Silente, che ci rendiamo conto di cosa sia in realtà: non un simpatico ometto che si prende troppo sul serio, ma un burocrate inetto troppo attaccato al mondo in cui vive e alla poltrona che occupa. La migliore descrizione ce la fa lo stesso Harry: “Davanti a lui c’era un piccolo mago iroso, che si rifiutava categoricamente di accettare l’idea che il suo comodo mondo tranquillo potesse venire turbato.”

silenteTotalmente contrapposto a Caramell è Silente. Il preside di Hogwarts è l’incarnazione perfetta dei migliori ideali dell’umanità: è saggio, disponibile, si fida ciecamente delle persone a cui ha dato fiducia, sa sempre cosa fare e come agire in ogni situazione. Inoltre, spesso e volentieri possiede un grande humour che lo fanno scendere da quel ruolo quasi divino a un normale essere umano, o meglio a un normale mago. In realtà, Silente è un punto fermo in mezzo all’oceano di confusione degli eventi della saga. Egli infonde una grande sicurezza sia ai personaggi, sia ai lettori. E’ l’unico mago abbastanza potente, infatti, da poter spaventare Voldemort. Ma c’è un piccolo particolare inquietante che traspare dalle ultime pagine del Calice di Fuoco: mentre Harry spiega a Silente il metodo usato da Voldemort per risorgere, specificatamente quando parla del fatto che il mago oscuro sia riuscito a toccarlo senzafarsi male, notiamo nel preside di Hogwarts: “qualcosa di simile a un lampo di trionfo”. La Rowling, sottoposta a una domanda su questo punto del libro in un’intervista, ha usato parole molto enigmatiche. Un colpo di scena prossimo che potrebbe cambiare tutto? Silente potrebbe non essere proprio quello che crediamo? E’ estremamente improbabile, ma tutte le ipotesi sono aperte.

Sempre parlando di professori, ci sono due personaggi che non sono quel che sembrano: i docenti di Arti Oscure Raptor (nel primo libro) e Allock (nel secondo). Raptor è un personaggio totalmente asservito al male, che sa camuffare bene la sua crudeltà ma che spesso cede alla disperazione e alla paura di servire Voldemort. In certi momenti sembra volere abbandonare tutto, ma sa di non poterlo fare e alla fine, nel confronto con Harry per impossessarsi della pietra filosofale, mette in gioco tutta la sua spietatezza e ferocia senza mezzi termini. Allock invece non ha niente a che fare con Voldemort: in fin dei conti, nella trama del secondo romanzo, la scoperta del suo imbroglio finisce per passare in secondo piano rispetto ai grandi eventi che si stanno per verificare. Sembra quasi di leggere uno di quei libri gialli in cui, assieme al vero colpevole, si scoprono altri rei che si sono macchiati di crimini meno gravi e inutili ai fini della trama. Allock è una figura terribilmente comica, la migliore forse creata fino ad ora della Rowling. E’ un personaggio comunque fondamentale per alleggerire spesso i toni troppo prematuramente cupi della Camera dei Segreti. Tra coloro che ci vengono definiti come ‘cattivi’ abbiamo anche i Dissennatori:i guardiani di Azkaban, succhiatori di emozioni, sono usati dal Ministero della Magia come carcerieri impareggiabili, ma sono anche tra le peggiori creature del Male. I loro scopi sono solo superficialmente benigni: essi fanno sì la guardia ai prigionieri di Azkaban, ma al solo scopo di succhiare loro le emozioni. Silente sa bene come i Dissennatori siano pericolosi, al punto che nel quarto libro cerca di convincere Caramell a licenziarli. In effetti, se i Dissennatori si unissero a Voldemort i prigionieri di Azkaban verrebbero liberati e tornerebbero a servire il Signore Oscuro! I Dissenatori sono però più che altro cattivi per necessità: il loro succhiare emozioni sembra più una specie di istinto naturale come quello degli animali che un modo di servire il male coscientemente come Voldemort.

rowlingLa Rowling ha comunque creato un grande numero di personaggi totalmente positivi atti a equilibrare le situazioni: Ron e Hermione, in primis. I compagni di scuola di Harry, forse un po’ troppo sospettosi nei suoi riguardi ma comunque affezionati. La professoressa McGranitt, seria e di pietra ma capace a volte di commuoversi, una professoressa che conosce bene il suo mestiere e lo svolge con una bravura senza pari. Il buon Hagrid, terribilmente sepliciotto ma nel suo piccolo capace di cacciare frasi molto filosofiche e che guida Harry nel mondo crudo e reale in cui vive. In fin dei conti, la grande scacchiera della saga di Harry Potter su cui combattono gli esponenti del bene e del male in una grande lotta senza esclusione di colpi, non è uno scenario dove i due schieramenti sono fissi, ma spesso qualcuno passa dall’altra parte e la situazione viene completamente stravolta. Non è certo escluso che in futuro ci aspettino colpi di scena ancora più eclatanti. La Rowling garantisce.

Il Camaleontico Novecento di ZELIG

seliglocZelig di Woody Allen è un saggio quintessenziale sul Novecento: anche solo per questo grande è la sua rilevanza didattico-culturale.

Intorno al personaggio di Leonard Zelig, Woody Allen costruisce infatti il paradigma del rapporto tra verità e finzione:

– sul piano linguistico e propriamente filmico
– sul piano narrativo
– sul piano filosofico
– sul piano storico-culturale

Il film, del 1983, diviene un modello testuale per tutti i cineasti che a vario titolo e con varie finalità si misureranno con il meta-cinema e con tecniche di manipolazione audiovisiva sempre più raffinate: da Stone a Zemeckis e Spielberg, per restare agli statunitensi. Il film è dunque essenzialmente un saggio metalinguistico: ecco perché è un saggio sul Novecento.

Riepiloghiamo schematicamente alcune questioni in merito. A metà del XIX secolo, con l’invenzione della fotografia, l’uomo trasferisce alla tecnologia il compito di rappresentare “oggettivamente” la realtà fuori di sé. La separazione tra soggetto che conosce/descrive/rappresenta e oggetto da conoscere/descrivere/rappresentare, grazie ad un dispositivo artificiale, sembra marcarsi con nettezza.

Ma si tratta di una illusione prospettica: tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, grazie alle applicazioni degli studi teorici sulle proprietà del radio, per la prima volta, l’uomo può guardare dentro di sé: da vivo. E “rappresentare il non visibile”. Così, la distanza tra soggetto e oggetto si accorcia repentinamente e imprevedibilmente: “l’uomo non incontra altro che sé stesso” (Heinsenberg). L’indagine su qualunque “oggetto”, umano o naturale, procede in dipendenza necessaria dalla tecnologia: la divaricazione natura-cultura si è annullata al punto che l’uomo per procedere nella conoscenza modifica l’oggetto stesso della conoscenza e forza le “leggi di natura” che sembrano regolare i fenomeni. Principio di indeterminazione, teoria della relatività, psicoanalisi: il “nuovo rinascimento scaturito dalla crisi dei fondamenti squaderna uno scenario del tutto inedito in cui il concetto stesso di unicità risulta paradossale.

Nella realtà “naturale” e “umana” così come nell’arte. Nel mondo fisico i modelli di rappresentazione del macrocosmo risultano inapplicabili al microcosmo. Nella realtà sociale l’uno si fa massa. Nella realtà esistenziale l’uno si sdoppia, anzi si moltiplica. Nell’arte, la rappresentazione dell’evento cede il posto alla rappresentazione della forma (dell’evento). Assoggettato al molteplice, l’uno riemerge come “fenomeno”: la sola arte possibile consiste nella autospettacolarizzazione, nel sur-reale.

zelig2La genialità del “Leonard” novecentesco di Woody Allen si attua nella moltiplicazione del sé e parla il linguaggio della comunicazione depistatrice, pervasiva e babelica dei media. Il camaleontismo del personaggio coincide (e si racconta mediante) il mimetismo del suo autore. Segnati, in quanto appartenenti al genere umano, dallo stesso dolore storico ed esistenziale, aspirano entrambi – personaggio e autore – a dare significato ad un talento incontrollabile e sfuggente, ambiguo e malleabile, per molti versi in-consapevole e in-autentico.

La domanda-chiave diventa dunque: si può documentare l’inautentico? In “Zelig”, Allen risponde alla domanda con gli attrezzi del cineasta, l’immaginazione del narratore, l’ironia del critico, la consapevolezza dello storico, la problematicità del filosofo.

Leonard è la vittima predestinata: o della nullificazione affettiva o della reificazione totalitaria o della spettacolarizzazione mediatica. Leonard Zelig è un ebreo americano povero, nato a Brooklin, presumibilmente nel 1900. I suoi genitori non lo difendono mai, anzi: gli addossano sempre “la colpa di tutto”. Vive a New York, la grande mela del melting pot americano. Comincia ad “esistere” quando, ancora giovane ma già adulto, viene colpito da una ignota sindrome di mimetismo camaleontico: fisico, culturale, ideologico, ecc… e, arrestato in circostanze poco chiare e con accuse grottesche, finisce sui giornali “sotto forma” di notizia. Riconosciuto come “malato”, diventa cavia della ricerca scientifica e strumento delle lotte accademiche.

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Tra i tanti medici-maschi, si fa caparbiamente largo una donna: Eudora (=i doni buoni) Fletcher che volge su Leonard (per la prima volta?) uno sguardo materno. Eudora è interessata al malato in quanto “Leonard” e non a Leonard in quanto “malato”: si domanda dunque come guarirlo e non come spiegare la malattia. Leonard si sottopone a terapia analitica: il transfert comincia a dare buoni frutti. Ma Leonard, “uomo alla moda”, viene cinicamente abbandonato dalle “autorità” alla sorella e al cognato (“sono forse il custode di mio fratello?”, domanda Caino) che diventano i suoi carnefici sfruttandone la notorietà ed esibendolo come fenomeno da baraccone.
Solo Eudora tenta di invano di proteggerlo. Vorrebbero sposarsi. Ma il cortocircuito tra spettacolarizzazione e mercificazione produce nel “pubblico” un interesse parossistico e scandalistico per il fenomeno. Leonard non regge emotivamente. Fugge dagli USA e dalla sovraesposizione della morsa mediatica e trova rifugio in Europa. Ma dove? Nell’anonimato della massificazione totalitaria! Eudora lo cerca. Lo trova a Berlino. Dove, precisamente? Ad una adunata nazista, alle spalle di Hitler. Lo trae in salvo e insieme trasvolano l’oceano su un piccolo aereo, a testa in giù. Accolti trionfalmente a New York come eroi, Eudora e Leonard si cristallizzano nel mito perché la normalità è un’astrazione.

Il film Zelig è una fiction che svolge il tema del documentario e lo fa mescolando magistralmente tutti i possibili materiali visivi e sonori e conducendo lo spettatore in una dimensione labirintica in cui il tempo (gli anni ’20 e ’30 e il presente) e lo spazio (America e Europa) della narrazione si dilatano e si comprimono nei passaggi misteriosi e nei percorsi senza uscita creati dal montaggio di materiali “veri”, cioè “d’epoca”, con materiali “falsi”, cioè realizzati ad hoc.

zeligLo fa depistando continuamente lo spettatore con didascalie fuorvianti come quella iniziale in cui si ringraziano “per il seguente documentario” un personaggio inventato, la “sorella vivente” di Eudora Fletcher (interpretata dalla madre reale di Mia Farrow, a sua volta interprete di Eudora), e personalità della cultura come il premio Nobel Saul Bellow o la scrittrice Susan Sontag.

Il film racconta la storia di Leonard Zelig ricostruendola:

– a colori attraverso “testimonianze” di contemporanei di W. Allen: alcuni noti, altri no
– in b/n attraverso cinegiornali e filmati d’epoca autentici montati con altri falsi girati ad hoc
– in b/n attraverso spezzoni di fiction d’epoca utilizzate come immagini documentarie
– in b/n attraverso foto d’epoca autentiche manipolate e altre false scattate ad hoc
– in b/n attraverso giornali d’epoca autentici manipolati e altri falsi stampati ad hoc
– in b/n attraverso la realizzazione di una falsa fiction “d’epoca” che racconta la storia romanzata di Zelig
– con la voce fuori campo di un narratore con timbro da commentatore di cinegiornale
– con la voce fuori campo (di Zelig o di altri) manipolata per contraffare una “registrazione d’epoca”
– con didascalie esplicative fuorvianti o tautologiche
– con sottotitoli (per le versioni doppiate)
– con l’introduzione di falsi oggetti “d’epoca” nelle riprese (gadgets, indumenti, balli, canzoni, ecc

In Zelig, Allen esercita poi il suo talento di narratore e sperimenta virtuosisticamente diversi generi:

– l’informazione giornalistica e radiofonica (alludendo maliziosamente a quella televisiva)
– l’informazione documentaristica
– il romanzo e il film d’appendice
– il racconto storico e di costume
– l’intervista
– il resoconto scientifico
– la tradizione religiosa
– sul piano propriamente meta-narrativo: la parodia e la satira, l’autobiografismo, la critica

Leonard Zelig è un personaggio surreale che attraversa la Storia reale.
La verosimiglianza (come direbbe Manzoni), o addirittura l’autenticità dei personaggi che fanno coro a Leonard Zelig, permette all’intellettuale ebreo Allen Konisberg, in arte Wody Allen, di raccontare eventi e passaggi storici cruciali e di sottolinearne la drammaticità con consapevolezza ex post.
Gli eventi sono quelli decisivi che “impostano” il corso del Novecento e alimentano ancora vigorosamente il dibattito storico (il film è dell’83, ovvero precede – e anticipa con sorprendente sensibilità – la fase del “crollo delle ideologie”).
Gli eventi a volte sono esplicitati, a volte sono allusi. Nel primo caso sono inestricabilmente legati ai “luoghi” in cui sembrano svolgersi.

Relativamente a questo aspetto rimandiamo sostanzialmente alle considerazioni introduttive, soprattutto per quanto riguarda le antitesi verità/finzione, realtà/irrealtà, vita/arte, ecc..

Ricordiamo tuttavia la rilevanza, nel Novecento e fino ad oggi, della riflessione sul rapporto tra massa e potere, e specificamente sul ruolo che i mezzi di comunicazione di massa hanno svolto e svolgono nell’orientare/condizionare tale rapporto (si vedano al proposito: W. Reich, La Scuola di Francoforte, Lyotard, La condizione post-moderna; e specificamente per il cinema: R. Renzi, Il cinema dei dittatori).

Né secondaria è la riflessione sui risvolti sociologici, ideologici ed etici derivati dalla diffusione (di massa?) della psicoanalisi; e tanto meno lo è quella relativa ai legami della scienza e della tecnologia con l’economia e la politica.

(Giovanna Gliozzi)

“Piacere, Ettore Scola”, in mostra al Museo Bilotti di Roma

ettore-scolaLa lettera dei fratelli Capone in Totò, Peppino e la malafemmena, che il regista aveva contribuito a scrivere, la sua sedia sul set di Che strano chiamarsi Federico, un telex di solidarietà a Martin Scorsese, il macinacaffè di Una giornata particolare, il costume di Troisi in Il viaggio di Capitan Fracassa. Sono alcuni fra gli oggetti, che insieme a centinaia di foto, lettere, dischi, sceneggiature, disegni, premi, tracciano il percorso di ‘Piacere, Ettore Scola’, la mostra omaggio al cineasta, aperta dal 17/9 al’8/1 al Museo Carlo Bilotti di Roma. Un’esposizione promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai beni Culturali, prodotta da Show Eventi con Cityfest (Fondazione Cinema per Roma), per la quale il regista, scomparso a gennaio, aveva aperto ai giovani curatori, Marco Dionisi e Nevio de Pascalis, i suoi archivi in occasione del primo allestimento, nella sua terra natale, l’Irpinia, nel 2014. Dopo Roma, è stata chiesta da Milano e Parigi.

Luogo

Museo Carlo Bilotti

Orario

dal 17 settembre 2016 all’ 8 gennaio 2017
secondo i seguenti orari:
dal 17 al 30 settembre 2016
da martedì a venerdì ore 13.00 – 19.00
(ingresso fino alle 18.30)
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00
(ingresso consentito fino alle 18.30)
dal 1 ottobre all’8 gennaio 2017
da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00
(ingresso consentito fino alle 15.30)
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00
(ingresso consentito fino alle 18.30)
24 e 31 dicembre ore 10.00-14.00
Chiuso lunedì, 25 dicembre, 1 gennaio

Ingresso gratuito

Informazioni: 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)

Promotori
Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale
Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Show Eventi Arte
Fondazione Cinema per Roma/Cityfest

Mostra a cura di
Marco Dionisi e Nevio De Pascalis

Project manager
Leopoldo Chizoniti

Con la collaborazione di
MasterCard Priceless Rome

Servizi Museali
Zètema Progetto Cultura

Charlie Chaplin: il silenzio del corpo

chaplin-charlie_01Bombetta e bastone, scarpe larghe e sfondate, giacca del frac striminzita e pantaloni troppo larghi; in parole povere la vera icona del cinema muto :Charlie Chaplin. Attore, regista, sceneggiatore, compositore e produttore britannico, inizia la sua carriera cinematografica nel 1914, con la Keystonedi Mack Sennet. Dopo una serie di interpretazioni da spalla, assurge a protagonista nel film “Making a living” in cui comincia a caratterizzare il personaggio del vagabondo Charlot che gli regalerà fama mondiale. Il bizzarro abbigliamento, i baffetti e la camminata ondeggiante tratteggiano un insieme stridente fatto di una paradossale eleganza che fa a pugni con la povertà e la miseria espresse dalle condizioni degli abiti. La mimica marcata, il portamento spesso pomposo e la gestualità creano contrasto con l’ ambiente cui appartiene il personaggio.

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Con i successivi film riesce a sviluppare e perfezionare ancor meglio il personaggio di Charlot: l’ analisi sociale si fa più precisa e la poetica del vagabondo acuisce la sua vena antiborghese e anarchica. Riesce, inoltre, a evidenziare sempre meglio la condizione umana ed esistenziale del personaggio, marcandone la solitudine nei rapporti con un ambiente che ci viene mostrato satiricamente, fino ad esprimere un giudizio sulla società che si fa esplicitamente ideologico e politico. Sono proprio i temi della politica e della satira sociale che prenderanno il sopravvento fino a riguardare il sistema capitalistico, come in “Tempi moderni” o addirittura la dittatura nazista, in “Il grande dittatore”. Ma lo scisma causato dalla seconda guerra mondiale segna una svolta nell’ opera di Chaplin, che spingerà la sua vena sarcastica e amara oltre il personaggio di Charlot, fino alla nascita di un nuovo personaggio, il crudele e cinico Monsieur Verdoux. Nel 1952 realizza poi una sorta di autobiografia con “Luci della ribalta”, nella storia del clown Calvero che sembra ricordare, in una amara metafora, la vita dello stesso Chaplin.

City_Lights_posterPartiamo da “Luci della città”, film del 1931 scritto, prodotto, interpretato e diretto da Chaplin e, senza dubbio, il mio preferito. Girato nel periodo in cui il sonoro era entrato a far parte del cinema, tuttavia resta un film muto a causa della decisione di Chaplin che non vuole rinunciare a quella pantomima che ha fatto la sua fortuna. Qui l’aspetto sentimentale di Charlot fa si che la comicità si fonda con l’ amarezza, in una storia d’ amore e pietà che ci tiene incollati allo schermo fino alla fine, tra tante risate e pura commozione.

modern-times-posterPassiamo poi a “Tempi moderni”, film del 1936 prodotto, diretto e interpretato da Chaplin. Pur contenendo alcune scene sonore, questo resta un film muto ed è anche l’ unico in cui possiamo ascoltare la voce di Charlot in una improvvisata e inventata versione della Titina. E’ questo un film in cui Chaplin vuole descrivere e mostrare la meccanizzazione e lo sfruttamento dell’ individuo, restando comunque nel genere comico e lasciandoci con un senso di speranza verso il futuro, che in questi tempi duri non guasta!

The_Great_Dictator_posterInfine parliamo de “Il grande dittatore”, film sonoro del 1940, diretto, prodotto e interpretato magistralmente dal nostro Chaplin nel doppio ruolo del barbiere ebreo e del dittatore Adenoid Hynkel, chiara trasposizione di Adolf Hitler. Il film è una vera e propria satira politica, un’ allegoria del conflitto tra il collettivo e il singolo, tra l’ individualismo del singolo e il totalitarismo del sociale nelle sue diverse forme.

Il cinema di Chaplin è del tutto personale e originale. Riesce ad amalgamare nelle sue opere diversi elementi culturali e forme espressive specifiche, come la pantomima e il circo, portandole ad un livello altissimo. Nei suoi film troviamo sia i meccanismi del puro cinema comico (l’ imprevedibilità, lo sconvolgimento della logica, la stilizzazione dei gesti), sia la ribellione dell’ individuo. Si va dalla normalità della vita borghese, con le sue regole e convenzioni che Chaplin riesce a rendere grottesche, alla visione di una società intesa come un limite per l’ individualità.

Chaplin è stato sicuramente una delle personalità più influenti del cinema muto, adulato e al tempo stesso criticato, soprattutto per le sue idee politiche. Ma la maschera di Charlot e la sua comicità restano di sicuro l’elemento universale dell’ opera Chapliniana, nonché un’icona che rimane fino a noi.

(Enza Murano)

Zbigniew Rybczynski a ritmo di Tango

zbigniew-rybczynskiE’ fuor di ogni dubbio il fatto che Zbigniew Rybczynski sia uno dei più acuti sperimentatori nell’uso del linguaggio audiovisivo. La sua grandezza non consiste solo in un approccio denso di curiosità nei confronti dello sviluppo tecnologico ma anche, e soprattutto, nella sua capacità di piegare la perizia nell’uso di strumentazioni sempre più moderne al servizio della poesia. In tal senso, Rybczynski è un autore costantemente in avanti rispetto al lavoro dei suoi colleghi. Il suo sguardo non è mai volto all’indietro, il suo spirito creativo sempre teso verso aperture culturali ed intellettuali assolutamente innovative.
E’ dunque uno spirito libero che, nonostante il trasferimento negli Stati Uniti, non ha mai cercato, almeno fino ad oggi, una facile realizzazione professionale in una cinematografia di tipo commerciale. Ciò che interessa a questo videomaker-regista è far evolvere il proprio stile e il proprio percorso artistico in parallelo ai cambiamenti che la tecnologia gli presenta. La sua, dunque, è un’operazione che viene messa in pratica nell’ambito di un linguaggio, quello audiovisivo, che gli offre spunti creativi incredibili e che contemporaneamente si nutre delle sue invenzioni.

zbig_rybczynski-film_video-rarovideoL’arte di Zbigniew Rybczynski non è nota al di fuori del ristretto mondo degli addetti ai lavori, nonostante il suo nome sia venuto alla ribalta quando nel 1980 vinse il premio Oscar per il miglior cortometraggio con il capolavoro Tango (1982).
La pubblicazione da parte di RaroVideo del cofanetto intitolato Zbig Rybczynski Film & Video è un vero e proprio piccolo evento che forse potrebbe contribuire a far conoscere questo grande talento in maniera più consona al suo valore. L’opera è composta da due dvd nei quali sono stati inseriti dieci lavori del regista polacco e due extra di notevole interesse, tra cui spicca l’autointroduzione nella quale lo stesso cineasta spiega al fruitore il senso dei suoi esperimenti visivi. Insieme ai Dvd viene proposto un breve ma intensissimo studio critico curato da Bruno Di Marino che ripercorre in modo convincente e fruibile parte della filmografia di questo genio visionario.

zbigniew_rybczynski_tangoA Rybczynski interessa la rappresentazione di un’azione dinamica in uno spazio circoscritto, cioè l’articolazione complessa di movimenti multipli in ambienti apparentemente quasi claustrofobici. Non si tratta solo di uno sterile esercizio tecnicistico ma di una sorta di analisi delle varianti esistenziali all’interno di un luogo nel quale la vita può fluire secondo comportamenti diversi e contrastanti. Questa intenzione è visibile chiaramente in Tango, cortometraggio nel quale l’intreccio sovrabbondante e “barocco” di azioni permette di affrontare un discorso filosofico sull’esistenza, sul senso e sull’essenza della realtà, tema trattato tra l’altro anche nel bellissimo Nuovo libro (Nowa ksiazka). In questa prova, il regista suddivide lo schermo in nove piccole inquadrature collegate direttamente da un’unica azione che si sviluppa narrativamente in modo assolutamente logico.
In Steps (1987), il linguaggio audiovisivo viene scomposto e ricomposto da Rybczynski intrecciando la mitica sequenza della scalinata de La corazzata Potëmkin di Sergej Ejzeštejncon materiale girato dallo stesso autore polacco. In sostanza la storia codificata del linguaggio cinematografico viene ampliata sfruttando i nuovi strumenti messi a disposizione del moderno cineasta.
Nel secondo Dvd sono presenti due opere significative come The Fourth Dimension (1988), nella quale il corpo umano viene reso dinamico da movimenti impossibili, e The Orchestra (1990), film in alta definizione basato sulla elaborazione visiva di sei importanti brani di musica classica.

Tra cinema d’animazione, videoarte, sperimentazione visionaria, ed echi di stampo surrealista l’universo poetico di Rybczynski è molto ben raccolto nel cofanetto di RaroVideo, autentico strumento di approfondimento utile non solo agli appassionati ma anche agli studiosi sempre in cerca di nuovi testi e di documenti audiovisivi sui quali teorizzare.

L’inferno chimico e la generazione di Trainspotting

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“Lercio, provocatorio, turpiloquioso, cinico, irriverente ritratto un’umanità allo sbaraglio”. Così è stato definito dalla critica l’ormai celebre romanzo di Welsh “Trainspotting”.

Un gruppo di ragazzi scozzesi si aggirano nella periferia di Edimburgo. Sono accomunati dalla disperata ricerca di un riscatto, di un senso da dare alla propria esistenza che non sia il classico “cul de sac” (dal francese, “vicolo cieco”) costituito da casa, famiglia, impiego ordinario e una buona salute. Renton, Spud, Sick-Boy, Begbie e compagni trovano nella droga e nella violenza l’unica risposta possibile, l’unica via di liberazione. È proprio per questo che il rifiuto della realtà, dell’alienazione, il concedersi ai paradisi artificiali (cfr. Baudelaire, Les fleurs du Mal) rappresentano la reazione ribelle nei confronti di una società caratterizzata da un falso perbenismo di facciata, una società che viveva i postumi dell’ “era Thatcher” e delle sue dottrine neoliberiste. Non è un caso che proprio sotto il governo di M. Thatcher si sia diffuso il concetto di heritage, cioè quella volontà di conservare il patrimonio inglese, di preservare l’identità nazionale rispetto a contaminazioni esterne. Ciò servì senza dubbio da collante sociale data la precaria situazione del paese, lacerato da un’economia in crisi, da continue proteste e rivolte.

trainspotting2L’operazione di Welsh consiste proprio nel rappresentare la rivolta, il rifiuto nei confronti del sistema, e nell’immergere il lettore in quell’ambiente, in quel particolare stile di vita volutamente degradato. Il talento e, perché no, il coraggio di Welsh sta nella lucidità e oggettività con cui affronta certi temi che nella società attuale spesso vengono repressi e nascosti da una coltre di ipocrisia perché la verità è aspra, dura, fa male e fa paura. È chiaro, dunque, che l’obbiettivo di Trainspotting, pubblicato nel 1993, è la denuncia. Denuncia verso un mondo perbenista e ipocrita che tenta di nascondere le piaghe vergognose di certe realtà degradate e a tratti spaventose.

Nella sua opera Welsh sembra operare un vero copia-incolla della vita normale, badando bene a non tralasciare nulla. Riesce, infatti, a descrivere in maniera efficace le situazioni e i luoghi che evidentemente egli conosce bene. Il romanzo sembra aver chiaro, dunque, il proprio campo d’azione: la periferia urbana. Questo a convalidare la teoria secondo cui il vero campo d’azione del romanzo del Novecento  sia la metropoli, o comunque “quello spazio materiale e simbolico che possa funzionare sia come contesto spaziale, sia come grande categoria concettuale che attraversa buona parte della narrativa degli ultimi due secoli”.

Trainspotting  è crudo, duro, a tratti pesante, irruento, ricco di volgarità apparentemente gratuite, sboccato, beffardo, ma tuttavia fa riflettere, dà voce a una nuova generazione, rappresenta la discesa nel modernissimo inferno chimico da cui non si scorge alcuna via di fuga.

La bravura di Welsh sta in primo luogo nell’aver tratteggiato i personaggi in modo magistrale, mostrandone le debolezze, le bassezze, ma contemporaneamente conferendo loro umanità, rendendoli reali. Un critico a tal proposito ha scritto: “Rents, Sick-Boy, Spud e Begbie sono così reali che a momenti mi è venuto da pensare che se tornassi in Scozia li troverei a bere in qualche pub…”. Infatti per quanto vengano descritti come poveri diavoli pieni di problemi, Welsh riesce ad estrapolare anche una buona azione, un qualcosa che li salva da quella visione totalmente negativa agli occhi del lettore.

È il caso di Mark Renton, il protagonista, e del suo fedele amico Spud travagliati dai problemi in campo sentimentale-sessuale e ossessionati da presunte figure di playboy come Sick-Boy che, in realtà, alla fine si rivela un debole e finisce per essere a capo di un mercato sommerso di ragazzine minorenni senza alcuno scrupolo, oppure come Franco Begbie, tipico psicopatico attaccabrighe che non ha veri amici, ma solo conoscenti che lo frequentano per paura di ritorsioni. Anche Begbie è fondamentalmente un debole, capace di essere aggressivo solo con un coltello in mano o qualsiasi oggetto contundente, ma infine incapace di battersi a mani nude. Perfido, pazzo e vigliacco al punto di picchiare e abbandonare la donna da cui aspetta un bambino. Seguono altri personaggi  più o meno secondari  come gli spacciatori Swanney e Forrester, vile ma aggressivo solo di fronte a una crisi di astinenza di Rents, o Alison che lascia morire la propria bimba neonata avuta da Sick-Boy nella foga di “bucarsi”.

trainspotting3Nel romanzo non si scorge alcuna forma di moralismo o proposta politica; è pura rappresentazione di un mondo reale. Tuttavia nella parte conclusiva Welsh abbatte il luogo comune che tra tossici (o “heroin users”) non esiste amicizia, non può esserci altruismo: Renton, infatti, ruba ai suoi amici, ma non dimentica l’unico a cui ha voluto realmente bene, Spud. Infatti, gli lascia la sua parte di soldi ricavati da una vendita di eroina in una banca prima di partire per Amsterdam:

 

L’unica persona che lo faceva davvero sentire in colpa era Spud. Renton gli

voleva bene veramente a Spud. Spud non aveva mai fatto male a nessuno, a parte

magari l’ansietà che poteva provocare con la sua tendenza a svuotare le tasche

della gente . Però la gente era troppo attaccata alle cose. Non era mica colpa di

Spud  se vivevano in una società materialista col mito dei beni di consumo. Non gli

era mai andato bene niente a Spud. I l mondo gli aveva sempre cagato addosso e

ora ci si metteva anche il suo amico. Se c’era una persona che Renton avrebbe…

di? ricompensare era proprio Spud.

 

trainspotting-4Il romanzo è interamente pervaso da un senso di delusione, disperazione, desiderio di vendetta da parte dei protagonisti, consapevoli di essere immersi nell’inferno chimico privo di valori materiali, pieno di disvalori, risultato di una società ipocrita attaccata al puro materialismo e non ai sentimenti. Ne è esempio Tommy che, lasciato dalla sua ragazza Lizzy, rivela uno smodato attaccamento alle droghe pesanti e che poco tempo dopo muore di AIDS, rinfacciando a Rents che la vita è ingiusta se lo fa morire anziché far ammalare quelli che da anni si scambiano le siringhe.

Emblema della vendetta è la figura secondaria di Davie Mitchell che architetta una sottile vendetta nei confronti di Alan Venters per colpa del quale la sua attuale ragazza gli ha trasmesso il virus dopo che Venters l’aveva violentata, pur sapendo di essere sieropositivo. Davie non lo attacca direttamente, diventa prima suo amico e in fase terminale, prima di soffocarlo con un cuscino, gli rivela di avergli portato via la fidanzata e gli fa credere di aver violentato e ucciso l’adorato figlioletto Kevin. Ma naturalmente niente di tutto ciò è vero, ma è sufficiente a distruggere Venters.

Alla fine, comunque, in questo inferno chimico sembra emergere una componente di bontà e un lacerante senso di colpa. Ciò è visibile nella figura di Mark Renton: senso di colpa verso Tommy che era stato “iniziato” all’eroina proprio da lui (nel film questo passaggio è ben visibile), senso di colpa verso Matty, morto per aver contratto la toxoplasmosi da un gattino destinato alla figlia Lisa, rimorso nei confronti di Spud, rimorso per aver tradito la fiducia dei suoi amici…

 

Fregare i soldi a Begbie non era una delitto, ma un opera di bene.

Fregare gli amici era l’offesa peggiore nel suo codice, punibile con

il massimo della pena. Renton si era servito di Begbie , lo aveva usato

per tagliare definitivamente i ponti con tutto il resto. E Begbie era la

sua garanzia di non poter mai più tornare indietro.

Pochi anni più tardi la sua pubblicazione, dal romanzo è stato tratto un film diretto dal regista Danny Boyle e interpretato da Ewan McGregor e da Robert Carlyle. Nonostante complessivamente si parli di una buona produzione, il film non rende pienamente giustizia all’originale: troppi personaggi e troppe situazioni omessi (ad esempio, Secondo Premio nel film non è neanche nominato; è totalmente assente il trucco ideato da Swanney per racimolare soldi; la relazione fra Diane e Renton  viene poco approfondita e ridotta semplicemente all’incontro di una notte: verrà poi ripresa tramite una vaga comunicazione epistolare.)

Dal punto di vista lessicale il romanzo risulta forte, crudo, spesso presenta una volgarità quasi esasperata e a tratti “pesante”. Tuttavia  l’utilizzo di un linguaggio licenzioso, l’uso di slang di periferia, la morfosintassi semplificata, la presenza di svariate ripetizioni non costituiscono  un elemento casuale. Welsh opera una scelta: Trainspotting  è di ambientazione popolare e, dunque, deve “essere duro, efficace come vita vissuta sulle strade”, deve mirare allo smascheramento della verità che molto spesso è impietosa seppur autentica, è diretta e nuoce come un pugno nello stomaco. Molti critici hanno affermato che la traduzione non rende al meglio il vero significato dell’opera. Occorrerebbe un’attenta analisi del testo in lingua madre perché spesso nel lavoro di traduzione risulta difficile, a volte quasi impossibile, riportare uno slang o un motivo idiomatico nel suo significato autentico.

Le difficoltà di traduzione sono riscontrabili a partire dal titolo: “Trainspotting” significa letteralmente “identificare i treni” e nella lingua parlata il trainspotter è colui che si dedica a tale hobby perché non sa cosa fare del proprio tempo. In Gran Bretagna, infatti,è possibile trovare questi individui nei pressi delle stazioni o lungo i binari con un blocchetto e una penna in mano con cui al passare di ogni treno ne annotano il tipo di locomotiva, il numero  e il nome. Bizzarro, direbbero alcuni! Eppure è possibile individuare un’ulteriore interpretazione del termine: identificare il treno che possa condurre lontano da un’esistenza patetica. E c’è chi ci riesce. Solo Renton, infatti, alla fine riesce a staccarsi dall’inferno e a volare verso una nuova vita, non senza, però, pagare il prezzo dell’ineluttabile senso di colpa: la consapevolezza di aver tradito i suoi amici.  Capisce che l’eroina  è solamente una soluzione temporanea, un “treno” che alla fine si avvolge su sé stesso, soffocandoci in circoli sempre più stretti; decide allora di bruciare ogni ponte con il passato, con il suo paese terribilmente provinciale e soprattutto con un surrogato familiare a cui in fondo sente di non appartenere:

 

Aveva fatto quello che voleva. Adesso non poteva più tornare a Leith,

a Edimburgo, nemmeno in Scozia, mai più. Se fosse rimasto lì non avrebbe

mai potuto essere diverso da come era sempre stato. Adesso che si era

liberato di tutti, per sempre, poteva essere quello che voleva. E questo pensiero

lo terrorizzò e eccitò allo stesso tempo, mentre pensava alla sua vita ad Amsterdam.

 

Cambiare. Cambiare. Cambiare.

(Federica Gasparrini)