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Cesare Lombroso e l’aspra critica alla Rivoluzione francese

Cesare Lombroso è definito il padre della moderna criminologia, studioso e intellettuale empirista e positivista che ha dato il via al concetto della criminalità per nascita. Secondo questa teoria infatti, l’origine dei comportamenti dei criminali discenderebbe da proprietà anatomiche, e pertanto, l’essere criminali veniva definita da Lombroso come una patologia ereditaria.

Se questo è il tratto principale che determina la figura di Lombroso in quanto intellettuale, forse non tutti sanno che questo studioso fu anche uno dei fondatori della psicologia collettiva, quella branca della psicologia che indaga il comportamento delle masse e le conseguenze che questo ha sul singolo. Per certi versi Lombroso fu colui che per primo ne anticipò gli elementi, anche a detta di Scipio Sighiele, altro psicologo, sociologo e criminologo italiano.

Nel 1986 a Firenze fu organizzata a Firenze la conferenza “La vita italiana durante la Rivoluzione francese e l’Impero, durante la quale Lombroso tenne un discorso, con il titolo “La delinquenza nella Rivoluzione francese”.

Ed è proprio in questa riunione, e con questo tema, che Lombroso si avvicinò più che mai alla politica del tempo:

«Quella che si suole chiamare Rivoluzione dell’89, non fu che una grande rivolta e un grande delitto politico che servì ad aumentare una triste serie di comuni delitti; per cui chi vuol trattare dei suoi elementi criminosi dovrebbe rifarne tutta la storia; il che nè è mio cómpito, nè sarebbe possibile in poche pagine. Lasciando dunque agli storici l’esposizione dei tristi fatti, quella che sarebbe detta in lingua giuridica la requisitoria penale, facciamone noi che siamo solo poveri alienisti la diagnosi e la psicologia patologica».

Secondo Lombroso infatti, la Rivoluzione francese, non fu una vera rivoluzione, ma piuttosto una rivolta e un delitto politico:

«Il delitto politico ha la sua base nel ribrezzo naturale nell’uomo per ogni novazione, sia essa politica, religiosa o artistica, talmentechè, ogni progresso diventa un fatto antisociale, quindi un delitto, quando urta troppo profondamente gli istinti conservatori delle masse. Questi istinti sono tanto più tenaci e più radicati, quanto meno la razza è progredita».

ribrezzo naturale per ogni novazione”, il tutto risiede quindi nel concetto di misoneismo, la paura del nuovo, di ciò che non si conosce. Il cambiamento non può essere tale se vi è un odio e una paura del nuovo, che è proprio la conseguenza stessa del cambiamento. È da qui che nasce il delitto e la delinquenza, che si sostituiscono all’innovazione e alla conoscenza.

«La rivoluzione è l’espressione storica della evoluzione: dato un assetto di popolo, di religione, di sistema scientifico, che non sia più corrispondente alle nuove condizioni, ai nuovi resultati politici, ecc., essa li cambia col minimo degli attriti e col massimo del successo, per cui le sommosse e le sedizioni che provoca, se pure ne sono una parte necessaria, sono appena avvertite e svampano appena comparse: è la rottura del guscio del pulcino maturo».

Ed è proprio qui che affiora il darwinismo di Lombroso. La Rivoluzione francese dunque – o le rivoluzioni più in generale – è una crescita, un’espressione naturale delle masse e della società. Ma è anche vero che la rivoluzione di quel fatidico 14 luglio del 1789 era già nata morta, perché:

«le riforme esagerate dell’89, improvvisate colle stragi e in mezzo alle stragi, dalla prepotenza di pochi, provocando una naturale reazione, per la stessa loro eccessività, impedirono quella evoluzione lenta e feconda che si andava manifestando in tutte le classi».

Lombroso continua con una diesamina dell’azione della folla, dell’influenza di Rousseau, delle cause dell’insorgere della criminalità etc.

Un punto di vista assolutamente differente di uno studioso che, almeno per la maggior parte delle persone, è stato conosciuto come lo studioso della frenologia e della psicologia criminale.

Credit: Il Giornale; LiberLiber

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