Rea e Zanzotto: centenario dei due intellettuali simbolo del Novecento

Questo anno si festeggiano i centenari della nascita di due autori che hanno raccontato il Novecento. Sono Domenico Rea (8 settembre 1921; 26 gennaio 1994) e Andrea Zanzotto (10 ottobre 1921; 18 ottobre 2011), nati entrambi nello stesso anno, il primo uno scrittore e un giornalista, il secondo un poeta.

Due modi differenti di concepire la realtà attraverso la scrittura all’interno dello stesso periodo storico che i due autori hanno attraversato. Rea, campano nato a Napoli e vissuto a Nocera, Zanzotto, poeta veneto nato a Pieve di Soligo.

Rea ebbe una formazione da autodidatta, ed ebbe il suo vero e proprio riconoscimento letterario nell’immediato dopoguerra, prima con la raccolta di racconti Spaccanapoli nel 1947, poi con Formicole Rosse, del 1948, di cui avvenne successivamente un riadattamento teatrale.
La sua poetica è stata spesso considerata neorealista. Nelle sue opere, infatti Rea descrive la situazione postbellica come una testimonianza spoglia da vezzi stilistici per restituire in chiave letteraria la realtà dei fatti. Rea non appartenne mai veramente ai gruppi letterari della sua epoca, distanziandosene perché disilluso nei confronti della realtà, ma piuttosto appartenente ad un tipo di classicità delle sue origini, come Basile, De Sanctis, ma anche Boccaccio, Santa Caterina da Siena e Manzoni, che sono stati i suoi ispiratori intellettuali nella sua fase di formazione.

Nofi è la città fittizia di Rea nella quale lo scrittore ha ambientato parte dei suoi racconti e romanzi. Situata in Campania, la città si identifica con Nocera, la città natale dello scrittore: «nel ’23, a due anni di età. Nofi è una sorta di anagramma di Nocera Inferiore e rappresenta il teatro di molte sue opere. In quel paese Rea ha vissuto gli anni della formazione, dalla più tenera età fino alla giovinezza» (Lucia Onorati).

Zanzotto è uno dei poeti più influenti della sua epoca. Nel dopoguerra nacquero delle nuove forme di sperimentazione linguistica e/o tematica, con la volontà di cambiare rispetto agli stili del passato, maggiormente ancorati alla realtà. Zanzotto, coerente con questo spirito, cerca un’alterità rispetto alla comunicazione ordinaria, che se da un lato condanna la poesia all’oscurità e alla marginalità sociale, dall’altro le conferisce una superiore carica conoscitiva e contestativa. Zanzotto sperimenta in maniera avanguardistica con la poesia, basti pensare alla raccolta La Beltà (1968), nella quale il poeta crea veri e propri giochi di parole. Questa raccolta segna un punto di svolta nello stile di Zanzotto: decade l’ideale di sublime e lirismo da cui l’autore era partito nel primo dopoguerra dando vita ad una scomposizione verbale nelle poesie.

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