Intervista a Veronica Tomassini

Niccolò Ratto ha incontrato per i lettori di Out Out Magazine la scrittrice Veronica Tomassini, autrice dei romanzi Christiane deve morire (2014), L’altro addio (2017), Mazzarrona (2019), candidato al Premio Strega, e Vodka siberiana (2020).

Chi è Veronica Tomassini, a quale età ha iniziato a scrivere e come si relaziona con la scrittura?

Scrivo ufficialmente da circa vent’anni, ho cominciato in una redazione siciliana. Ma ho sempre avuto un diario, un preciso sguardo sul mondo. Uno sguardo obliquo, forse, la tendenza a cacciarmi nei guai, per capire. La predilezione per il dolore altrui come il sentiero da percorrere in attesa di una qualche verità.

Vodka siberiana, come è nato e soprattutto come si colloca all’interno della sua produzione letteraria.

Nasce dalla necessità di raccontare anni irripetibili, il primo spostamento di esseri umani dentro un esodo biblico, negli anni ’90, metà anni ’90, dopo la caduta del Muro. La prima immigrazione elefantiaca proveniente dall’Est Europa. Sono finita dentro un destino, nel vortice della grande Storia, non lo sapevo ancora, ma mi preparavo a diventare una testimone. Credo che allora si stesse definendo un destino molteplice, non ultimo il mio, quello di scrittrice. “Vodka siberiana” racconta quegli anni, attraverso un amore, impossibile ovviamente, come ogni meraviglia nella mia vita, connotata da un significato imperscrutabile o inesorabile e dall’insoluto. Il romanzo chiude una trilogy. Inaugurata con “Sangue di cane” (Laurana 2010), quindi seguita da “L’altro addio” (Marsilio, 2017), e infine conclusa con “Vodka siberiana”, autopubblicato.

Perché la scelta di un formato epistolare?

Amo moltissimo una seconda persona da utilizzare, narrativamente, come ad assecondare un tono, lo permane, permane lo spirito tragico del testo. Restituisce il senso del vocativo, dunque è implicita una specie di preghiera; le lettere diventano il salmodiare del questuante, del misero. Diventano il gemito dello spirito querelo che non capisce, che procede a tentoni nell’enormità degli accadimenti. La vita e la morte che si interrogano continuamente, il senso escatologico di esistenze amene, tutto ciò aveva bisogno di un espediente letterario adeguato, la forma epistolare mi sembrava la soluzione migliore. Ecco perché.

Quali i riferimenti testuali o gli influssi letterari che l’hanno accompagnata durante la stesura di Vodka Siberiana.

Il realismo russo, è quasi un fatto implicito, un diktat. Ma stavolta anche Limonov, raccontato da Carrère.

Dalle sue opere traspare il costante desiderio di raccontare l’emarginazione. Ce ne può parlare?

La scrittura si è presentata così, in questa veste. La curiosità che diventa pietà per l’abiezione; la pietà è un sentimento violento, potentissimo. Il mio sguardo da bambina – lessi precocemente “Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino” – finiva di solito dove gli altri lo toglievano; dove per gli altri riparava l’ombra, per me iniziava la luce. E da adulta, la mia vita non ha sconfessato l’assunto. Ho realizzato che avrei dovuto riferire l’eccezionalità, la straordinarietà di un destino, malgrado i miseri figuranti. Una massa informe e collosa di perdenti, che io ho amato moltissimo, tuttavia.

Spesso nei suoi lavori si possono scovare tracce di una sottile religiosità, qual è il suo rapporto con la religione?

Il mio è un dialogo costante con Dio. Non sempre e non certo risolto. Non potrei immaginare una vita senza Dio. Ogni dettaglio della mia vita è Dio.

Come definirebbe il suo stile?

Oh non saprei, lo definiscano i lettori, al limite.

Il suo amore per la cultura slava, quando è nato e perché.

Nei miei vent’anni, leggendo i russi. Poi incontrando i film di Kusturica.

L’editoria italiana oggi. Il suo rapporto con essa e le motivazioni che l’hanno spinta ad autopubblicarsi.

L’editoria? Non so più onestamente quanta attinenza ci possa essere oramai tra letteratura e editoria. Decido di autopubblicarmi semplicemente perché non c’erano interlocutori. E non me sono pentita affatto, al contrario.

Quali sono stati i suoi maestri e quali le opere che ogni buon scrittore dovrebbe conoscere.

Come accennavo, i nostri maestri russi, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, Gor’kij, Gogol. I neorealisti, anche.

Attualmente sta già lavorando al prossimo progetto?

Ho una serie di inediti a cui pensare. E un prossimo romanzo che dovrebbe uscire nel 2022.

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