Nerina Toci a caccia dell’eterno nel tempo e nello spazio

A quattro anni da L’immagine è l’unico ricordo che ho, la fotografa siciliana di origine albanese, Nerina Toci, torna a raccontare coi suoi unici scatti il senso dell’esistenza, la fascinazione del corpo e la costante ricerca del femmineo in relazione alle coordinate della propria realtà.

Edito da Fondazione Mudima, Un seme di collina è il nuovo libro fotografico di Nerina Toci. Un progetto tutt’altro che definitivo, considerato appunto “un work in progress”, curato da Davide di Maggio e con testi di Achille Bonito Oliva, Lorand Hegyi, Dominique Stella, Andrea Lissoni e Lisetta Carmi.

Il volume comprende una selezione di fotografie realizzate da Nerina Toci tra il 2017 e il 2020 in Sicilia, nate dalla personale esigenza di fornire un’esclusiva definizione di reale. Per fare ciò, la fotografa siciliana ha proseguito nell’indagine e nello studio del corpo femminile in virtù dei suoi legami con la natura.

Spiega così in un’intervista rilasciata all’Agi la fotografa nata a Tirana:

Il seme rappresenta in qualche modo la vita o, meglio, la possibile nascita della vita. La maggior parte del lavoro, ancora non concluso, è un continuo rapportarsi con la natura e, in alternanza, ad accogliere alcune geometrie che tendono a contenuti e intuizioni della coscienza”.

Ecco allora che la donna diventa l’elemento cardine del paesaggio, e il suo corpo lo strumento per interpretare la fugacità dell’esistenza, in un armonico gioco di equilibri tra misterica apparizione e rivelazione di se stessi. La ricerca dell’identità diventa così la ragione primaria all’interno di un progetto itinerante complesso e sfaccettato sul significato dell’esistenza.

Così prosegue Nerina Toci circa le motivazioni alla base del proprio lavoro:

“Quando ho iniziato ho sentito l’esigenza di indagare la mia identità, cosa rappresentava il reale per me. Venivo condizionata dai sogni, cercavo di riprodurre i ricordi o ciò che rimaneva di essi. Oggi il mio tentativo è di catturare la struttura dell’identità universale, di trovare tracce e frammenti di eterno nel tempo e nello spazio che abito”.

Un seme di collina è la summa dell’evoluzione artistica della fotografa. Un lavoro che va ben oltre il semplice concetto di rappresentazione fotografica, al solo scopo di catturare l’identità universale attraverso l’esperienza del sensibile.

Credo che alcuni miei lavori richiamino il mito nella sua accezione più classica e cioè quella legata, per esempio, al concetto di soprannaturale e di rito e del loro abitare in differente modo il tempo. L’elemento soprannaturale è qui intenso come realtà invisibile e trascendente, realtà’ che sta al di là della nostra immediata esperienza sensibile. Certamente la scelta di molti scenari è legata a queste mie suggestioni, al senso di sacralità e di ritmo che evocano alcuni elementi naturali. (…) L’albero è uno degli elementi naturali a me cari poiché’ richiama il rapporto profondo e diretto, simbiotico direi, con la terra. L’albero è un oggetto naturale con il quale la forma del corpo umano si intreccia, interagisce, la sagoma del corpo e quella dell’albero sono in dialogo costante, il corpo si muove, l’albero rimane saldo e fermo alla terra, entrambi mutano, sono in rapporto con il tempo”.

Niccolò Ratto

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