La censura del politically correct: cos’è la cancel culture?

La “libertà di parola”, spesso sfruttata dal 45esimo presidente degli Stati Uniti per giustificare i contenuti alquanto discutibili dei suoi discorsi, lascia nell’America post Trump un clima di dissensi e confusione. Cos’è davvero la cancel culture di cui si sta tanto parlando?

“Dio prima ha creato gli idioti, tanto per fare pratica. Poi, ha inventato i consiglieri dei distretti scolastici”, così diceva Mark Twain nel lontano 1876. L’ironia vuole che sia proprio quest’ultimo ad essere uno degli autori più colpiti dal ‘politicamente corretto’. Gli Stati Uniti non lasciano spazio all’interpretazione e condannano senza pensarci due volte gli scritti ribelli di Twain, come Le avventure di Tom Sayer e Huckleberry Finn, togliendoli dal programma scolastico dei licei d’America. Lo seguono a ruota Rudyard Kipling (Il libro della Jungla) e Roald Dahl (La fabbrica di cioccolato), anch’essi accusati di razzismo dall’opinione pubblica.

Ma non di sola letteratura si nutre il politically correct, chi non è stato colto di sorpresa dalla notizia del ritiro di Via col vento da HBO, per la sua “glorificazione del Sud ante bellum”? O ancora, chi non ha sentito parlare del fantomatico razzismo di Quentin Tarantino, il quale inserisce in numero eccessivo termini esplicitamente razzisti all’interno delle sue pellicole?

D’altra parte c’è chi la considera solo una moda, diffusa ormai anche nel vecchio continente: “Non è un caso che i commentatori di destra in Europa si indignano davanti a ogni caso di repressione. E a volte hanno delle buone ragioni. In Gran Bretagna Boris Johnson, che continua a fare le battute etniche dei vecchi tempi, è diventato un’eroe della resistenza contro il PC -scrive Simon Kuper sul Financial Times- In Europa puoi ancora dire quello che vuoi, puoi praticare delle appropriazioni culturali (grazie a Dio) e puoi anche essere razzista, sessista e omofobo. Verrai respinto o a volte abusato, ma non subirai il trattamento americano. Finché  prevarrà questo buon senso, le guerre culturali europee non raggiungeranno le proporzioni americane”.

In ogni caso, la storia della cancel culture, che consiste quindi nel criticare (o meglio boicottare) chi condivide dichiarazioni razziste, sessiste e omofobe, inizia nel 2017 con il movimento #MeToo e finisce di svilupparsi in questo complicato 2020, con l’aiuto del #Blacklivesmatter. Partendo dai paesi anglofoni ha finito per riversarsi nel sud Europa.

Il peso di quella che è ormai diventata una censura colpisce in modo particolare il giornalismo francese; secondo la rivista “Marianne” di questi tempi le case editrici sembrano più interessate alla sensibilità che alla qualità dei manoscritti in pubblicazione, provocando un senso di inquietudine che il magazine non manca di esprimere.

Possibile che la cancel culture statunitense possa influenzare la letteratura europea, ed in questo modo la nostra stessa cultura, in modo permanente?

di Marta Frugoni

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