Ristorazione senza ristoro?

Il settore della ristorazione, anche quello patinato dei locali gestiti dai cosiddetti chef stellati è sempre stato un ambito pieno di contraddizioni.

Da una parte il lusso, quello dei ristoranti chic o giudicati tali, o quantomeno il piccolo lusso da parte dell’utenza di recarsi a mangiare in un posto come si suol dire “serviiti e riveriti”, senza dover fare la spesa, una tantum, e spadellare. Dall’altra un ambito spesso legato alle problematiche del lavoro nero, a quelle dei rider e delle loro giuste rivendicazioni. Senza contare lo tzunami della pandemia, che ha determinato nel peggiore dei casi la chiusra di alcuni esercizi, e nel migliore, e neanche tanto, comunque la riduzione delle presenze: vedasi distanziamento e chiusura giornaliera anticipata per i locali.

A rendere più o meno felicemente frizzante questo settore dell’economia, soprattutto recentemente, salgono alla ribalta alcune considerazioni e addirittura campagne ufficiali in ambito food. Come quella, ad esempio, dell’Unione Europea: l’UE ha di fatto speso oltre tre milioni e mezzo di euro per promuovere Become a Beefatarian, che incoraggia, lo dice il nome stesso, a consumare più carne. Figuriamoci le polemiche, vista la presenza nell’attuale società di schieramenti di consumo alimentare tra i più disparati e a volte estremistici. Last but not Least, la produzione di bocconcini di pollo in provetta, primo assaggio pare disponibile a SIngapore, ma di matrice statunitense, da parte della società Eat Just. Per non parlare delle proteste dei contadini indiani, atte a liberalizzare la produzione e la distribuzione dei propri prodotti, svincolandoli dalle tariffe fisse minime imposte dallo stato. Un settore sempre più dinamico, dunque, con pro e contro, per sua definizione forse in cerca di ristoro.

Roberta Maciocci

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