La Regina degli scacchi: un’eroina targata Netflix

Scacco matto! Netflix ha colpito ancora: questa volta la Major americana ci propone una (mini)serie tv sul gioco da tavolo più complicato al mondo e lo fa con un’intelligenza senza paragoni, superando ogni record.

C’è da dirlo, se da una parte questo sfortunato 2020 ha influito negativamente sull’industria cinematografica, Netflix non sembra farci troppo caso e propone sempre più prodotti di ottima qualità. La sua ultima trovata, oserei dire geniale, è la serie tv La Regina degli scacchi (in originale The Queen’s Gambit, dalla famosa mossa il “Gambetto di donna”).

Tratta dall’omonimo romanzo di Walter Tevis (1983), ha come protagonista la giovane Elizabeth Harmon (Anya Taylor-Joy), talentuosa scacchista statunitense. Orfana dall’età di 9 anni, Beth si accorge presto che la vita senza una vera casa e degli affetti stabili è molto più complicata di quello che sembra e trova sollievo solo grazie al Librium, psicofarmaco che le viene somministrato dall’istituto stesso. Sarà il signor Shaibel (Bill Camp), custode dell’orfanotrofio, a insegnarle il nobile gioco degli scacchi e notare il suo innato talento.

“Quelle come te non hanno vita facile. Due facce della stessa medaglia. Da una parte il talento dall’altra il prezzo da pagare. Non si può dire quale sarà il tuo prezzo. Avrai il tuo momento di gloria, ma quanto durerà?”.

Gli scacchi diventano l’unico modo in cui la protagonista riesce a sfogarsi, il suo unico vero interesse, isolandola ancora di più dal mondo esterno e dalle coetanee. Sullo sfondo di un infranto “sogno americano”, Beth cade così in un turbine fatto di alcool e droghe, da cui forse neanche la sua immensa passione per gli scacchi potrà salvarla.

Nel corso di sette puntate da poco meno di un’ora ciascuna, la serie riesce a trasformare uno dei giochi più statici che esistano in una dinamica sequenza di strategie e ragionamenti, aiutato dalla regia studiata al millimetro e dalla scenografia che riesce ad accompagnare, così come i costumi, il percorso della protagonista a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta.

La sceneggiatura non ci risparmia un accurato resoconto della vita politica e sociale dell’epoca, a cui rivolge spesso uno sguardo critico. Sono gli anni della Guerra Fredda, dell’ipocrisia e del perbenismo americano, le prime lotte femministe, la nascita del rock ‘n roll… insomma, con la sua varietà di argomenti, la serie tiene ci incollati allo schermo seguendo il ritmo incalzante di una partita a scacchi.

Come ciliegina sulla torta, un cast degno di nota: fanno compagnia all’ormai famosissima Anya Taylor-Joy (The Witch, Split), Thomas Brodie-Sangster (Love Actually, Il Trono di spade) e Harry Melling (il “Dudley Dursley” della saga di Harry Potter, molto presente nelle recenti produzioni di Netflix).

Al contrario di quello che il titolo ci porta a pensare, La regina degli scacchi non è solo incentrata sulla vita agonistica di Beth, il gioco è in realtà solo un pretesto per narrare i veri dilemmi interiori della protagonista. Nonostante tutte le sfide e i numerosi avversari, il suo più grande nemico rimane lei stessa e, che le piaccia o no, dovrà affrontare questo ostacolo.

E’ in quel “Giochiamo”, letteralmente l’ultima battuta, che troviamo racchiuso segreto della serie: “l’intero mondo” di Beth Harmon è lì… in quelle 64 caselle, di cui lei è la regina.

di Marta Frugoni

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