Andreose e la sua “Voglia di libri”, un elegante affresco dell’editoria italiana

Dopo il successo di Uomini e libri (2015) Mario Andreose torna nelle librerie con Voglia di libri, un ritratto unico quanto personale dell’età dell’oro dell’industria editoriale, da lui vissuta in prima persona. Dall’alto dei suoi “sessant’anni d’incantato apprentissage”, come lui stesso definisce la lunga e inimitabile carriera di figure del calibro di Umberto Eco, Andreose ci accompagna con sublime raffinatezza in un mondo ormai dimenticato, che ci appare distante anni luce.

Nato a Venezia, seppur milanese d’adozione lavorativa, Mario Andreose ha iniziato come correttore di bozze al Saggiatore di Alberto Mondadori nel 1958. Da quel momento in poi è stata solo una scalata al vertice, segnata da svariati passaggi editoriali, come quello alla Mondadori (dove si occupa di libri per ragazzi e delle coedizioni internazionali), ma anche al gruppo Fabbri e successivamente alla Bompiani (dove avvia la collana «Classici» e segue le opere di Umberto Eco), sino all’attuale presidenza della Nave di Teseo, progetto da lui stesso ideato e fondato nel novembre 2015, in collaborazione con Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi.

E proprio per la Nave di Teseo, a cinque anni di distanza dalla galleria di ritratti del primo fortunato Uomini e libri, esce la sua ultima fatica Voglia di libri.

Con l’immensa classe e lo straordinario piglio narrativo che contraddistingue la sua voce letteraria, Andreose ci racconta dei vagabondaggi tra editoria e letteratura, il declino di imperi editoriali, visto dietro le quinte, in contrasto con il nascere di nuove coraggiose realtà, le storie di capolavori riproposti, assieme a protagonisti quali Joyce, T.S. Eliot, Warburg, Sciascia, Lévi-Strauss e Woody Allen.
Si parte dalla Milano di fine anni Cinquanta, che l’autore definisce come l’America – “per chi avesse avuto l’intenzione di entrare nel giornalismo, era allora l’America” – per poi saltare a bordo di un nostalgico treno a fare tappe in giro per l’Europa, da Parigi a Verona, da Francoforte a Venezia, senza scordare la Roma di Moravia e la Torino degli Agnelli.

Si assiste così a uno spaccato lucido e a tratti toccante di quella che è stata l’industria culturale ed editoriale italiana del secondo dopoguerra. Una realtà segnata da grande fermento ed entusiasmo, ma anche da innumerevoli colpi bassi e scarsa visione imprenditoriale, come testimoniato dagli ultimi anni.

Tutti si chiedono, non solo noi editori, se il nostro modo di lavorare si sia ormai avviato a un punto di non ritorno, aggrappati a computer e telefonini, protagonisti involontari, a distanza, di una mutazione genetica in atto. Il libro per fortuna rimane, come diceva Umberto Eco, uno strumento indispensabile, al pari della ruota e del cucchiaio“.

Un libro di memorie, ricco di flashback e gustosi aneddoti che spaziano dal rapporto d’amicizia con Umberto Eco, a quello ben più controverso con Moravia. Un’opera che malgrado tutto predilige soffermarsi sui fasti anziché sulle miserie del nostro tempo.

A chiusura del volume una deliziosa appendice dedicata al fascino slavo del tennis, in cui Andreose spiega di avere “imparato il tennis leggendo Gianni Clerici, molto prima di potere impugnare una racchetta“.

Niccolò Ratto

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