Verba volant (ma non troppo): utilizzo improprio delle parole e tormentoni verbali

Giorni fa si è dibattuto molto sulle pagine web relativamente a un titolo del Corriere della Sera dove alcuni abitanti di Milano si erano autodefiniti e venivano indicati nel titolo stesso come “sfollati”, nel senso che a causa della pandemia erano costretti a spostarsi nelle seconde case. E che soffrissero della distanza da casa, come degli emigrati disperati e nostalgici.

Chi ha commentato citando Nanni Moretti in Palombella Rossa quando parlava dell’importanza delle parole, chi ha focosamente inveito sul fatto che gli impropriamente appellati col termine “sfollati” avrebbero meritato, e a ragione, una sana lezione dai propri avi che davvero a causa di guerre e/o povertà si ritrovavano a non averne di case e dovevano abbandonare affetti e beni materiali non sapendo dove andare a parare e non certo perché possessori di un secondo alloggio.

A prescindere dalla definizione moralmente e decisamente fuori luogo, con tutte le attenuanti del caso dovute all’emergenza COVID 19, e alle estremizzazioni e alle citazioni, ci troviamo davvero in un periodo nel quale non soltanto vengono utilizzati termini e frasi non calzanti con l’oggettiva situazione rappresentata: a volte per vittimismo o per enfasi ne vengono coniati altri peggiori, a modesto avviso, che assurgono a veri e propri tormentoni.

Qualcuno si ricorderà senz’altro che negli anni Settanta del Novecento, soprattutto da parte di una certa fascia sociale e politicizzata il “cioè”, utilizzato in proporzioni bibliche come intercalare nelle conversazioni era una moda: chi non dal vivo, lo può ricordare attraverso alcuni personaggi interpretati da Carlo Verdone che prendeva argutamente di mira non soltanto il “cioè” sperequato e inutilmente piazzato qui e là nelle conversazioni, ma anche altri modi di dire e atteggiamenti estremamente diffusi.

Oggi come oggi non siamo di certo da meno, e oltre a definire “eroe” chi fa il proprio lavoro, anche se nel caso dei medici e degli infermieri impegnati nella lotta contro il virus ci può stare, o “sfollato” chi possiede una seconda casa, e qui non è ammissibile, forse, i tormentoni sono cresciuti e moltiplicati. Basti pensare, già da tempo immemore, la nascita di quegli “assolutamente sì”, buttati là con nonchalance in discorsi privati, interviste, tribune politiche, telefonate, come risposta automatica ma spesso fastidiosissima per la reiterazione. O il “dopo di che” per scandagliare una situazione. Il sano vecchio “successivamente” soppiantato da una marea di “dopo di che” imperanti. Facciamoci caso. magari, oltre a non considerarsi o definirsi derelitti e profughi perché durante la chiusura totale e in telelavoro, in italiano, si è stati “costretti” (e anche qui non esageriamo) a passare del tempo nell’augusta magione di campagna, un po’ di varietà e di ingegnosità nel trovare alternative a frasi e termini sopracitati potremmo anche sforzarci di applicarla ai nostri discorsi. Non rispondiamo “assolutamente sì”, però.

Roberta Maciocci

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