Meglio soli che male accoppiati? Solitudine o no ai tempi del COVID 19?

A parte il contemporaneo divieto di attività sportive di gruppo imposto dalla pandemia, chissà se si svolgevano ancora, fino a marzo 2020 le partite tra scapoli e ammogliati. Quelle dove alcuni tra i mariti o i fidanzati dovevano chiedere il permesso alle compagne virago per avere i “90 minuti d’aria”. Quelle dove le compagne invece non vedevano l’ora di toglierseli dai piedi per una sera.

Quelle dove gli scapoli si vantavano di poter fare come gli pareva, genuinamente, e quelle di chi mentiva, forse anche solo a se stesso, millantando grande apprezzamento della libertà, cercando al contrario qualsiasi svago per colmare, soprattutto dopo una certa età, i vuoti della vita in solitaria. Ora, in previsione di un nuovo se non generale ma segmentato lockdown, visto che le prove generali le abbiamo già fatte da marzo in poi, arrivano i teorici del “cerchiamo di non farci trovare impreparati alla solitudine”. Giornalisti più o meno credibili, tuttologi, psicologi della domenica e chi più ne ha più ne metta, stanno suggerendo a chi vive da solo di industriarsi per non affrontare un nuovo ed eventuale periodo di totale distanziamento sociale, e di mettersi qualcuno in casa. A prescindere da ciò che sostiene invece la fazione estremistica contraria, cioè che vivere da soli sia una pacchia, a cominciare da non trovare il bagno occupato o sottrarsi l’un l’altro il piumone a letto (stiamo parlando appunto di estremisti che tengono in considerazione queste bazzecole e non i fattori psicologici del caso), parliamo tanto di dittatura perché veniamo deprivati di apericene e poi dovremmo farci condizionare da chi ci impone di stare con qualcuno? O dobbiamo fare cose e vedere persone tanto per spiattellarlo al mondo intero e non essere considerati sfigati, pur rischiando con l’assembramento di mettere in pericolo noi e gli altri? Quando non si tratti di un minore o un anziano, bisognosi di attenzioni, cure, in senso non soltanto medico ma affettivo, o di persone che non hanno scelto di vivere da soli, persone che hanno perso i compagni o abbandonate, nulla da eccepire sulla quotidiana presenza altrui. Lo stesso dicasi per persone clinicamente depresse. Al contrario, quando vivere da soli è una libera scelta per enne motivi, e si è autonomi, frequentare forzatamente un’altra persona o circondarsi di conoscenti ai quali si dà appellativo di amici per illudersi di essere molto popolare e benvoluto, quello sì che è triste. Sembra quasi la riproposizione dei matrimoni al buio tra emigranti, per la maggior parte delle volte per nulla ben riusciti. Le vere persone sole sono quelle che non sanno stare, se necessario, anche sole con se stesse. Non chi riesce a convivere con la propria persona per scelta, anche se non sempre, o se il buon senso e le circostanze dettano che sia la soluzione migliore. Mantenendo ovviamente i contatti con le persone care, attraverso altri canali. senza annullare la socialità.

Roberta Maciocci

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