Al MAST di Bologna, gli artisti di “Anthropocene” si interrogano sul futuro del pianeta e dell’uomo

di Aldo Frezza

2. Uralkali Potash Mine #4 Berezniki_Russia 2017

Siamo già all’interno di una nuova era geologica, in cui i cambiamenti prodotti dall’uomo sul pianeta lasciano ormai segni irreversibili? Su questo si interroga la grande mostra “Anthropocene” del MAST di Bologna, dove i tre artisti canadesi che hanno lavorato sul tema – il fotografo di fama mondiale Edward Burtinsky e i due pluripremiati registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier –  esplorano i segni ormai indelebili dell’impronta umana sul nostro pianeta.

Lo fanno, in maniera magistrale, utilizzando i più diversi mezzi espressivi. Tra i muri del MAST possiamo vedere, infatti, trentacinque fotografie di Burtinsky, dal grande formato cui l’artista ci ha abituato in tutti i suoi precedenti lavori, quattro murales ad alta risoluzione in cui tecniche cinematografiche e filmiche avveniristiche si abbinano ed integrano in maniera sinergica il lavoro di tutti e tre gli artisti, tredici installazioni HD e tre installazioni di Realtà Aumentata.

Phosphorus Mining

Per finire con il film, “Anthropocene: the human epoch”, codiretto da tutti e tre. Terzo capitolo della trilogia comprendente “Manufactured landscapes” (2009) e “Watermarks” (2013), è stato proiettato al MAST solamente durante le prime sere, ma è ora in circolazione nelle sale italiane per una serie di proiezioni-evento.

Ma partiamo dal titolo della mostra, perfettamente inserita nel percorso di riflessione approfondita sul rapporto tra l’uomo e il mondo del lavoro che la fondazione MAST persegue dal 2013. Antropocene è la definizione data da alcuni scienziati per questa nuova era, in cui le trasformazioni del pianeta Terra non sono più dovuti ad elementi naturali, ma prevalentemente all’attività umana.

Pochi dati, ricordati da Urs Stahel, uno dei curatori della mostra, bastano a dare l’idea dei cambiamenti epocali subiti dal nostro ambiente nel periodo, geologicamente brevissimo, che va dall’inizio dell’età industriale ai giorni d’oggi. “…2000 anni fa, sulla Terra vivevano tra i 200 e i 300 milioni di esseri umani. Il primo miliardo fu raggiunto intorno al 1800, il secondo miliardi nei primi anni del ‘900. L’ultimo miliardo è stato raggiunto nell’arco di soli 12 anni. Attualmente nel mondo si contano 7,6 miliardi di persone circa…“. A questo eccezionale sviluppo di popolazione fa fronte un più che proporzionale aumento di attività umana, dalla forza ed influenza sempre crescenti.

5. Oil Bunkering #4_Niger Delta Nigeria 2016

Nel descrivere tutto questo alcuni scienziati ipotizzano il concetto di “Antropocene”, indicando come l’impatto esercitato sul pianeta dall’Homo Sapiens abbia raggiunto negli ultimi decenni – e, soprattutto, in POCHI decenni – proporzioni tali da essere paragonabile, se non addirittura superiore, per forza ed importanza, alle trasformazioni subite dalla Terra durante le ere geologiche precedenti. Anche se il concetto è oggetto di discussione presso parte del mondo scientifico, non possono però sfuggire gli effetti di esso. L’acidificazione degli oceani, l’aumento della temperatura media, la riduzione di biodiversità – solo per citare pochi esempi – sono fenomeni ben conosciuti e da tempo riferiti dalle cronache.

Come sempre, alla parte più sensibile del mondo dell’arte non sfuggono né la riflessione sul nostro mondo nè l’anticipazione ed il monito sul dove esso rischia di condurci. I tre artisti ora esposti al MAST hanno volutamente condotto la loro indagine (lavoro durato oltre 4 anni, in stretta collaborazione con il team di scienziati dell’Anthropocene Working Group) in luoghi non molto conosciuti, dove avvengono fenomeni di cui ignoriamo la stessa esistenza, ma che influenzano profondamente le nostre vite.

Quanto avviene in questi luoghi ha dimensioni ed intensità talmente enormi per le nostre scale di valori da diventare incomprensibili, stemperandosi in pura bellezza formale.

Copper Mines

Le miniere di potassio in Russia o di carbone in Germania, la discarica di rifiuti più grande del mondo di Nairobi, le cave di marco di Carrara, l’enorme mercato all’aperto di Lagos assumono nelle loro dimensioni, come nella rappresentazione fotografica e filmica, una tragica valenza estetica che non tralascia di far percepire però, al di là della fascinazione visiva, l’odore di morte e di degrado che li pervade, poco al di sotto della superficie.

Ma la dimensione estetica del lavoro di Burtinsky e dei suoi colleghi, lungi dall’essere pura ricerca dell’effetto visivo, fa parte integrante dell’operazione, è una mossa ben precisa ed apertamente dichiarata per attirare l’attenzione. Senza bellezza – dirà Burtinsky durante la presentazione della mostra bolognese – non avremmo ottenuto lo stesso risultato, anche se la bellezza può essere, in molti casi, anche “terribile”.  E ripercorrendo il suo percorso artistico, narra di come abbia iniziato fotografando i paesaggi canadesi, per poi passare alle miniere. Partito con foto di paesaggi alterati dall’uomo (riecheggiando i “Manufactured landscapes” del film del 2009), quello che ora fotografa sono soprattutto sistemi di produzione o di prelevamento di beni della natura.

I più moderni mezzi ipertecnologici e digitali, ottenuti da quelle stesse materie prime che reperiamo perforando, scavando e trasformando tante parti del nostro territorio, si trasformano in questa mostra in strumento per la conoscenza e l’esplorazione dei fenomeni indagati.  Oltre duecento scatti in digitale assemblati insieme in un’unica grandissima immagine, l’utilizzo di macchine di grande formato (cifra stilistica precipua da sempre di Burtinsky), droni, eccetera, fanno apprezzare fino al più piccolo dettaglio dei grandi murales mentre, inquadrando una porzione di esso – grazie ad un’app realizzata per l’occasione – l’immagine fotografica si fa filmica, mostrandoci la stessa scena in movimento.

8. Carrara Marble Quarries Cava di Canalgrande #2_ Carrara Italy 2016

Con sistemi altrettanto sofisticati possiamo assistere a fenomeni altrimenti sconosciuti all’occhio: lo sbiancamento e la rapida consunzione dei coralli dovuto all’aumento di temperatura degli oceani, la biodiversità della barriera corallina, una catasta di zanne di elefante sequestrate ai bracconieri, fino a….udite, udite, la comparsa in forma di ologramma di un animale che non si riprodurrà più: Sudan, ultimo esemplare maschio di rinoceronte bianco, morto in cattività nel 2018 decretando così l’estinzione della sua specie.

Al di là dell’apparente spettacolarizzazione, la rappresentazione degli effetti dell’Antropocene diventa evanescente, evocabile solo attraverso una serie di artifici e filtri tecnologici sempre più sofisticati da porre davanti al nostro occhio.

Un giorno, presumibilmente, anche le più raffinate protesi tecnologiche alle quali affidiamo la nostra memoria e la nostra stessa lettura della realtà, come tutte le cose di questo mondo, cesseranno di funzionare. Cosa resterà, dopo di esse, del ricordo di com’era il mondo prima dell’Antropocene? Su tutto questo, la mostra di Bologna continua ad interrogarsi e a porre interrogativi ai suoi visitatori.

ANTHROPOCENE
Edward Burtinsky, Jennifer Baichal, Nicholas De Pencier
A cura di Sophie Hackett, Andrea Kunard, Urs Stahel
dal 16 maggio al 22 settembre 2019
MAST
via Speranza, 42
BOLOGNA
www.mast.org

 

Rispondi