di Claudio Miani

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Incastonato in una scenografia di tessitura geometrica che tanto ricorda le strutture abitative di Metropolis, il testo di Robert Thomas elegantemente e sapientemente riletto da Anna Galiena, è un gioco in perenne equilibrio metronimico tra verità e bugia, certezza e dubbio. Si incastra alla perfezione l’incedere ritmico della narrazione con le tonali delle 8 donne che danzano in quell’equilibrio precario sul quale si tiene un rapporto familiare sull’orlo del collasso.

E’ un susseguirsi di situazioni, di ricerche introspettiche, di sbalzi umorali e disagi sociali. Di domande prive di risposte e risposte sussurrate senza alcuna domanda posta. Come un enorme palinsessto di bisogni perennemente disattesi e di vite sospese.

8 donne e un mistero, quello che ruota attorno a quell’uomo mai presente in scena, eppure sempre al centro della narrazione, in modo talmente vivido che talvolta sembra assumere le fattezze di coloro che ne parlano. Quasi fosse affetto da quella sindrome metaleptica di matrice zelighiana, è li a porsi come padre, amante, fratello, figlio, sposo. Lì come se non potesse esistere altro centro cui attorno debba ruotare l’universo femminile, eppure superfluo sino all’inutile scopo di esserci solo per logica naturale.

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I personaggi cuciti sulle otto attrici sembrano disegnati dalle mani di un sarto e la bravura delle interpreti li animano di una vita propria e in un’essenza aromatica come la stessa fragranza femminile.

E se ciò non bastasse, la suspense che si eleva battuta dopo battuta, conduce lo spettatore per mano verso un finale inatteso ma reale e, a ben pensare, il solo che possa assumere un senso logico. Logico ma non vero, perché d’altro canto non aveva poi torto quel Palomar di firma calviniana che dinanzi ad universo stellato si rende conto che la verità non appartiene alla conoscenza umana.

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