di Claudio Miani

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Sembra di scendere in una dimensione onirica, dove sogno e racconto si mescolano tra i fumi del tempo o tra quelli esplosi di taglio ad offuscare un palco dal quale Čechov riporta un terrestre gabbiano ad incedere cauto tra gli astanti.

Le immagini sono nitide, il racconto complesso, ma fruibile, le sensazioni molteplici e le voci degli attori, di tutti gli attori, piene, dense, vive.

Ranieri è un’anima atemporale. Con le mani sprofondate nelle tasche si veste da primo attore, da comparsa, persino da gabbiano, per raccontare con il proprio tono, carico del consueto francesismo d’incedere, una storia che sembra scritta per essere da lui vestita.

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Un misto tra Fellini (l’enorme pianoforte che domina la scena potrebbe tranquillamente potuto essere uno dei simbolismi di felliniana memoria), l’intimista Pasolini, che traccia a memoria tutti i vizi dell’uomo e della donna, Flaubert, che ricama sulle relazioni abiti lisi e tristi, seppure indossati con garbo e Čechov, le cui tinte russe nascondono un desiderio di rivalsa, conquista, esigenza e tenacia.

Ognuno viaggia verso il proprio destino (tipico della drammaturgia russa), è consapevole del viaggio che (non) vorrebbe compiere, ma che sa perfettamente che non potrà (non) compiere e, infine, ritorna il presente, incondizionato dall’esistenze, per ricordare che ogni cosa è, semplicemente perché tale deve essere.

Al Quirino si respira il teatro. Quello fortunatamente scevro dai figli della televisione e dal ritmo da fiction. Al Quirino si sogna e tutti si è un po’ più ricchi.

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