di Roberta Maciocci

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Michele è un figlio, anche se non giovincello, dei tempi: vive virtualmente, non solo perché è dipendente dalla smania di sfondare sui social, bensì anche perché non è quello che sembra. E’ alto, palestrato, riesce a far colpo sulle sue corrispettive affamate di movida e minuti di notorietà, ma l’apparenza inganna.

Completamente calvo indossa un anacronistico parrucchino, è un semplice meccanico ma prende per così dire in prestito le auto di gamma sportiva per fare colpo sul pubblico femminile, quelle in vendita nella concessionaria dove lavora. Indossa Rolex “tarocchi”, per dirla in gergo, e frequenta palestre, locali e location che fa difficoltà a permettersi pur di essere quello che non è e apparire figo. Ipnotizzato nelle spire degli influencer, mai termine fu più indicato, è preso dalla febbre del gioco mediatico: veste abiti degni di una brutta copia di Travolta ne La febbre del sabato sera e di una versione di Gianluca Vacchi “dei poveri” (balletti all inclusive).

Stiamo parlando del protagonista di Scappo a casa, che uscirà nelle sale il prossimo 21 marzo, film per la regia di Enrico Lando ed interpretato nel ruolo principale da Aldo Baglio. Il regista e sceneggiatore lo ricordiamo per i film degli stralunati padre e figlio de I Soliti Idioti, Baglio viene identificato, come succede per tutte le collaborazioni artistiche agli altri due compagni storici del trio che comprende lui, Giovanni e Giacomo: un onere non gravoso, data la bravura e le peculiarità particolari di ognuno dei tre attori. Una sempre bravissima Angela Finocchiaro interpreta nel film un’agente di polizia straniera, e tra gli altri attori, il compagno di avventure di Michele/Aldo, è l’attore cinematografico e televisivo Jacky Ido: Bastardi senza gloria (2009) e Masai Bianca (2005), sono due tra film più famosi ai quali ha preso parte.

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Michele è un avido collezionista di like, ma c’è anche un motivo più prosaico rispetto a quella di offrire una falsa immagine di se stesso per compensare complessi di inferiorità rispetto ai Vip: deve, come si usava una volta per ottenere la “simpatica caffettiera” o la Mucca Carolina con i punti-prodotto, guadagnare punteggio su un’applicazione di incontri.

Di punto in bianco, però, come succede anche nella vita non virtuale succede qualcosa che stravolge non tanto la classifica di gradimento per le signore quanto il suo punto (sempre di punti si tratta) di vista sull’esistenza. Parte per Budapest per lavoro e per rimorchio (diporto è troppo generico) e gliene accadono di tutti i colori. Proprio di tutti i colori, comprese le sfumature cromatiche della pelle di quelli che diventeranno i suoi odiati-amati compagni di viaggio. Un viaggio interiore e non soltanto geografico. Pregiudizi suoi che gli si ritorceranno contro, anche se in chiave comica, la voglia di scappare e non da casa bensì di tornare a casa, quell’Italia come rifugio e dimora, e che durante le sue peripezie, che non anticipiamo ovviamente, invoca esclusivamente come dimensione di diritto atavico, urlando in inglese stentato di essere italiano.

Come tutti i sovrani citati nei drammi e nelle poesie come passibili di cadere più volte nella polvere e più volte sull’altar, “The King of Motors”, come si è auto-soprannominato lui, perde la corona di tronista, di ammaliatore (ed anche il parrucchino, in verità). Si ritrova a combattere con il motore indisciplinato di un camion scassone da prendere in prestito (altro che i macchinoni al quale è abituato) e che non vuole saperne a mettersi in moto e a condividere spazi, idee e contatto fisico con persone diverse da lui. Soprattutto diverse dalla fauna rutilante alla quale è abituato, dalle persone sole che fingono di non esserlo gettandosi nella mischia virtuale o fisica che sia dello stordimento collettivo.

A prescindere dal significato del percorso di maturazione e consapevolezza del personaggio, il film è godibilmente tragi-comico. Nei dietro le quinte della lavorazione, Aldo Baglio ha parlato di sé e del collega Jacky Ido come dei due novelli Bud Spencer e Terence Hill: risse, un legame forte che si creerà tra i due nel corso della vicenda e aneddoti di varia umanità (non virtuale) tra i personaggi e gli attori in quanto individui non di fantasia, conditi da bravura indiscussa. L’altra protagonista femminile è Fatou N’Diaje, che aveva già recitato con Ido in Aide toi-et le ciel t’aidera (2008), protagonista anche di gag sul set, come quella di più di un sonoro schiaffone ricevuti da Michele/Aldo durante le prove: compito che dai racconti, molto divertiti e divertenti dell’attore, pare lei abbia preso molto sul serio fino a scusarsi della veemenza del gesto.

Scappo da casa è un film multietnico senza scadere nella spettacolarizzazione della spesso falsa -purtroppo – difesa dell’uguaglianza, nell’ostentato falso trionfo dei buoni valori rispetto allo spauracchio dei social network, che possono essere utilizzati, come qualsiasi altro mezzo, non soltanto per millantare e vivere nella superficialità.  Spontaneo nella finzione e lontano dal trash, come dicevano i latini castigat (anche se in maniera leggera) ridendo mores. Non ha la pretesa di essere un manifesto contro il razzismo né un film impegnato ma trasmette un senso di umanità. Bella prova per il regista, che decisamente fa un salto di qualità rispetto alle meno incisive pellicole precedenti e anche per Baglio, co-sceneggiatore della pellicola insieme a Morgan Bertacca, che aveva curato le sceneggiature delle performance in trio dell’attore. Scappiamo al cinema, o perlomeno andiamo a vedere il film.

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