di Agostino Casaretto

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La figura retorica o schema del discorso, non è altro che un qualsiasi artificio nel discorso volto a creare un particolare effetto. Un esempio di questo potrebbe essere l’aposiopesi cioè quando in un discorso lasciamo qualcosa in sospeso che pur essendo chiara, la conclusione è lasciata alla immaginazione.

Qualche frase che rappresenta questo modo di dire o di scrivere potrebbe essere: “Si potrebbe pensare che sia così, se non fosse che….” , “Non riesco proprio a spiegarmelo, a meno che….” ,

Suo padre è molto simpatico, mentre sua madre….” , “Potremmo uscire stasera, anche se con  questo tempo…. ”. Il nome greco di questa figura retorica è appunto “aposiopesi” mentre in latino è la cosiddetta “reticenza” nel non dire. Quindi nelle forme di scrittura o orale in cui usiamo l’interruzione ad arte, che lascia intendere ciò che segue, come se non si volesse o non si potesse dire.

Usiamo questo artificio che si fonda sull’allusione che può essere considerata stimolante, perché chiede a chi ascolta di immaginare il seguito del discorso comunicando contemporaneamente che non è il caso di dire tutto. Da qui la reticenza diventa una opportunità, un leggero velo che suggerisce quello che potrebbe essere rendendo complice chi ascolta. E’ chiaro che nella forma scritta rispetto a quella orale la forma dell’aposiopesi è sofferente perché nella forma orale viene aiutata dalle espressioni vocali e gestuali (occhiolini, alzate di sopracciglia, ammiccamenti, languori, sorrisetti) con i quali il parlato può dare più espressione e allusione, facendo diventare più accattivante o più pesante il discorso. Mentre per iscritto spesso si può ricorrere solo ai puntini di sospensione. Comunque sia scritta che orale l’aposiopesi è diventata una forma comune usata spesso anche in poesia con i suoi bei puntini di sospensione.

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