di Annalea Vallesi

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Inger Christensen è stata una poetessa, scrittrice e saggista danese, più volte candidata per il Nobel. Nata a Vejle in Danimarca, nel 1935 Inger Christensen esordisce nel 1962 con la sua prima  raccolta  Lys (Luce) seguita l’anno successivo da “Gres” (Erba), due opere in cui la poetessa coltiva la forma breve cercando di catturare la musicalità della lingua.

Dopo queste due prime opere, non seguono altre, almeno non in rapida successione, poiché le opere della Christensen, nel corso dei decenni successivi si rarefanno di pari passo con l’aumento della sua popolarità e soprattutto con l’incremento di profondità, di spessore e di valore che i suoi versi hanno raggiunto. Le sue pubblicazioni sono attese con ansia da un pubblico che negli ultimi suoi anni di vita l’ha considerata il mito vivente della poesia danese del Novecento.

Dopo la prima produzione lirica delle due raccolte “Luce” ed “Erba”, segue una sperimentazione della scrittura in forma narrativa, con due romanzi, ma poi nel 1969 torna al suo primo amore, la poesia, con la pubblicazione della raccolta “Det” (ciò). In questa raccolta (tradotta in Inglese It), la Christensen affronta quelle tematiche filosofiche, estetiche e sociali che, nel 1969, interessavano l’opinione pubblica danese: l’autrice venne per questo insignita del Premio Gyldne Laurbær – e Det divenne così libro danese dell’anno.

Nel 1978 è accolta come membro, nella Kongelige Danske Videnskabernes Selskab (l’Accademia reale danese).

ItNel 1981 tenta una combinazione di proporzione numerica – ricorrendo alla sequenza di Fibonacci – metrica e poeticità nella raccolta Alfabet: che tratta, soprattutto, l’eventuale conflitto nucleare e la conseguente devastazione ecologica, in una crescita e decrescita di elementi che contribuiscono a descrivere il disastro finale. Alla traduttrice in Inglese Susanna Nied (2001) viene conferito il PEN Translation Prize.

Nel 1991 Inger Christensen vince il Grand Prix des Biennales Internationales de Poésie e, nello stesso anno, anche il Rungstedlund Award.

Nello stesso anno pubblica anche Sommerfugledalen: Et requiem (tradotto in italiano da Bruno Berni come La valle delle farfalle, Donzelli Editore 2015), una corona di sonetti poi inserita nel Kulturkanonen – un’iniziativa promossa dal Ministro della Cultura danese Brian Mikkelsen, che voleva così raccogliere le eccellenze tra le produzioni dell’intelletto danese. Nel 1994 vince poi il prestigioso Staatspreis für Literatur del Governo austriaco e, sempre nello stesso anno, il “Piccolo Nobel”, che la consacra tra le eccellenze scandinave.

Sempre nel 1994 diventa membro dell’Académie Européenne de Poésie e nel 2001 dell’Akademie der Künste di Berlino.

Nel 1995, ancora, vince l’European Poetry Prize, nel 2001 l’America Award, nel 2006, in Germania, il Siegfried Unseld.

Muore a Copenaghen il 2 gennaio 2009 a 74 anni.

copertina La valle delle farfalleLa poesia di Inger Christensen trova il suo apice in quella che è la sua ultima raccolta, da me letta, “La valle delle farfalle” del 1991. Si tratta di una corona di sonetti, tradotti dal danese all’italiano dall’impareggiabile Bruno Berni, nell’edizione “Donzelli Poesia” (2015) un sistema perfetto di poesia classica, in cui il verso finale di ogni sonetto è quello iniziale del sonetto successivo. Siamo in presenza di un ricamo di parole raffinate e leggere come origami giapponese, fra le righe di questo genere di poesia sono nascosti segreti non facili da svelare, e quindi espressi attraverso sublimi metafore naturalistiche, rime, assonanze, ricercata musicalità linguistica.

Nel suo lavoro di traduttore, Bruno Berni è stato in diretto contatto con la poetessa che però è venuta a mancare il 2 gennaio 2009, lasciando la laboriosa opera di traduzione senza il prezioso sostegno dell’autrice….la quale era solita ripetere a Berni: “Ci metterai troppo tempo”…

E in effetti ci sono voluti anni, ma il risultato è perfetto. Ritrascrivo di seguito i versi che mi hanno maggiormente colpita.

“Salgono, le farfalle dal pianeta,

come pigmento dal calor del suolo,

cinabro, ocra, oro e giallo creta,

di chimici elementi emerso stuolo.

 

E’ questo batter d’ali un’adunata

di particelle di luce in un miraggio?

E’ dell’infanzia l’estate già sognata

Rifratta come in differito raggio?

 

No, è l’angelo di luce che dipinge

se stesso come apollo e limenite,

come papilio, macaone e sfinge.

 

Le vedo con la mente mia malsana,

tal piume da piumino d’afa uscite

a Brajcino nell’aria meridiana.”

 

Altro sonetto a pag. 17:

“Come atalanta, antiopa ed erato

nel dei color periodico sistema

col più modesto nettare stillato

possono alzar la terra qual diadema,

 

come in limpida pace del colore,

lavanda, nero, porpora, marrone,

cingon precise i covi del dolore,

pur se di breve gioia hanno illusione,

 

possono con proboscite già avvezza

suggere il mondo, favola illustrata,

con tocco lieve come una carezza

 

finchè il lampo d’amore svanirà,

sol lampi di bellezza spaventata

come un argo azzurro volano qua e là”

 

A pag. 27:

“Con sprazzi di quiete e dolce inganno,

con verdi aloni di smeraldo e giada,

le larve nude d’iride potranno

imitar foglie e di salice e rugiada.

 

Le ho viste divorar le loro figure,

che poi in crisalide erano piegate,

e appese come ciò di cui han fatture:

foglia tra le altre foglie radunate.

 

E se farfalla in lingua figurata

per meglio sopravviver può rubare,

perché dovrei esser io meno assennata,

 

se angoscia può lenir del vuoto indegno

queste farfalle anime chiamate

e di morti scomparsi gran disegno.”

 

Fa parte di questo libricino edito da Donzelli (2015) anche la “Poesia sulla morte” composta nel 1989, della quale pure ritrascrivo alcuni dei versi più significativi:

 

“non riesco a scrivere niente

la carta è vuota come ieri

ha un’aria così chiusa

biancastra e silenziosa

 

lo stesso tono biancastro

della neve quando invecchia

e la crosta di gelo si rompe

ma niente ne stilla

 

niente, nessuna lacrima

nessun bucaneve, niente

pensa se non fossimo

costretti a morire

 

pensa se sempre

potessimo stare sulla Terra

quale condizione terrena

dovrebbe allora esser detta morte

 

e quale morte esser detta vita

quando l’anima del cieco

ha stralunato

gli occhi e vede.”

 

Grazie per la vostra attenzione e buon fine settimana.

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