The Leftovers: l’eterno scontro tra fede e ragione

di Gianluca Sforza

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Tra il 2014 e il 2017 è andata in onda sul network HBO la serie TV “The Leftovers”, un dramma psicologico tratto dal romanzo omonimo di Tom Perrotta (che copre però solo gli eventi della prima stagione) venato di sfumature new age che sfocia spesso nel sovrannaturale e sfiora nella parte finale della terza e ultima stagione la fantascienza. Alla scrittura della serie ha partecipato anche Damon Lindelof, che era stato il creatore di Lost, una delle prime serie Tv a diventare fenomeno di costume, ma che al tempo stesso aveva lasciato l’amaro in bocca agli stessi fan e attirato numerose critiche con il discutibile e debole finale di cui lo stesso Lindelof era considerato responsabile.

The Leftovers parte da un antefatto di grande originalità e impatto emotivo: il 2% dell’umanità, ossia 140 milioni di persone, scompare (in modo più o meno uniforme tra le varie nazioni della Terra) improvvisamente in un giorno di ottobre del 2011, lasciando costernati e pesantemente provati i superstiti. A peggiorare le cose, come dopo ogni evento messianico che si rispetti, una quantità di sette e santoni comincia a proliferare ognuna con la sua spiegazione dell’evento più o meno mistica facendo presa sulle fragilità emotive di tutti coloro che hanno perso qualcuno in quella che verrà d’ora in avanti chiamata la Dipartita. La più pericolosa di tutte queste sette è quella che in lingua originale viene chiamata i Guilty Remnants tradotto discutibilmente in italiano con I Colpevoli Sopravvissuti, quando in realtà la traduzione più giusta sarebbe Colpevoli Rimasti, a sottolineare come l’essere rimasti sulla Terra sia da interpretare come una colpa (la parola Sopravvissuti presuppone che i Dipartiti siano morti, quando questo non viene mai confermato in nessuno dei 28 episodi della serie).

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La prima stagione – che parte 3 anni dopo la Dipartita – è ambientata nell’immaginaria cittadina di Mapleton (vicino New York), alla vigilia dell’anniversario del misterioso evento. Assistiamo alle vicende del poliziotto Kevin sposato con Laurie, una psicanalista super razionale che provata da una dipartita che scopriremo solo verso la fine della prima stagione – ma che la stessa ha tenuto nascosta alla famiglia – decide un anno dopo l’evento di entrare nei G.R. (Guilty Remnants); si scoprirà che il rapporto tra i due (che hanno 2 figli adolescenti) è in rotta di collisione da tempo. L’altra famiglia su cui si concentra la narrazione è quella formata dai fratelli Nora e Matt. Nora, il personaggio più riuscito della serie, ha perso nella Dipartita addirittura 3 membri della sua famiglia, ossia il marito e i suoi due figli, un fatto che ha una probabilità statistica di 1 su 142.000 di verificarsi, vincendo probabilmente la palma di donna più sfortunata del pianeta. Devastata dalla perdita, assistiamo alla sua difficilissima elaborazione del lutto che consiste sia nell’occuparsi della vicenda dal punto di vista lavorativo, intervistando per conto dell’amministrazione locale i superstiti affinchè questi possano rientrare nei premi assicurativi che derivano dalla scomparsa dei loro cari, sia nel tentativo di ricostruirsi una vita privata non facendosi però coinvolgere dalla fede religiosa o sette di alcun genere. Al suo opposto il fratello Matt, è un reverendo pieno di fede nel Signore, che dalla Dipartita trae ispirazione per rinnovare il suo credo, cercando al tempo stesso di combattere le spiegazioni di chi crede che gli scomparsi siano stati rapiti dal Signore in attesa della Sua Seconda Venuta (ma lo spettatore si accorgerà che su questo punto il reverendo cambierà idea nel susseguirsi degli eventi). Sullo sfondo i G.R., guidati dalla carismatica Patti Levin, con i loro strani rituali come il vestirsi di bianco e il fumare di continuo, che si appostano di continuo fuori dalle case dei cittadini e li fissano senza proferire parola, o addirittura ordinano manichini con le fattezze degli scomparsi per poi portarli di nascosto nelle case, come ad impedire ai cittadini di dimenticare e di rifarsi una nuova vita e una nuova famiglia; in un certo senso I G.R. sono una sorta di esistenzialisti che, prendendo spunto dalla Dipartita, professano il non senso della vita e l’assenza di un qualsiasi scopo dell’esistenza umana.

Nel corso del racconto viene alla luce lo sdoppiamento di personalità di Kevin, e gli strani comportamenti di Nora, i due veri protagonisti della serie, due personalità fragili e rotte, che si avvicineranno sempre di più fino ad innamorarsi.

Se la prima stagione ha toni essenzialmente drammatici e in grandissima parte realistici, ed è arricchita da una sigla evocativa che ripropone in una efficacissima veste grafica temi religiosi e apocalittici, la seconda stagione intensifica gli aspetti sovrannaturali (in una maniera per la verità non sempre cristallina o efficace), e introduce nuovi personaggi e una nuova famiglia, i Murpheys, che hanno la fortuna di vivere nell’unica cittadina del mondo a non aver subito dipartiti, Jarden nel Texas, ribattezzata per l’occasione Miracle.

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In questa città diventata agli occhi dell’America e del mondo una sorta di novella Lourdes, oggetto del desiderio di pellegrini e di aspiranti nuovi residenti che bivaccano dentro il parco ai confini della città, nella speranza di poter ottenere anch’essi un giorno il braccialetto che divide i residenti dai forestieri assistiamo a nuove vicende che coinvolgono Kevin e Nora e veniamo a conoscenza dei segreti inconfessabili dei Murpheys che depurano Jarden dello status di città senza peccato seppur risparmiata dalla Dipartita. In questa stagione Kevin vive delle esperienze ultraterrene, che gli danno un’aura quasi spirituale che avranno poi delle conseguenze importanti nella terza stagione della serie.

Il modo giusto di interpretare gli accadimenti di The Leftovers, almeno secondo chi scrive, è che non bisogna prendere troppo sul serio gli aspetti fantastici che sono disseminati negli episodi, perché tutti rappresentano una citazione colta di testi sacri e mitologie di vari Paesi. Per capire il personaggio di Matt ad esempio, basta ricordare la scena nel parco della città di Jarden, quando a domanda su quale sia il suo libro preferito, lui risponde il libro di Giobbe, che come tutti sappiamo viene messo a durissima prova dal Signore per testare la sua fede. Lungo lo svolgimento della serie Matt è difatti il fedele testardo, per cui nessuna delle disgrazie che lo colpiscono tra cui anche una moglie ridotta allo stato vegetativo da un incidente stradale che lui accudisce amorevolmente possono minimamente scalfire la sua fede e il suo fervore religioso; solo nel finale della terza stagione vediamo la sua sicurezza tentennare di fronte al cancro che lo sta uccidendo. Le presunte morti e resurrezioni di Kevin invece portano lo spettatore a credere che si tratti di un Secondo Messia, proprio come nell’Apocalisse di San Giovanni che parla di un Rapimento della Chiesa – qui rappresentata metaforicamente dalla Dipartita – esattamente sette anni prima della Seconda Venuta di Cristo (ma si tratta di un falso indizio come si vedrà nella terza serie).

Gli sceneggiatori della serie, Perrotta e Lindelof si divertono ad usare questi ed altri topoi per rappresentare il modo in cui le persone affrontano il lutto e la scomparsa improvvisa dei propri cari. Abbiamo Laurie, la moglie di Kevin, la cui troppa razionalità e capacità analitica finisce per generare in lei il mostro della depressione e ricorrenti pensieri suicidi. Oppure Nora, il cui pervicace rifiuto della fede e dell’irrazionale religioso non le impedisce, negli episodi della terza stagione di tentare il viaggio nell’altra dimensione, quella dove secondo alcuni sedicenti scienziate, sarebbe finito quel 2% scomparso della popolazione mondiale, e quindi anche suo marito e i suoi due figli. Oppure Patti, la carismatica leader dei G.R., vera (sub)coscienza critica in questo e in quell’altro mondo di Kevin, con una funzione fondamentale nel suggerire il da farsi nei momenti critici.

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Con l’intensificarsi dell’irrazionale, negli episodi della seconda ma soprattutto della terza stagione ambientata nell’outback australiano 7 anni dopo la Dipartita, i toni drammatici, sempre sottolineati dal commovente tema musicale di Max Richter, si alternano a momenti più leggeri e ironici, che dimostrano la natura didascalica di queste scene. Quelle ambientate nel mondo ultraterreno (Limbo, Purgatorio?) che vedono protagonista Kevin, oltre ad essere ricche di citazioni colte, dalla musica di Verdi ai riferimenti all’Eneide e alla Divina Commedia (Virgil, il fiume della dimenticanza), ci introducono a dei quadretti nei quali il nostro eroe, potenziale Messia, ha il compito di evitare la fine del mondo, ossia il diluvio profetizzato il giorno del settimo anniversario dalla Dipartita dal libro scritto dal reverendo Matt con la collaborazione del padre di Kevin che dovrebbe rappresentare il Nuovissimo Testamento. Ovviamente tutti questi disegni falliranno,  perché Kevin non è il Messia e il diluvio non ci sarà; infatti, nonostante il padre affermi che la pioggia fosse durata a lungo prima che il figlio si risvegliasse, lo spettatore vede il terreno completamente asciutto.

L’ultimo episodio, probabilmente il più toccante dell’intera serie, si chiude con Kevin e Nora invecchiati, che si re-incontrano nella desolata pianura australiana in un futuro imprecisato senza che lo spettatore venga messo al corrente per almeno ¾ dell’episodio cosa sia accaduto a loro e agli altri protagonisti. L’ultimo incontro di Nora e Kevin è definitivamente riconciliatorio; le due anime tormentate che si amano e si lasciano continuamente si confessano l’uno all’altra in modo totale; Kevin non si è più risposato e ha rinunciato a tutto pur di ritrovare Nora; lei gli confessa il suo viaggio nell’altra dimensione per ritrovare i suoi figli, ma con un notevole coup de theatre del regista, mentre Nora racconta il suo viaggio e ritorno noi spettatori non visualizziamo nessun flashback – non sappiamo quindi se Nora sta dicendo la verità o sta mentendo – e lei, che in passato non aveva mai cercato consolazione nelle cose irrazionali e per questo non si era mai data pace sulla non logica sparizione dei suoi affetti, è costretta a chiedere a Kevin un atto di fede, che puntualmente arriva e certifica definitivamene il legame tra i due.

The Leftovers è tutt’altro che una serie perfetta, da qualunque punto di vista vogliamo guardarla. Non ha la perfetta costruzione dei personaggi di Breaking Bad, l’impatto rivoluzionario di Black Mirror, la popolarità di Game of Thrones o la brillantezza dei dialoghi (e monologhi) di True Detective. Negli USA non ha mai toccato la cifra del milione di telespettatori, e d’altronde la decisione dei produttori  di non andare oltre la terza stagione è una testimonianza che nonostante il cast di tutto rispetto – Kevin è interpretato da Justin Theroux, l’attore feticcio dell’ultimo Lynch – e la popolarità di Lindelof come autore di Lost questo prodotto di HBO non ha entusiasmato le folle né negli Stati Uniti nè nel resto del mondo.

Non possiamo negare che buchi nella sceneggiatura vi siano, alcuni personaggi di cui si poteva fare a meno anche, che l’interpretazione di Theroux (nonostante il suo rispettabile curriculum) sia altalenante, colpa anche di un personaggio che non ha uno spessore e una caratterizzazione ben definiti a differenza di Nora, Matt e persino Laurie– in fondo si tratta dell’unico protagonista che non ha vissuto un vero e proprio lutto (anche l’idea dell’amante occasionale scomparsa durante la Dipartita non è sembrata un granchè). I toni sono sovente melodrammatici, e i vari personaggi piangono troppo spesso.

I temi introdotti, come l’elaborazione del lutto e l’eterna contrapposizione tra fede e ragione sono alquanto difficili da filtrare su schermo, ma bisogna riconoscere il coraggio fuori dal comune di presentare al pubblico uno sceneggiato con alti contenuti psicologici e religiosi. In un certo senso non si può pensare di radunare le folle quando lo stile è così riflessivo e l’andamento così lento; certo la violenza spesso gratuita e le scene di sesso a gogò che si vedono in altre serie di maggior successo sono un miglior biglietto da visita per l’appassionato medio di serie TV, anche se credo che persino lo spettatore meno smaliziato cominci ad avvertire un senso di deja vu alla centesima scena di sangue o copula.

Il punto forte di The Leftovers quindi è proprio quello di essere un prodotto di nicchia, originalissimo nell’idea di base, nella rappresentazione dei temi di cui sopra e nella sua ambientazione, snobbato dal pubblico ma in compenso enormemente rivalutato dalla critica che ha persino perdonato a Damon Lindelof il buco nell’acqua fatto con il finale di Lost.

 The Leftovers conferma che gli sceneggiati TV stanno vivendo per quantità e qualità un Rinascimento che ha messo in secondo piano il cinema, se consideriamo che ormai anche gli attori più quotati (vedremo tra breve Sean Penn in una serie sull’esplorazione di Marte) si stanno indirizzando verso questa forma di arte audiovisiva.

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