di Serena Valente

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Il lavoro di un fotogiornalista è spesso spaccato a metà tra etica e verità. Ma cosa fa questa figura? La funzione del fotogiornalismo è quella di raccontare tramite immagini, bloccare il tempo in una foto, e non si ha bisogno di parole per decifrarla, essa non conosce barriere culturali, politiche o geografiche.

Ma a volte, nell’opinione comune, conosce barriere etiche e morali. Famosa è la storia di Kevin Carter, fotogiornalista sudafricano famoso per i suoi scatti sulle condizioni umane in Africa. Nel 1993 vince il premio Pulitzer per una delle sue fotografie più famose: La Bambina e l’Avvoltoio. Nella foto viene raffigurato un bambino (si scoprì più tardi essere un maschietto) gravemente malnutrito con dietro di lui, quasi come ad attendere la sua fine, un avvoltoio. Lo scatto divenne il simbolo della fame nel mondo.

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L’opinione pubblica però cominciò a parlare, a domandarsi quale fosse stato il destino del bambino, e se Carter avesse fatto qualcosa a proposito. Le domande e le omissioni di soccorso aumentarono sempre di più, portando il giovane fotografo ad una grave depressione che lo portò al suicidio.  La sua stessa foto lo uccise. Il bambino non morì in quella situazione, ma qualche anno dopo a causa della febbre, dimostrazione della precarietà della vita in quelle terre.

La foto di Carter dimostra il nostro ruolo da spettatori di una realtà spesso spaventosa. il bambino non era solo il soggetto di una foto dura, ma un soggetto che rappresentava la realtà di quelle terre, era tutti i bambini e gli adulti vittime della fame. Carter ci ha solo mostrato la verità catturandola in un’immagine. Il giudizio delle persone però, è stato fatale.

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