Un’avventura: giù le mani (ma non troppo) da Battisti-Mogol

di Laura Pozzi

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C’era una volta il musicarello, sottogenere cinematografico tutto italiano particolarmente in voga negli anni 50/60. Il successo di queste operine costruite su esili trame intorno al cantante del momento e alle sue hit di successo ha rappresentato un fenomeno di costume di una certa valenza pur trovando epilogo inevitabile nei decenni successivi.

Con Un’Avventura Marco Danieli (interessante regista de La ragazza del mondo, 2016) tenta non senza coraggio un’operazione in parte discutibile, ma comunque dignitosa. Il film uscito nelle sale il 14 febbraio è  in primis un tributo non solo a due mostri sacri della musica italiana, ma a tutto il nostro patrimonio culturale. Sta di fatto che alle volte violare l’intoccabile può rivelarsi estremamente pericoloso se privi di eccezionali misure di sicurezza, ma Danieli che si limita a dirigere una sceneggiatura scritta da Isabella Aguilar e molto più complessa di quanto appare, porta diligentemente a termine il compito.

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Ora tentare una comparazione (da cui trae comunque ispirazione) con illustri predecessori quali Across the Universe di Julie Taymor (2007) e La La Land di Damien Chazelle (2016) risulta un esercizio sterile e fine a se stesso, molto più prolifico al contrario concentrarsi su aspetti meno ovvi e scontati. Di certo il regista non intende rinverdire un genere dichiaratamente fuori moda, ma piuttosto avvicinarsi e sperimentare su un terreno, quello del musical, poco frequentato dal nostro cinema. Il maggior limite del film nonché vero tallone d’Achille è lo scarso utilizzo, dovuto a motivi strettamente legali, di capolavori intramontabili come Emozioni, Pensieri e ParoleI Giardini di Marzo solo per citarne alcuni a favore di pezzi non propriamente memorabili.

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Così a farne le spese è la tormentata e controversa storia d’amore costellata da fughe, tradimenti e riappacificazioni tra Matteo e Francesca obbligata ad accontentarsi non proprio delle briciole (sono comunque presenti pezzi immortali come Acqua Azzurra, Acqua Chiara, Dieci ragazze, Uno in più) ma quasi. E non basta l’incisiva alchimia tra Michele Riondino e Laura Chiatti a far scattare la scintilla e ad occultare qualche lacuna di troppo, anche se il lungo e sconsolato prologo sulle note di Io Vivrò fa decisamente ben sperare. Purtroppo il tutto si esaurisce nella prima mezz’ora (quella più dinamica e riuscita) quando le carte sono ormai scoperte e l’effetto sorpresa vanificato. Resta tuttavia la concezione di un cinema altro, proteso su un intrattenimento volutamente di facciata, piacevole e mai volgare. Come dire meglio questo di tante inutili commedie sciatte e banali di cui si nutre inspiegabilmente il nostro cinema e di cui sembra non riuscire a fare a meno.

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