di Annalea Vallesi

La Cvetaeva con famiglia e marito S. Efron.jpg

Marina I. Cvetaeva, oggi considerata al livello di Majakovskij, di Pasternak e dell’Achmatova, ossia dei nomi più importanti della poesia russa, nasce a Mosca nel 1892, dove suo padre è insegnante alla facoltà di filosofia. Nel 1922 emigra all’estero per avversione al nuovo regime politico comunista e per raggiungere il marito Sergej Efron, che aveva combattuto contro i rossi nelle armate bianche di Denikin e di Vrangel e si era poi rifugiato a Praga.

Qui la Cvetaeva prosegue l’attività letteraria, rivelando un’originalissima personalità artistica, indipendente da tendenze e scuole. Fra il 1916 e il 1920 scrive senza concedersi tregua, compiendo un lavoro enorme che ha come suoi frutti le raccolte: “Insonnia”, “Versi per Blok”, “Stenka Razin”, “Versi per Sonecka”, “Alla nonna”, “Psiche”, “Drammi in versi”, prose varie e altre numerose composizioni.

All’estero la Cvetaeva soffre profondamente per il distacco dalla patria e la delusione provocata dal crollo degli ideali della “Vandea russa” ovvero di quel movimento di area politica moderata che si opponeva all’avvento del comunismo.  Ciò la spinge a ritornare in Russia, dove nel 1939 assume la cittadinanza sovietica. Prima di poter riprendere contatto con la vita letteraria, viene colpita negli affetti più cari: il marito e la figlia cadono vittime dello stalinismo, reclusi e uccisi in un campo di concentramento comunista.

Rimasta sola in un ambiente che le è estraneo, viene travolta dal caos del primo periodo della seconda guerra mondiale.  Ripara di luogo in luogo, fino alla Repubblica Tartara, quindi a Cistopol, quindi a Elabuga, dove il 31 agosto 1941 muore suicida.

Cvetaeva_19171Vediamo cosa scriveva di lei Boris Pasternak, il famoso scrittore, poeta e romanziere autore del “Dottor Zivago” nel 1957: “Nella vita e nell’arte, la Cvetaeva aspirò sempre, impetuosamente, avidamente quasi rapacemente, alla finezza e alla perfezione: e nell’inseguirle si spinse molto in avanti, sorpassò tutti. Oltre al poco che ci è noto, essa ha scritto una quantità di cose che da noi sono ancora sconosciute: opere immense, tempestose…La loro pubblicazione segnerà un grande trionfo e una rivoluzione per la nostra poesia che, inaspettatamente, si arricchirà di un dono tardivo straordinario. Penso che la massima rivalutazione e il massimo dei riconoscimenti attendano la Cvetaeva”.

Proprio nell’anno in cui Pasternak scriveva questo elogio della poetessa, i versi della stessa cominciavano a riaffiorare dalle riviste e dalle varie pubblicazioni, fino alla fama e ai riconoscimenti di critica e lettori che vennero nei decenni successivi, proprio come egli aveva profetizzato. Famosi sono anche i carteggi relativi alla copiosa corrispondenza poetica intercorsa fra la Cvetaeva e Rainer Maria Rilke.

Personalmente trovo la poesia della Cvetaeva ricercata e raffinata, ma anche impetuosa e straordinariamente sincera. E’ sincera nella descrizione dei sentimenti, nella bruttezza del dolore, nella rabbia dell’abbandono e del tradimento. Ogni sua descrizione è dettagliata e profonda e la parola seppur smisurata è sempre vera.

copertina FeltrinelliA casa ho una edizione antologica delle sue “Poesie” della libreria “Universale Economica Feltrinelli” a dire il vero un po’ datata, ovvero del 1979. Ovviamente esistono in commercio anche edizioni più recenti ed aggiornate delle poesie della Cvetaeva. Di seguito ritrascrivo i versi che mi hanno maggiormente colpita della grande poetessa russa.

“IL POETA

Il poeta-da lontano conduce il discorso.

Il poeta-lontano conduce il discorso.

 

Per pianeti, per segni….per botri

di indirette parabole…Fra il sì e il no

lui-persino volando giù dal campanile-

rimedia un appiglio…Poiché il cammino delle comete

 

è il cammino dei poeti. I dispersi anelli

della casualità, ecco il suo legame! Con la fronte in alto

disperatevi! Le eclissi dei poeti

non sono previste dal calendario.

 

Lui è quello che imbroglia le carte,

che inganna sul peso e sul conto;

lui è quello che domanda dal banco

chi demolisce Kant,

 

chi c’è nella bara di pietra della Bastiglia-

l’albero nella sua bellezza…

Quello le cui tracce si dileguano sempre,

quel treno a cui tutti

arrivano tardi….

Poiché il cammino delle comete

è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando,

strappando e non coltivando – esplosione e scasso –

il tuo sentiero, crinieruto, storto,

non è previsto dal calendario!”

(da “Poesie” ed. “Universale Economica Feltrinelli”)

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