Parlami di te: l’insostenibile, (ma piacevole) leggerezza del cinema francese

di Laura Pozzi

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Alain Wapler (un’irresistibile e malinconico Fabrice Luchini), è come recita il titolo originale della pellicola Une homme pressé, vale a dire un uomo che ha fretta.

Cinico e sprezzante verso il prossimo, beffardo e spregiudicato nei confronti dei più deboli, uomo ombra negli affetti più cari la sua vita fondata esclusivamente su fama e successo (grazie all’ideazione di vigorose e fiammanti autovetture) è costretta ad un brusco rewind quando un ictus gli compromette l’uso della parola lasciandogli in eredità severi danni cognitivi. Per un oratore del suo calibro oltre il danno la beffa dal momento che al pari di un bambino dovrà momentaneamente accantonare il lavoro da cui in seguito sarà escluso per cominciare una lunga e sofferta riabilitazione linguistica.

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Grazie al supporto di Jeanne (Leila Bekhti) una giovane ortofonista in lotta con il suo passato e a quello di sua figlia Julia (Rebecca Marder) non tarderà molto a capire che il significato dell’esistenza non si limita ad un compendio di dati e statistiche, ma è da ricercarsi in qualcosa di più profondo come mostra simbolicamente e un po’ ruffianamente il cammino finale verso Santiago de Compostela. Il film ha dalla sua un’interprete da 100 e lode, un camaleonte capace di rendere credibile un personaggio dal linguaggio assurdo e strampalato senza mai cadere nel ridicolo, ma permeandolo di una dignità e tenerezza da renderlo inaspettatamente simpatico.

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Oltre naturalmente a farsi carico di uno script (ispirato alla storia vera di Christian Streiff, ex CEO di Airbus e di PSA Peugeot Citroen) potenzialmente interessante sulla carta, ma estremamente deludente nel risultato. Una commedia lieve e garbata, mai banale nel trattare un tema ostico e rischioso, ma priva della consistenza necessaria ad elevarla al di sopra di un prodotto medio innegabilmente piacevole e a tratti divertente, ma facilmente dimenticabile. Hervè Mimran nel tentativo di dare alla vicenda un taglio non troppo serioso eccede in leggerezza raccontando una storia debolina e priva di solide fondamenta. Questo perché oltre a sprecare un notevole cast, semplifica ai minimi termini un tema dallo scarso appeal cinematografico, (ma meritevole di adeguato approfondimento) edulcorando un messaggio indubbiamente risaputo, ma se diligentemente trattato, sempre efficace. Non tutto però è da buttare alle ortiche e se il film riesce in parte a farsi perdonare è grazie alla sottile ironia che lo pervade e alla capacità di far sorridere e sdrammatizzare su una delle tante e imprevedibili cadute da cui nessuno può fatalmente dichiararsi immune.

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