di Francesco Amato

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Negli ultimi anni, anche a causa delle vicende politiche mondiali, il tema del razzismo e della discriminazione è tornato a essere trattato da numerosi film hollywoodiani. I Premi Oscar, in particolare, da qualche anno cercano di favorire film con questo tema, come nel caso di Moonlight di Barry Jenkins, vincitore del premio per il miglior film nel 2017. L’intento dei produttori e dei registi che cercano di parlare di questo tema a dir poco spinoso, è, al di là della qualità dei film in questione, sicuramente lodevole, restituendo all’arte del cinema il suo ruolo educativo.

Uno dei film più interessanti del genere, è proprio il nuovo lavoro di Peter Farrely: Green Book.

Il film, ispirato ad una storia vera, racconta la vita di Tony “Lip” Vallelonga (Viggo Mortensen), un buttafuori italoamericano che, una volta perso il lavoro, viene ingaggiato come guardia del corpo dal talentuoso pianista afroamericano Don Shirley (. Tony accompagna il musicista attraverso un lungo tour nel sud degli Stati Uniti, dove il razzismo è ancora molto forte e radicato nella “cultura” popolare. Nonostante appartengano a due classi sociali ben diverse, non abbiano nulla in comune e  litighino in continuazione, tra i due nascerà una fortissima amicizia, che li porterà a scoprire nuovi aspetti della vita, e di loro stessi.

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Partendo dal più classico dei plot visti al cinema, il film riesce ad essere un inno alla fraternità tra gli uomini, a prescindere dal colore della pelle o dalla classe sociale. Green Book è infatti una commedia on the road ben realizzata, con una regia solida, una sceneggiatura scorrevole e ricca di dialoghi interessanti e due attori in forma smagliante. Nonostante il regista, Peter Farrelly, abbia lavorato principalmente a commedie spensierate e di stampo demenziale (Scemo e più scemo, Tutti pazzi per Mary e tanti altri) è riuscito qui a equilibrare perfettamente commedia e dramma. Il film non eccede mai infatti in un senso o nell’altro, ma riesce a mantenere un equilibrio quasi perfetto.

Per quanto riguarda la sceneggiatura invece, è interessante notare l’inversione dei ruoli dei due protagonisti. Con il razzismo ancora fortemente radicato nel popolo americano degli anni ’60, specialmente al Sud, era normale considerare l’uomo bianco come il datore di lavoro e l’afroamericano come impiegato, povero e senza cultura. Qui i ruoli, appunto, si invertono: Tony è un uomo ignorante, che ha sempre dovuto lavorare e che non sa quasi nulla del mondo che lo circonda, potendo contare solo sulle sue qualità fisiche per fare il buttafuori, mentre Don è un pianista eccezionale, studioso ed elegante. Quest’inversione permette al film di trasmettere ancora di più il suo messaggio antirazzista.

Un applauso va sicuramente fatto ai due attori principali: Viggo Mortensen e  Mahershala Ali.

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Entrambi sono riusciti perfettamente a trasmettere al pubblico ogni piccola sfumatura dei loro personaggi, facendo ridere e spesso commuovere lo spettatore. Il bianco, Tony, un uomo che non capisce il mondo che lo circonda e che trasmette quasi tenerezza quando cerca di comprendere il punto di vista dei razzisti, che per lui è, appunto, semplicemente incomprensibile. Il nero, Don, che porta avanti la sua passione, con l’ambizione di sfruttare l’arte della musica per riunire bianchi e neri, che non si scompone neanche di fronte alle offese più grette e meschine dei razzisti americani, poiché convinto dell’inutilità della violenza.

Un film che tutti dovrebbero vedere, per capire cosa è stato il nostro mondo e come evitare il ritorno di alcune idee così pericolose.

Non resta quindi che scoprire come se la caverà Green Book agli Oscar 2019, dove ha ottenuto ben 5 nomination, tra cui miglior film e miglior attore protagonista e non protagonista.

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